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Futuro Remoto

Il Clandestino_Henri Olama

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Il risveglio

Tre colpi pesanti, insistenti sulla mia vecchia porta, priva di campanello e di lucchetto… mi alzo pigramente dal mio letto di fortuna, realizzato con vecchi cartoni racimolati davanti ad alcuni supermercati del quartiere e subito si affaccia alla mente un pensiero: chi sarà a disturbare la mia travagliata quiete all’alba di un nuovo giorno? Non è mai accaduta una cosa del genere. Mai!

Sono un signor nessuno, uno che non dà nell’occhio, anche se questa è solo pura illusione. In realtà, più desidero nascondermi, più gli altri mi vedono e gli stracci che ho addosso non mi aiutano ad essere discreto: rappresento in qualche modo l’invisibilità visibile.

Chi può venirmi a disturbare se non la polizia, visto che sono un cosiddetto clandestino, uno che è entrato illegalmente in questo Paese e al quale non sono riconosciuti i diritti di cittadinanza? La mia situazione mi sembra differente rispetto a quella dei colonizzatori dell’Africa che arrivavano e s’impossessavano di tutto, maltrattando e uccidendo chi osava sfidarli. Io non ho ammazzato nessuno e nemmeno ho l’intenzione di rubare il benessere a qualcuno. Sono solo un rifugiato al quale non è stato riconosciuto il diritto d’asilo. Guerre, fame e voglia di libertà mi hanno convinto a lasciare il mio amato Paese. Di fronte alla commissione che aveva valutato il mio caso, ho commesso il grave errore di dire che ero scappato dalla mia terra, non per gravi motivi, ma perché volevo vedere il resto del mondo e godermi una libertà che non avevo mai sperimentato.

– Quindi lei ha lasciato il suo Paese per il piacere di lasciarlo, se non ho capito male?

– Sì!

– E cosa pensava di trovare qui?

– La libertà e tutto ciò che la televisione ci raccontava sull’Italia. Amo davvero l’Italia!

Il presidente della Commissione, dopo avermi guardato lungamente dalla testa ai piedi, con evidente stupore aggiunse:

– Mi rendo conto del suo amore sincero per l’Italia, ma se tutti i poveri del mondo fossero colpiti da tale amore e pensassero di venire

qui nel nostro Paese, non ci sarebbe più posto per nessuno, e nemmeno per noi lo capisci?

– Si lo capisco.

Caso chiuso in un batter d’occhio.

Dopo aver respinto il mio iter, mi è stato consegnato un foglio di via e, non avendo più il diritto di stare nella struttura che accoglieva i richiedenti-asilo, mi sono ritrovato in mezzo alla strada. Non me lo sarei mai aspettato da questo Paese che ho sempre amato e ammirato. Ma la realtà è realtà: nessuno mi vuole. Non è solo questo gruppuscolo di giudici a rimandarmi a casa, ma un intero Paese!

Non posso credere che qualcuno abbia bussato alla mia porta. Ma chi può essere?

Chi può venire a disturbare un clandestino se non la polizia oppure altri clandestini?

I primi per ovvii motivi. Ma non sempre la polizia riesce ad intervenire nei miei confronti. È il degrado del mio abitacolo che li tiene alla larga. Non osano entrare nella mia capanna per paura di beccarsi qualche malattia. Un giorno gliel’ho sentito dire, prima di aggiungere che, in fondo, io ero più facilmente controllabile, vista la mia innata passività. Queste parole sussurrate dai poliziotti avrebbero potuto offendere chiunque, ma non me. Costituivano una specie di garanzia per me: sanno dove abito, possono venirmi a prendere in qualsiasi momento e proprio per questo non vengono.

Gli altri miei visitatori sono altri indigenti. Arrivano spesso a piccoli gruppi, per condividere con me avanzi di cibo o per chiedermi qualche aiuto economico. Non si stupiscono mai del degrado attorno a me, anche perché qualcuno di loro sta peggio. E che dire della condivisione: che si condivide di più e meglio quando ci si sente simili, oppure, come nel caso attuale, alla feccia dell’umanità.

Dopo i primi tempi e soprattutto le prime sofferenze che mi procurava questa mia situazione, mi ci sono abituato e oggi mi sento felice o almeno come ci si può sentire “felici” nella situazione in cui mi trovo.

Ho una casa, se possiamo chiamare così l’angolo ammuffito e freddo dove vivo, ho un vecchio televisore a pila, in bianco e nero, che mi permette di vedere la realtà per quella che è davvero: in bianco e nero, ovvero senza i colori belli e pieni dell’incontro e della condivisione.

E la mia capanna? È una lunga storia. Un giorno il direttore di un supermercato, dove vendevo cianfrusaglie da mattina a sera, prese a cuore la mia sorte e volle aiutarmi a trovare un lavoro decente e un alloggio.

Al primo tentativo il fallimento fu assai eclatante e non perché non riusciva a trovarmi un impiego, ma perché ero io a non essere in grado di svolgere qualsiasi mansione adatta ad una persona sedentaria.

Si trattava di un enorme capannone di periferia che avrei dovuto pulire tutti i sabato dalle 8 alle 12, per 25 euro. La paghetta era più che dignitosa per me, ma rifiutai l’offerta perché era impensabile per me trascorrere quattro ore della mia giornata, rinchiuso lì, senza vedere gente allegra e gente triste. L’altezza e lo spessore dei muri del capannone mi ricordavano la galera e i locali dove fummo ammassati io e ed altri clandestini al mio arrivo in questo Paese. Da allora non amo tutto ciò che mi ricorda la prigione.

Il proprietario del capannone mi congedò con l’aria stupita. Non capiva le mie ragioni che, comunque, non ritenni di dover esternare. Dal canto suo il mio benefattore dimostrò maggiore comprensione.

Due giorni più tardi sentii un rumore improvviso alla porta della mia baracca:

– C’è qualcuno?

Stavo per infilarmi sotto il mucchio di cartoni in parziale decomposizione, come facevo ogni qualvolta sentivo dei rumori sospetti, quando riconobbi la voce del direttore.

Come la polizia, anche lui non entrava mai nel mio tugurio che versava in uno stato davvero pessimo.

Mi vestii e uscii salutandolo con grande cordialità, come avveniva sempre, quando ci vedevamo.

– Ti ho trovato un nuovo lavoro! Lavapiatti in un ristorante! Ti piace?

Non risposi e mi feci condurre direttamente al nuovo posto di lavoro.

Accettai senza grande convinzione il lavoro, che mi permetteva di stare in mezzo a tanta gente e a tanti rumori allegri, ma non resistetti a lungo e dovetti scappare a causa degli sguardi. Tutti i miei nuovi colleghi mi guardavano con aria stupita e sembravano dirmi:

– Cosa fai qui? Ma quando te ne vai?

Dopo due giorni, scappai e al mio infaticabile benefattore venne un’idea:

– Perché non stai qui davanti al mio supermercato?

– Ma volentieri! In realtà è da anni che sto davanti a questo supermercato.

– Ora è diverso: prima non avevi il mio permesso, ora sì. Ecco, io non ti posso dare un salario, però ti offro un angolino dove dormire e poi, stando qui davanti, incontrerai sicuramente molto persone e saprai guadagnarti qualcosa.

Fu così che iniziai a proporre i miei servizi ai clienti del supermercato: all’anziano che aveva troppe borse proponevo l’aiuto, a chi aveva un carrello della spesa vuoto proponevo di riportarlo indietro, magari recuperando il prezioso soldino che era inserito dentro. Qualcuno mi dava un po’ di soldi, qualcun altro condivideva la spesa con me, porgendomi sacchetti d’insalata, bevande di bassa qualità e cibarie varie. Ma c’era anche chi m’insultava, chiedendomi di andare a lavorare, non qui dove vivo da anni, ma in Africa. A uno di questi dissi un giorno:

– Io sono l’angelo Albert!

Mi rise fragorosamente in faccia:

– Un angelo! Un angelo nero, per di più! Ma lasciamo stare. Altro che angelo, tu sei un clandestino che deve tornare a casa sua.

CLANDESTINO

Ne avevo sempre sentito parlare, ma nessuno mi aveva mai rivolto questa parola. Sembra che il clandestino sia un po’ come l’aria: va dove gli pare, anche quando non ne ha l’autorizzazione. Naturalmente questa gente che conosce molto bene la natura del profitto, non si arrabbia e non espelle l’aria, perché è molto utile alla sua sopravvivenza. L’aria, risorsa infinita, si utilizza e si sfrutta punto e basta, non ci vuole né l’autorizzazione, né i soldi per acquistarla, a meno che non sia stata imprigionata in qualche apparecchiatura o strumento, come solo loro sanno realizzare.

Mi piace immaginarmi come l’aria, forza invisibile con l’uomo. Riesce perfino a far volare un aereo e a spingere enormi navi!

Poi mi vengono in mente altri illustri clandestini: il vento, l’acqua, il sorriso o l’aiuto ad uno sconosciuto, ma anche tutti quelli che, pur essendo nati qui, hanno meno diritti e se la prendono con i più indifesi.

Non mi vogliono perché sono un costo, perché sono diverso. Molti di loro lo pensano, ma non me lo dicono. Dirlo potrebbe rappresentare per qualcuno un peso per la sua coscienza. Meglio non prendere posizione, soprattutto quando si va in chiesa tutte le domeniche; altri, invece, mi aggrediscono perché si sentono forti con un debole, difendono la loro terra dalle infiltrazioni degli stranieri, ma non si accorgono che questi ci sono già. I primi mi fanno pena perché fanno fatica a tirare fuori e a esibire il peggio che c’è in loro; i secondi divertono di più perché sono fuori dal cammino della storia.

Poi questa storia dell’Angelo Albert faceva sorridere pure me… tutta questa gente che si definiva perbene e che aveva tutto: ricchezza e felicità… sembrava aver ricevuto un po’ troppo per essere dei cristiani, mentre io avevo la stessa nudità e povertà materiale degli angeli.

Ogni domenica, giorno sacro per i cattolici, vedevo sfilare i buoni e i cattivi, tutti uniti nel credo verso il Dio degli Eserciti.

Torniamo alla porta…

– Chi è?

– Ci apra dottor Albert! Siamo stati inviati dal Ministero!

– Ma io non ho fatto niente! Non ho fatto male a nessuno!

– Ma che dice? Non siamo poliziotti. Ad aspettarla giù c’è l’auto blu del Ministero!

– Ma siete sicuri di ciò che state dicendo?

– Certamente!

– Arrivo! Datemi qualche minuto.

– Non c’è fretta dottor Albert!

Da sotto la pila di cartoni, che mi fa da letto, tiro fuori l’unico vestito elegante che ho. Si tratta di un bubù africano, di colore bianco con ornamenti dorati.

Con questo farò sicuramente colpo, penso tra me e me, poi rinuncio al nobile vestito africano, optando per qualche cosa di più europeo.

Affiorano in me pensieri negativi: magari sanno che sono un clandestino e sono venuti per arrestarmi.

E i pensieri positivi: la limousine, l’invito del Ministro, le guardie alla porta… e se tutto fosse vero?

Finisco di vestirmi all’occidentale e apro finalmente la porta, ma nessuno mi arresta, nessuno mi guarda in modo strano, non ricevo complimenti; nessuno mi ride dietro, come spesso mi è capitato.

Eppure i miei vestiti fanno sorridere anche me stesso: giacca realizzata con una stoffa africana molto colorata che le conferisce lo statuto di vestito antinebbia, una camicia a quadretti marroni, e una cravatta con maccheroni, pantaloni bianchi e vecchie scarpe da tennis rosse.

Anch’io mi sento ridicolo con questi vestiti, ma quando li indosso mi sento più importante e al pari di quelli che sono più fortunati di me.

Attorno a me una decina di agenti speciali sembrano proteggermi da tutti i pericoli che potrebbero venire dal mondo esterno e, appena dentro, l’auto parte a sirena spiegata.

L’interno dell’auto sembra un salone di casa, di quelle case che esistono sono nella mia immaginazione perché non ci abiterò mai, per incapacità economica.

– Dottor Albert gradisce un liquore? Abbiamo dell’ottimo Divinus.

– Sì, ma non ho fatto ancora colazione.

– Ah, mi scusi, ecco dei buonissimi croissant.

Mentre divoro con selvaggia voracità i croissant, loro mi guardano con quella finta aria disinteressata, che sanno avere le guardie del corpo.

La frenata è brusca e quasi mi causa un rigurgito di tutti i croissant inghiottiti prima.

– Siamo arrivati?

Esco dall’enorme auto attorniato dalle dieci guardie e varco il portone dell’enorme palazzo, salutato da tutte le forze di polizia di guardia.

Dal fondo della grande stanza, piena di quadri e di arazzi, una voce che sembra quella del direttore:

– Benvenuto dottor Albert Ngumu!

– Sì, io sono Albert Ngumu, ma non capisco il motivo della mia presenza qui!

– Non devi capire niente, sei qui per i tuoi meriti.

– E cosa vi aspettate da me?

– Basta che apra quel libro sul tavolo e capirà tutto.

In centro alla sala c’era un tavolo di legno antico. Uno di quei mobili che si vedono solo nei film. Sul tavolo un enorme libro e una stilo.

La sola vista dell’enorme salone mi fa venire dei brividi e poi… cosa c’è dentro questo libro?

Afferro il libro e lo apro. Scivola a terra una busta.

Apro la busta e dentro trovo una cartolina con la scritta:

SEI ESPULSO.

Mi sento in una trappola, mi butto a capofitto sul portone dal quale sono entrato, ma vengo bloccato dalle stesse guardie che mi hanno scortato con mille ossequi pochi minuti prima.

Mi buttano a terra con violenza e mentre cerco di rialzarmi mi accorgo di trovarmi nel mio letto di carta. Il rumore alla porta era stato causato da un gatto randagio.

Mi riaddormento, quasi dispiaciuto di aver solo sognato tutta la strana avventura.