Il cielo senza quadretti_Concetta Russo, Margherita di Savoia(FG)

_Racconto finalista quinta edizione Premio Energheia 1999.

 

Era un giorno come tanti, il cielo riempiva ogni cosa, grigio ed immobile, sempre lo stesso cielo di ogni pomeriggio, Antigone avrebbe dovuto saperlo, avrebbe dovuto capire che non era in quel cielo che avrebbe trovato la risposta, avrebbe dovuto capire che non c’era una risposta, la risposta era forse solo nel suo nome e forse neppure in quello. Lo ripeté, Antigone, lo assaporò fra la lingua e il palato, Antigone, era un nome amaro, pizzicava le labbra, Antigone, era un nome che non avrebbe mai voluto e mai avrebbe dato; lo strinse forte per non dimenticarlo, Antigone, era tutto quello che sapeva, non riusciva a spiegarselo e il cielo era sempre lì muto e immobile che non le dava risposta. Tutto il suo passato era in quel nome e lei non riusciva a trovarlo, aveva freddo, strofinava le braccia con le mani per riscaldarsi. Se n’era andata, se n’era andata e non capiva ancora dove aveva trovato quella forza, se n’era andata alla ricerca di un futuro, no, il futuro era qualcosa di così lontano, di così marginale se n’era andata per cercare un passato. Non sapeva niente, non conosceva niente e se n’era andata, le sembrava di non ricordare neppure da dove fosse venuta, le sembrava di non ricordare neppure qual’era stata l’ultima frase che aveva pronunciato in quel posto. Per tutta la sua vita non aveva mai preso una decisione così importante, no, per tutta la sua vita non aveva mai preso una decisione. “ Prendi Antigone, prendi la palla” no, non la voleva prendere la palla, non la volevi prendere la palla. Vero, Antigone? Tutto girava vorticosamente,tutto era confuso, “prendi, prendi la palla Antigone” cominciava a ricordare, il cielo, ecco perché se n’era andata per non vedere più il cielo a quadretti, il cielo era una grande distesa, una grande distesa senza grate, “Antigone”, faceva freddo, faceva freddo ma ora vedeva il cielo unito come lo aveva sempre immaginato. Era stata in cortile l’ultima volta, non voleva prendere la palla, non voleva più fare quello stupido gioco, tanto lo sapeva, li aveva sentiti quando avevano detto che era ritardata, che cosa significava lei non lo sapeva, ritardata, non lo sapeva, ritardata, ma aveva un brutto suono quella parola, ritardata, no, lei non era ritardata e perché volevano che prendesse quella palla? Lei non voleva, aveva pianto persino, non voleva prendere quella palla, non voleva giocare con la palla. Voleva imparare a leggere, così si chiamava quella parola: leggere; ricordava che sua nonna leggeva, prendeva quel grande libro con la copertina gialla come la crema, c’erano tante storie in quel libro, tante storie che parlavano di fate e di principesse. Era bello quel libro, nessuno glielo aveva più letto da quando sua nonna se n’era andata, sua nonna la chiamava sempre principessa e a lei piaceva, poi se n’era andata, Antigone non aveva mai capito perché, solo un giorno l’aveva vista dormire in un letto stretto e nero con il coperchio, poi nessuno le aveva più detto dove andava, lei aveva pianto per mesi quando la nonna se n’era andata pensava di essere stata cattiva, la nonna non voleva che fosse cattiva, la nonna era buona, voleva persino che le togliessero i quadretti di ferro dal cielo, perché era buona e diceva che il cielo bisognava vederlo tutto intero. La nonna era buona e, quando qualcuno diceva che lei era ritardata, la nonna la difendeva sempre, la chiamava “la mia Antigone” e diceva che lei non era ritardata, era solo un po’ più lenta di quelli della sua età, len-ta, Antigone rideva sempre quando la nonna diceva così, si metteva a quattro zampe ed imitava la tartaruga, la tartaruga era lenta, la nonna diceva sempre che la tartaruga era il più lento degli animali. “Sono una tartaruga; sono una tartaruga; sono una tartaruga! Antigone rideva “Sono una tartaruga!”, poi il papà si arrabbiava e le diceva di smetterla, ma lei non lo ascoltava “Sono una tartaruga!”, poi suo padre andava via ancora più arrabbiato, la nonna le si avvicinava e le diceva “ Vieni Antigone, ti leggo una storia” e lei era contenta. Ora era da tanto tempo che nessuno le leggeva più una storia, perché nessuno le aveva mai insegnato a leggere?

Lei avrebbe voluto leggere invece che cercare di prendere quella palla, se qualcuno le avesse detto come si faceva, qual’era il segreto, avrebbe potuto continuare quel libro anche dopo che sua nonna era andata via, forse leggere era una magia come quella delle fate nel libro della nonna. Una volta aveva chiesto a suo padre di leggerle una storia da quel libro, ma lui aveva detto di no; non voleva mai vederla suo padre, né mai saperne di lei, Antigone non l’aveva mai sentito neppure dire il suo nome, non lo voleva mai pronunciare come se le facesse male, come se quel nome le desse fastidio come le dava fastidio Antigone, come le dava fastidio guardarla in faccia. Quando parlava con la nonna diceva sempre “quella” se voleva riferirsi a lei, Antigone sarebbe voluta andare da lui e dirgli piano nell’orecchio “An-ti-go-ne” come faceva la nonna quando voleva farle imparare qualche parola nuova, così suo padre avrebbe imparato il suo nome e lo avrebbe pronunciato, suo padre avrebbe detto “Antigone” e lei forse avrebbe potuto anche abbracciarlo, come tante volte abbracciava la nonna prima di andare a dormire. Suo padre non la aveva mai abbracciata, suo padre non l’abbracciava perché lei era ritardata, no, non era vero lei era solo lenta, suo padre non voleva bene alle persone lente, lui era così veloce e le persone lente non gli piacevano, era sempre il primo a finire di mangiare ed era anche veloce a leggere, forse più veloce della nonna, perché Antigone, che a volte, per non giocare a palla con quella signorina così antipatica, si nascondeva sotto il lettone nella stanza di suo padre, vedeva che sul suo comodino c’era sempre un libro diverso. Sì, doveva essere proprio quello il motivo, suo padre era veloce e non poteva sopportare le persone lente, per questo gridava quando Antigone diceva “Sono una tartaruga!”, perché la tartaruga è lenta e perciò era antipatica al suo papà. E poi c’era la signorina.

La signorina era antipatica, non piaceva ad Antigone, non le leggeva mai le storie e voleva sempre che lei giocasse con la palla, diceva che serviva per controllare i suoi “riflessi”. Ma “riflessi” era una parola strana che aveva il sapore della luce, e Antigone non capiva che cosa c’entrasse con la palla, ad Antigone non piaceva giocare con la palla, la nonna le aveva letto una favola dove c’era una principessa che aveva nei capelli riflessi dorati ma lei non giocava con la palla e Antigone non capiva. La signorina diceva che Antigone era cattiva perché non voleva giocare con la palla, ma aveva un suono così brutto il suo nome pronunciato dalla signorina. Antigone dondolava sulla sedia, sentendo com’era acido quel suono, e poi chiedeva alla signorina di prendere il libro della nonna, ma la signorina non voleva mai leggerle una storia, voleva solo farle fare gli “esercizi per i riflessi” “Antigone, prendi la palla, Antigone, prendi…” E poi c’era il bastoncino con sopra una lucina “Segui la lucina, Antigone, segui la lucina”, era proprio antipatica la signorina, lei e i suoi giochi incomprensibili; la nonna diceva sempre che per giocare a palla ci voleva un prato e Antigone non aveva un prato, solo un cielo a quadretti. Antigone non conosceva i prati, ma c’era un quadro nello studio del suo papà, Antigone ci entrava di nascosto, era il suo piccolo segreto, quando suo padre usciva con in mano certe carte lei sapeva che non sarebbe tornato prima di qualche ora, così lei poteva guardare quel quadro; era proprio un bel quadro, c’era un grande foglio verde sotto i cavalli che assomigliava molto ai disegni dei prati sui libri della nonna.

Era un così bel prato, di un verde che aveva gli stessi riflessi dorati dei capelli della principessa, e poi c’erano i cavalli, ad Antigone sarebbe piaciuto vederne uno vero e magari giocarci in un prato come quello del quadro. La nonna diceva che i cavalli erano veloci come il vento, Antigone pensava che fosse per quello che piacevano al suo papà, forse se lei fosse salita su un cavallo sarebbe stata veloce e il suo papà le avrebbe voluto bene e l’avrebbe chiamata per nome. “Antigone, Antigone che corre su un cavallo ed è veloce come il vento” gridava cavalcando la  sedia della scrivania, “Antigone è veloce, Antigone corre sul prato, su un cavallo vero.”, gridava ed era felice, e pensava che su quel cavallo sarebbe potuta andare a trovare la nonna in quel posto così lontano dov’era andata e da dove nessuno poteva più tornare indietro. Anche la sua mamma era andata in quel posto, la nonna diceva che era un bel posto dove andavano le persone buone, Antigone se lo immaginava con tanti prati verdi e tanti cavalli che correvano veloci, forse anche lei ci sarebbe andata e avrebbe riabbracciato sua nonna e avrebbe conosciuto la sua mamma. Antigone non se la ricordava la sua mamma, ogni volta che chiudeva gli occhi cercando di immaginarla vedeva solo una grande luce bianca, non la vedeva da quando era piccola, piccola e ancora non sapeva dire il suo nome. Il suo nome era la prima cosa che aveva imparato, glielo aveva insegnato la nonna “An-ti-go-ne”, lei diceva che Antigone doveva essere contenta di chiamarsi così, perché era un nome importante.

La nonna diceva che era il nome di un libro, la sua mamma lo stava leggendo quando era nata lei, ad Antigone sarebbe piaciuto tanto leggere quel libro, doveva essere proprio bello, la nonna diceva che lei era nata in un palazzo grande che si chiamava “ospedale”. L’ospedale doveva essere un grande palazzo, dove le mamme aspettano che nascano i loro bambini, loro se ne stanno in una stanza a leggere dei libri e i bambini scendono giù dal cielo in una luce bianca, la nonna lo diceva sempre che ogni bambino è un dono del cielo, poi ogni mamma prende il suo e tutte se ne tornano a casa. Così la sua mamma l’aveva portata a casa, in quella grande casa con le finestre, con le sbarre e il cielo a quadretti, Antigone non aveva mai capito perché suo padre avesse fatto mettere quelle fredde grate alle finestre, la nonna diceva che servivano per stare “sicuri” e se qualcuno è sicuro, è tranquillo ed è felice, e quando Antigone diceva che vedere il cielo tutto intero l’avrebbe resa più felice la nonna rispondeva che quelle sbarre non piacevano neanche a lei. Ma le aveva fatte mettere suo padre quelle grate, e Antigone sapeva che, quando suo padre diceva qualcosa, nessuno poteva dire il contrario neppure la nonna che era la sua mamma. A volte Antigone si chiedeva che libro stesse leggendo la nonna mentre aspettava che suo padre venisse donato dal cielo, Antigone però pensava che doveva proprio essere un libro di quelli difficili che leggono i grandi, come quelli che lei vedeva sempre nello studio del suo papà. Antigone sapeva che erano libri difficili perché, quando li sfogliava di nascosto, vedeva che dentro non c’erano figure, come nei libri che le leggeva la nonna, e doveva essere proprio difficile immaginare le immagini di tutte quelle parole senza neppure una figura. Ma c’era un’altra cosa speciale nello studio del suo papà, in un angolo vicino alla finestra, c’era una grande palla che girava attorno ad un’asta, ma non era come la palla della signorina, sopra c’erano dei disegni strani, riempiti di azzurro o di verde, e sui pezzi verdi c’erano delle macchie marroni, qui un po’ più chiare come, come il miele che prendeva dopo le medicine, lì un po’ più scure, come il cioccolato caldo della domenica mattina, e dei puntini rossi con vicino delle parole. Antigone avrebbe voluto sapere cos’era quella strana palla, e perché era lì, nello studio del suo papà, lui che era grande e non giocava mai, se la nonna non se ne fosse andata, l’avrebbe chiesto a lei cos’era quella grande palla, ma la nonna non c’era più.

La nonna le pettinava sempre i capelli, lei diceva che erano belli e che Antigone, non avrebbe mai dovuto tagliarli corti come quelli della signorina, e poi le faceva le trecce, delle lunghe trecce che legava con dei fiocchi rossi, “Come sei bella principessa!”, “Antigone è bella, Antigone è bella!” e Antigone saltava per la stanza, e poi voleva pettinare la nonna e la nonna rideva, e Antigone era felice. Una volta, mentre era nello studio Antigone aveva visto che sul tavolo del suo papà c’era una foto, una foto in una cornice speciale che aveva il colore dei capelli della principessa del libro della nonna. Dentro quella cornice c’era la foto di suo fratello, era buono suo fratello, voleva bene ad Antigone, glieli aveva regalati lui quei fiocchi rossi che portava ai capelli al ritorno da un suo viaggio, suo fratello le voleva bene, la chiamava “la sua sorellina”, e il giorno del suo compleanno le mandava sempre qualche biglietto colorato e sua nonna glielo leggeva. Antigone voleva bene a suo fratello, ma lui non c’era quasi mai, all’inizio Antigone pensava che andasse a trovare la sua mamma, ma non poteva essere così perché la mamma era in un posto così lontano che chi ci va non può più tornare indietro, e suo fratello tornava, sempre. Qualche giorno prima di Natale si sentiva bussare alla porta ed era lui. Ad Antigone non era permesso andare ad aprire la porta, perché Antigone non sapeva molte cose e poteva venire l’uomo nero, e poi fuori c’erano tanti rumori forti e suo padre diceva che si “vergognava”, Antigone non capiva bene cosa volesse dire suo padre con quella parola, la nonna le aveva spiegato che quando ci si vergogna si diventa tutti rossi. Ma suo padre non diventava mai tutto rosso, anzi era sempre così bianco, sua nonna diceva che a volte suo figlio era così bianco da sembrare malato. Così, Antigone per non far diventare rossa la faccia del suo papà, che era bianca come tutte quelle delle persone difficili, non apriva mai la porta, tranne qualche giorno prima di Natale, quando aspettava suo fratello e la nonna la accompagnava. “Antigone”, aveva un bel suono il suo nome nella bocca di suo fratello, aveva un suono felice, suo fratello era sempre contento di vederla, e Antigone lo abbracciava, come abbracciava la nonna prima di andare a dormire; la alzava in alto, con le sue braccia forti, lui era così alto… ad Antigone sembrava un gigante.

A casa sua era sempre una festa quando arrivava suo fratello, si mangiavano tante cose buone, e suo padre quasi sorrideva, e chiamava suo fratello “figlio mio”, e a volte lo chiamava anche per nome, perché suo fratello era veloce come il suo papà, e quindi lui gli voleva bene. Anche suo fratello le raccontava le storie, ma lui non le leggeva da un libro come la nonna, lui raccontava dei posti che aveva visto, raccontava di città grandissime con palazzi alti così, di prati verdi dove ci si poteva stendere a guardare il cielo, e il cielo non era a quadretti come quello di casa sua, ma era tutto intero ed era azzurro, come i capelli di certe fate sulle figure del libro della nonna.

Ad Antigone piaceva starsene lì ad ascoltare suo fratello, lui aveva una voce così bella e raccontava di posti che Antigone non aveva mai visto, e diceva che un giorno o l’altro l’avrebbe portata con sé, le avrebbe fatto vedere certi grandi palazzi che ci sono in certe città, che assomigliano un po’ ai castelli delle principesse e dentro sono pieni di quadri, “anche di quadri con i cavalli?” “Sì, Antigone, anche di quadri con i cavalli.” Che belli che dovevano essere quei posti! Poi suo fratello diceva che l’avrebbe portata a pranzo in un ristorante, ma la nonna diceva sempre che i ristoranti sono dei posti così antipatici, dove bisogna stare sempre fermi e non si può mai alzare la voce o mettersi a suonare i bicchieri con le forchette come piaceva fare a lei. Così Antigone diceva che avrebbe voluto mangiare su un bel prato, in uno di quei parchi di cui parlava a volte suo fratello dove ci sono i laghetti e gli scoiattoli. Quando Antigone la sera andava a dormire sognava sempre quei posti, quei posti dove ci si può stendere sui prati e si può guardare il cielo tutto intero. Ma purtroppo arrivava sempre il giorno della partenza, e suo fratello doveva partire di nuovo, Antigone non voleva che suo fratello partisse e piangeva e gli chiedeva di portarla con lui, ma poi suo fratello le diceva che doveva rimanere lì, che non era ancora il momento e che poi lui sarebbe tornato e le avrebbe portato un bel regalo, ma ad Antigone non importava del regalo, lei voleva vedere quei posti, i posti di cui suo fratello le parlava sempre, e così, ogni volta che suo fratello le chiedeva che regalo volesse lei chiedeva il cielo, il cielo senza quadretti.

Una volta Antigone aveva chiesto a sua nonna dove andasse suo fratello, e lei le aveva detto che andava in un posto dove la gente legge tanti libri per imparare a fare delle cose difficili. Si chiamava “collegio”, per Antigone la parola collegio aveva il sapore di un bicchiere di latte, colle- gi-o, col-le-gi-o, è un palazzo grande “Come l’ospedale, nonna?” “Sì, come l’ospedale, Antigone, solo che i ragazzi come tuo fratello vanno lì per imparare una “professione.” Cos’era una professione Antigone non l’aveva capito subito, ma poi la nonna, che le spiegava sempre tutto, glielo aveva spiegato e lei aveva capito, così, una volta mentre suo fratello le stava raccontando di un altro posto nuovo che aveva visto, lei gli aveva chiesto quale professione stesse imparando. Lui le aveva sorriso, suo fratello le sorrideva sempre prima di dirle una cosa importante, e le aveva detto che voleva fare il “medico”. Il medico è una persona molto buona che cura le persone malate, tu cadi e ti fai male, e il medico ti aiuta, Antigone questo lo sapeva, glielo aveva spiegato la nonna, bisognava aver letto tanti libri per fare il medico, più di quelli che suo padre aveva nel suo studio, per questo suo fratello doveva andare in collegio.

Era buono suo fratello, Antigone pensava che anche lui un giorno sarebbe andato in quel posto speciale dove vanno le persone buone, e dov’erano già andate la mamma e la nonna, così lei sarebbe potuta andare a trovarli tutti e tre, veloce come il vento su un cavallo vero, bello come quello del quadro nello studio del suo papà. La prima volta che Antigone aveva visto la foto di suo fratello sulla scrivania di suo padre, aveva cercato la sua, ma la sua non c’era, poi si era detta “Stupida Antigone”, suo padre aveva solo la foto di suo fratello perché non lo vedeva quasi mai, mentre lei era sempre a casa. Antigone aveva freddo, la sua casa era sempre così calda, perché era andata via? “Antigone ha freddo, nonna, Antigone ha freddo, nonnaaa!!!”

“La nonna non ti può rispondere, Antigone, la nonna non c’è, la nonna se n’è andata, se n’è andata e non tornerà più.” “Non è vero, non è vero, nonna, nonna !!!” “Antigone ha freddo, Antigone ha freddo” ma la nonna se n’è andata e anche Antigone se n’è andata.

“Antigone è sola, è sola perché? la nonna non c’è più” Antigone era sempre sola da quando la nonna era andata via, la signorina le faceva sempre fare i suoi stupidi giochi, e il pomeriggio, quando suo padre non c’era lei si nascondeva nello studio, a guardare il quadro con i cavalli; ma non c’era più nessuno che le leggesse le storie, non c’era più nessuno che l’abbracciasse prima di dormire. Suo padre poi, dopo che sua nonna se n’era andata era diventato ancora più bianco e ancora più difficile, stava sempre fuori e quando rientrava era sempre arrabbiato. Una volta, mentre erano a tavola, Antigone aveva suonato con le forchette sui bicchieri, come faceva sempre con la nonna ma questa volta suo padre aveva gridato, forte, così forte che ogni volta che chiudeva gli occhi Antigone lo sentiva ancora “Smettila! Smettila! Smettila!”. Antigone aveva pianto quella volta, sotto la scrivania dello studio del suo papà, ma questa volta non era venuta la nonna ad asciugarle le lacrime e a baciarle le guance rosse. Suo padre era una persona difficile, suo padre non voleva che lei facesse le cose che faceva con la nonna “Smettila! Smettila! Smettila!”, suo padre diceva che lei era ritardata, ri-tar-da-ta, non era vero, lei non era ritardata, lei era solo un po’ lenta, lenta come una tartaruga, la tartaruga non è ritardata, ma le persone lente non piacevano a suo padre, suo padre era veloce, me se lei avesse avuto un cavallo anche lei sarebbe stata veloce. Perché lei era lenta? Perché? Perché non poteva suonare i bicchieri, perché non poteva vedere il cielo tutto intero, il cielo intero tutto per lei, il suo cielo? Così, un pomeriggio, mentre la signorina era in cucina a prendere un bicchiere d’acqua, lei si era avvicinata alla porta, la grande maniglia del colore dei capelli della principessa era lì e sembrava che stesse solo aspettando la sua mano.

“Apri la porta, Antigone, apri la porta”, forse se avesse aperto avrebbe visto suo fratello, suo fratello che arrivava con in mano un regalo, e che le sorrideva e che la chiamava “sorellina mia” e che diceva “Antigone” con quel suo modo felice di pronunciare quel nome, con quella voce dolce e serena che aveva solo lui.

“Apri la porta, Antigone, apri la porta” ma se poi dietro la porta ci fosse stato l’uomo nero e l’avesse presa? L’uomo nero era cattivo e le avrebbe fatto male, Antigone aveva paura, “Apri la porta Antigone, apri la porta.” “Apri la porta, Antigone e va a vedere il cielo.”

La maniglia era fredda, fredda come la neve che una volta suo fratello aveva preso fuori nel cortile per lei con un bicchiere, bisognava spingere forte per aprire la porta, bisognava spingere e pensare al cielo forte forte.

Era fuori.

“Antigone, Antigone, che fai lì!” la voce della signorina, Antigone aveva cominciato a correre, non sapeva dove stesse andando ma correva e correva.

“Antigone, Antigone torna qui, dove stai andando, Antigone!”

Ma Antigone correva ed era già lontana, correva veloce come un cavallo e pensava che se suo padre l’avesse vista correre così veloce forse le avrebbe voluto bene, l’avrebbe chiamata per nome e l’avrebbe abbracciata. Antigone correva e pensava alla nonna che se n’era andata in quel posto lontano lontano, dove c’era anche la mamma e da cui non si poteva più tornare indietro e dove un giorno sarebbero andati anche lei e suo fratello, lei in groppa al suo cavallo, bello come quello del quadro, e avrebbero mangiato tutti insieme su un prato, e lei avrebbe visto il volto della sua mamma che tante volte aveva sognato nascosto da una luce chiara. Antigone correva e pensava a suo fratello e ai posti lontani dov’era stato e dove un giorno avrebbe portato anche lei, ai palazzi grandi con tanti quadri, ai parchi con i laghi e gli scoiattoli, e al collegio, e pensava che forse ci sarebbe andata anche lei e lì delle signore grandi e buone con gli occhiali, come la sua nonna, le avrebbero insegnato a leggere. Antigone correva e pensava che non avrebbe mai più sentito la voce della signorina, che non avrebbe mai più fatto quelli stupidi giochi per i riflessi, e non avrebbe avuto bisogno di nascondersi ma avrebbe solo detto che doveva fare qualcosa di più importante, che doveva imparare a leggere. Antigone correva e sentiva il vento sulla faccia come non l’aveva mai sentito, Antigone correva e le sembrava di volare, veloce come il vento, le sembrava di galoppare su un cavallo vero, bello come quello del quadro, le sembrava di sentirne il respiro sotto di sé, di sentire il rumore degli zoccoli, di sentirlo nitrire forte e libero come tutti gli animali. Antigone correva e intanto le case diventavano alberi e l’asfalto diventava un prato verde, e le automobili diventavano cavalli, tanti, tantissimi cavalli che correvano in gruppo, felici di correre liberi sui prati, felici di essere veloci come il vento. Antigone correva e le sembrava di sentire il profumo dei fiori, correva e sentiva nella bocca il sapore di fresche albicocche, il sapore del gelato alla vaniglia, il sapore della gioia. Antigone correva e pian piano i pensieri diventavano nuvole, e le nuvole vapore, e il vapore nulla. Antigone correva e non pensava più a niente, non sapeva più niente, solo il suo nome e, da lontano, il suono del galoppo dei cavalli.

Ad un tratto si fermò, e guardò sopra la sua testa: c’era il cielo, immenso e immobile, il cielo tutto intero.