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L'angolo dello scrittore

Il Circo Sadik – prima parte

breve racconto di Mario Ventrelli

 

Parte I: Come nelle favole…

 

La notizia dell’arrivo in paese del circo Sadik, fu accolto da frustrati regressi e repressi come una manna dal cielo. A costoro era, infatti, dedicato lo spettacolo.

Una fredda mattina di gennaio, come d’incanto, le strade si riempirono di mimi, pagliacci, funamboli e saltimbanchi.

Non già a questa sgangherata fauna di guitti si doveva la fama del circo, quanto invece alla presenza del singolarissimo numero di Bartleby l’Indovino.

Appresa la notizia, anch’io mi precipitai ad acquistare un biglietto per lo spettacolo.

Il tendone fu montato in un baleno nella piazza centrale del paese. Sul pennone, bene in alto, sventolava uno stendardo sagomato a guisa di gatto a nove code.

All’ingresso, a tutti i presenti, rigorosamente maggiorenni, fu consegnata una casseta di ortaggi rigorosamente andati a male.

Al calar delle luci, arrivò un gruppo di pagliacci con una gamba sola che, sotto una pioggia fitta di pomodori, si sfidarono in una gara di calci nel sedere.

Fu poi la volta di un fachiro ottuagenario che, sepolto a rigor di popolo sotto una montagna di carciofi, resistette ben trenta minuti all’ascolto de Il meglio di Anthony Braxton, prima che se lo portassero in rianimazione con un crampo alle Trombe d’Eustachio.

Si andò così avanti per circa due ore fino a che, tra le ovazioni del pubblico, fu annunciato il pezzo forte della serata.

Una gran gabbia fu montata al centro della pista. Lotar, un nerboruto domatore in mutande di leopardo, fece il suo ingresso con una robusta frusta e, al rullo dei tamburi, sollevò il pesante cancello di ferro per l’uscita dei felini.

Dalla penombra, camminando carponi, sbucò invece fuori un mite impiegato in giacca e cravatta.  Senza punto porre attenzione alle grasse risate del pubblico, andò docilmente ad accovacciarsi sul trespolo al centro della gabbia, le ginocchia piegate e le braccia penzoloni a guisa d’inebetito. Il numero di Bartleby era cominciato.

Secondo programma, Lotar invitò uno degli spettatori ad entrare in gabbia, sempre tenendo minacciosamente d’occhio Bartleby che, dal canto suo, sembrava più mansueto di un soprammobile.

Toccò ad un esattore comunale, certo Cioni rag. Mario, porre la prima domanda all’indovino.

-Allora messer Bartleby?!-, fece questi agitando minacciosamente uno scudiscio:

-Chi è l’assassino di madame Lucy K. In Il  collezionista di suocere??

La domanda era insidiosa. Bartleby esitava a rispondere mentre in platea, minacciosi, spuntavano i primi cavolini di Bruxelles.

Poi, senza scomporsi, Bartleby parlò come segue:

-Trattasi del  falegname Jones, assai abile coi pioppi quanto con le suocere. L’arma è un’accetta da lui stesso acquistata ad Oxford due settimane prima al modico prezzo di 2 sterline e 50 cent, come poi appurato da Scotland Yard.-

Un silenzio assordante regnava nel tendone. La domanda era ostica e il pubblico, artiglieria alla mano, non capiva ancora se l’indovino ci avesse azzeccato.

Ad un inchino stizzito del Cioni rag. Mario, fecero riscontro i booh di disapprovazione degli spettatori. Lo sgambetto non era riuscito. Appena tornò il silenzio, sempre con voce monotona, Bartleby continuò come segue:

-L’opera, scritta da Frank Angelone nel 1954, fu pubblicata a Parigi tre anni dopo per le Editions Gallimard….-

Agli ossequi controvoglia del rag. Cioni, fece eco il domatore che, riponendo la frusta, offrì a Bartleby uno zuccherino che questi prontamente ingurgitò. La serata proseguì sullo stesso canovaccio e, con implacabile precisione, l’indovino centrò tutte le risposte, tra la delusione degli spettatori che, almeno per quella volta, gli ortaggi dovettero riporli in saccoccia.

Dotato di poteri sovrannaturali, Bartleby era tra i maggiori esperti mondiali di romanzi gialli. Interrogandolo a guisa di  database, era possibile, infatti, scavare nella sua memoria seguendo differenti percorsi tematici. Come per esempio l’autore del romanzo, quello dell’assassino ed eventualmente il suo sarto, nonché il colore delle mutande ed il loro anno di fabbricazione. Il tutto condito con tanto di dati statistici e di commenti critici. Un uomo baciato dalla sorte dunque.

In quanto scrittore di gialli, anch’io lo ero stato, pur se la fortuna non è tutto nella vita. Forse che essere becchino sia decisivo, per uno scrittore, affinché i suoi omicidi assurgano a rango di Belle Arti, secondo la definizione di De Quincey? Purtroppo, vittima di un mercato librario assai futile e insensibile, invano avevo cercato di farmi pubblicare qualcosa. Tanto che il mio Or pel disio squartolla, primo giallo stilnovista a rime asimmetriche talora baciate (talaltra no), dovetti farlo uscire a mie spese.

Insomma, il successo continuava a mostrarmi le sue, invero grinzose, natiche. Artisticamente parlando, l’unico campo nel quale ero riuscito, era quello dell’epigrafe funeraria.

Ecco che la presenza di Bartleby in paese mi offriva dunque la possibilità di appurare se almeno lui sapesse qualcosa sul mio conto. Senza perdermi d’animo, la sera mi iscrissi tra coloro che avrebbero sfidato l’indovino.

Arrivato il mio turno impugnai la frusta e, schioccandola nell’aria:

-Qual è il protagonista de Il mistero della Zazzera scomparsa del noto  giallista Rico Cazzullo?

Suspance.

Bartleby, accucciato sul suo trespolo, sembrava più che mai assorto. Si sarebbe detto addormentato. Il domatore mi si avvicinò chiedendomi di ripetere ad alta voce il quesito poiché, probabilmente, l’indovino non aveva capito. Rifeci la domanda, ma nulla accadde.

Silenzio imbarazzante.

Poi lo sentii sussurrare qualcosa. Avvicinai l’orecchio e Bartleby, con un filo di voce:

-Amico, non ti sarà mica saltato in mente di fare uno scherzo? Giuro che se quel nome te lo sei inventato, ti stacco la testa e la regalo al babbuino.-

Con voce alta e chiara ripetei il nome del romanzo, rintracciabile ( si fa per dire), presso le migliori librerie.

Il domatore si voltò verso Bartleby tirando fuori un frustino. L’indovino, rannicchiato sul trespolo, tremava come un diapason sbronzo. La voce tuonante dell’aguzzino dovette scuoterlo sin dentro le emorroidi.

-Allora, Bartleby, oggi non abbiamo studiato eh? Bestia! Lo vedi che figuracce che mi fai fare? Fila! Orna nel tuo eremo, cialtrone!

Un colpo di frusta gli carezzò le natiche mentre, contemporaneamente, piovvero da ogni parte un buon quintale di ortaggi contundenti. Bartleby non aveva ancora abbandonato la scena, che la plebe esplose in un applauso scrosciante. Si udirono dei petardi e fu stappata una bottiglia di vino lambrusco.

Il quadrupede saccente era stato rimandato a cuccia.

Approfittando del trambusto Lotar mi si appropinquò a sua volta sussurrando:

-Ehi amico: hai salvato la serata.  Bella l’idea dello scrittore inventato di sana pianta.. Non ci avevo  mai pensato!

Secondo programma, il circo smobilitò il dì seguente, ma io lo tenni d’occhio e, come speravo, si piazzò gettò l’ancora in un altro paese  a soli venti km. di distanza. Deciso a scambiarci due parole, bloccai Bartleby all’uscita dal tabaccaio: aspirava cogitabondo un’Esportazione senza filtro.

-Ha per caso da accendere?-, chiesi estraendo un pacchetto di Alfa.

Mi squadrò come usa fare con le cambiali

-Ma lei non sarà mica il tizio dell’altra sera? (continua)