Il borsalino nero_Alessandro Padovani, Pedavena(BL)

_Menzione Giuria diciassettesima edizione Premio Energheia 2010.

Mi chiamo Gaston Barloit e mi hanno rubato il cappello.

Mi piacerebbe stare qui a spiegarvi meglio chi sono, che lavoro faccio, se sono sposato e se ho figli. Ma questo non ha nessuna importanza nella storia che vi voglio raccontare.

Il mio cappello era un borsalino nero: avete presente quelli che portano i mafiosi italoamericani nei film ambientati negli anni ’30? Ecco, uno di quelli. Anche se, però, io non sono un mafioso italoamericano, e nemmeno un attore di film ambientati nell’America anni ’30.

Come ogni giorno, ero andato a lavorare in ufficio. Potrei dirvi che qui sono impiegato di un’azienda, magari anche frustrato e sottopagato. Ma non ve lo dirò; vi dirò invece che quel giorno non era come ogni altro giorno. Perché in quel giorno mi hanno rubato il cappello.

Una persona qualsiasi avrebbe lasciato perdere. Avrebbe accolto con sorpresa la notizia che sull’attaccapanni non c’era più il suo cappello, magari si sarebbe arrabbiata, magari avrebbe imprecato, ma la faccenda sarebbe finita lì. Il giorno dopo sarebbe andata a comprare un altro cappello, forse anche più bello, e avrebbe dimenticato l’accaduto.

Il problema è che io non sono una persona qualsiasi. O meglio, il mio cappello non è un cappello qualsiasi. Quindi non volli lasciare perdere.

Oh, adesso quanto vorrei, adesso, aver lasciato perdere. Mi credete? Ora sarei certo più felice. Il problema è che, appunto, quello non era un cappello qualsiasi.

Non che ci fossi legato sentimentalmente. Penserete, magari quel cappello è il suo ultimo ricordo del nonno morto in guerra, o forse del fratello. Oppure gliel’ha regalato la fidanzata.

Nulla di tutto questo. Era soltanto uno stupido borsalino nero, comprato in una bancarella dell’usato.

Forse allora aveva un grande valore, forse il tessuto lo rendeva speciale. Forse quel cappello, comprato per due soldi, si è rivelato valere molto di più. Purtroppo no, quel cappello valeva quanto è stato pagato. Forse meno.

Ma allora perché quello stupido borsalino nero era tanto speciale?

Quello stupido borsalino nero era tanto speciale perché era il mio stupido borsalino nero.

«Tutto qua?» direte voi «allora è una questione di principio».

Magari. Lasciatemi finire.

E anche perché nella fodera interna c’era un biglietto del Superenalotto da 150 milioni di euro.

Siete rimasti basiti, eh? Lo so, ci sono rimasto anche io quando l’ho scoperto.

Se solo non avessi comprato quel biglietto… ancora adesso ricordo i numero giocati: 3 21 44 16 37 15, più il jolly 67. Non avessi indovinato almeno il jolly.

Eppure non sono uno che compra un biglietto al giorno, sperando che prima o poi la sorte gli sorrida. Pensate, anzi, che io non avevo mai giocato prima, non sapevo nemmeno come si facesse. Però sentivo che quella era una giornata fortunata.

L’ho capito appena alzato. A voi non è mai capitato?

È una sensazione bellissima, ti senti immortale. Avrei potuto attraversare l’autostrada bendato e non mi sarebbe capitato nulla. Se solo lo avessi fatto! Invece giocai al Superenalotto.

Quella mattina, insieme alle sigarette e al Corriere, chiesi al tabaccaio: «quanto costa un biglietto del Superenalotto?».

«50 cent una serie di numeri».

«Mi dia un biglietto».

Allora, ho cominciato a riempire i pallini dei primi numeri che mi venivano in mente. Non ho scritto l’età, la data di nascita di mia moglie e il numero civico della mia via come tanti altri. Ho scritto proprio numeri a caso.

In verità non mi interessava nemmeno così tanto vincere.

Io non credo ai fantasmi, non credo all’astrologia e non credo al Superenalotto. Sapevo di non vincere, mi piaceva essere cullato da quella sicurezza.

«Ma perché hai comprato quel biglietto?», direte sempre voi. Era la mia giornata, volevo sfidarla, metterla alla prova.

Certo, non mi aspettavo raccogliesse la sfida.

Il tabaccaio mi consegnò la ricevuta. Non sapevo dove metterla, così la misi nella fodera interna del cappello. Lì

per lì mi è sembrata una scelta ovvia, nelle tasche si sarebbe rotta o rovinata.

Passarono i giorni e io mi dimenticai del biglietto. Mi alzavo, andavo in ufficio, tornavo a casa e mi addormentavo la sera guardando la tv. Ogni giorno compivo gli stessi riti, senza che nessun fatto o notizia rompesse la fragile teca in cui era rinchiusa la mia vita e che mi garantiva un’assoluta tranquillità.

I discorsi che sentivo fare al bar o dai miei colleghi al lavoro erano sempre gli stessi. Tutti mi rivolgevano le stesse domande: sai come è finito il derby? La famiglia come sta?

Tutto bene le tue vacanze? Ma si è scoperto chi ha vinto al Superenalotto? Hai sentito del tornado in America?

Sempre, le stesse domande.

Aspetta. Come era la quarta?

Quella delle vacanze?

No, quella dopo.

Chi ha vinto al Superenalotto?

Quella.

«Qualcuno ha vinto il superpremio al Superenalotto?», chiesi ad un mio collega.

«Non lo sai? È da una settimana che i telegiornali non parlano d’altro. Qualcuno ha vinto 150 milioni al Superenalotto, e sembra che abbia comprato il biglietto dal tabaccaio, quà, all’angolo».

«Come dal tabaccaio qua all’angolo?»

«Pazzesco, eh? Pensa che avremmo potuto essere noi, Gaston! Strana la vita, eh?»

Il mio collega Giovanni mi diede una pacca sulla spalla, sorridendo.

Strana la vita, un cazzo! Giuro, pensavo di rimanerci secco.

Il cuore mi batteva a mille, le mani mi sudavano.

Corsi nel mio ufficio, mi sedetti. Bevvi un sorso dalla bottiglietta d’acqua appoggiata sopra la scrivania.

Non posso essere io, chissà in quanti hanno comprato un biglietto al tabaccaio qua all’angolo. È inutile farsi problemi, mi dicevo. Però il dubbio non se ne andava. Non riuscivo a lavorare, l’idea che quel biglietto potesse essere il mio mi assillava. Uscii dall’ufficio, ritornai dal collega di prima.

«Giovanni, hai mica il giornale di oggi?»

«È sul tavolo».

«Grazie, te lo riporto subito».

Ritornai al mio ufficio. Cercai l’articolo che parlava del vincitore misterioso. Con gli occhi trovai i numeri del biglietto. 3 21 44 16 37 15, jolly 67.

Porca puttana.

Scusate, ma penso che pure l’uomo più educato del mondo, il quale scopre che tutti i numeri vincenti del Superenalotto sono gli stessi che ha giocato lui, abbia la mia stessa reazione.

Fu in quel momento che guardai istintivamente, alzando gli occhi dal giornale, sull’attaccapanni. E in quel momento mi accorsi che il mio borsalino nero, comprato a un mercatino dell’usato e in cui io avevo messo quel fottuto biglietto vincente, era sparito.

Sparito, rubato, perso. Non c’era più.

Strana la vita, eh?

Strana un cazzo.

Mi chiamo Gaston Barloit e mi hanno rubato il cappello; ma questo forse lo sapete già. Era un borsalino nero, come quello dei gangster dell’America anni ’30.

Anche questo lo sapete già? Bene. Ma ancora non sapete che quel giorno io scoprii chi aveva rubato il mio cappello: lo vidi dalla finestra del mio ufficio. Mi affacciai ed eccolo lì. L’uomo stava attraversando veloce le strisce pedonali per raggiungere il lato opposto della strada. E sulla testa, il mio borsalino nero.

E quando si voltò indietro, allora riconobbi il volto.

Quell’uomo era Giovanni.

Ma come era possibile che lui avesse il mio cappello? E soprattutto, come poteva sapere che nella fodera interna del mio cappello c’era un biglietto che valeva 150 milioni di euro?

Probabilmente, pensai, si era insospettito quando gli avevo chiesto il giornale, mi aveva seguito e mi aveva spiato da dietro la porta del mio ufficio. Anzi, probabilmente si era insospettito fin da quando aveva notato la mia reazione alla notizia del vincitore misterioso del Superenalotto.

Fatto sta che dalla finestra del mio ufficio lo vidi che attraversava la strada, e sulla testa aveva il mio borsalino nero.

Scattai subito verso la porta, presi il cappotto e mi fiondai nel corridoio. Raggiunto l’ascensore premetti una, due, tre volte il tasto di chiamata, ma quello non voleva saperne di venire su. Allora scesi precipitosamente la rampa di scale, cercando, intanto, di infilare le braccia nelle maniche del cappotto. Sentii una donna che urlava il mio nome, ma non mi interessava, dovevo assolutamente raggiungere Giovanni.

Uscii dall’edificio e attraversai subito le strisce pedonali, senza aspettare che il semaforo diventasse verde. Una valanga di clacson mi sommerse, insieme alle urla inferocite degli automobilisti. Raggiunsi miracolosamente illeso l’altro lato della strada e girai subito l’angolo, dove credevo fosse andato?

Dopo dieci metri dovetti fermarmi per riprendere fiato: la milza mi stava uccidendo dal dolore e sentivo il cuore martellarmi nelle tempie. Alzai la testa, e continuando a riprendere fiato mi guardai intorno. Dove poteva essere andato Giovanni? A quel punto vidi un barbone a lato della strada, e mi dissi che lui doveva averlo visto per forza, se Giovanni fosse passato per di lì.

«Ehi tu…», non volevo chiamarlo “barbone”, anche se in quel momento non mi veniva in mente un appellativo migliore.

«Dici a me?», disse l’uomo, alzando gli occhi verso l’alto.

«Hai mica visto passare di fretta un uomo con un cappello?».

«Vedo passare di fretta un sacco di uomini con il cappello».

In effetti non aveva tutti i torti, pensai, ma quello non era il momento di giochetti linguistici. Del resto ogni minuto perso era una possibilità in meno di ritrovare Giovanni. «Ma questo è appena passato! E il cappello dell’uomo è un borsalino nero».

«E cosa diavolo è un borsalino nero?»

«Hai presente i cappelli dei gangster americani?»

«Tipo quelli de “Il Padrino”?»

«Tipo quelli».

L’uomo si grattò la testa squadrandomi.

«Se te lo dico, io cosa ci guadagno?»

«Ci guadagni due bigliettoni da 50 euro».

«Allora ne vale sicuramente il doppio».

Pure il barbone con il talento degli affari, doveva capitarmi.

Ma tanto tra poco sarei stato milionario, un po’ di beneficenza potevo anche farla.

«Va bene, ti scrivo un assegno», feci il gesto di prendere il portafoglio. «Ma tu dimmi dove è andato quell’uomo!»

«Vai sempre dritto e gira la seconda a destra. Mi sembra avergli sentito dire che stava andando a mangiare da un certo ristorante, Cornu qualcosa…»

«La Cornucopia», dissi io. «Tieni i tuoi soldi, io vado a riprendermi il mio cappello».

Lasciai il barbone a guardare la filigrana dell’assegno e ricominciai a correre.

E pensare che mia moglie diceva che era stupido tenere il blocchetto degli assegni del mio vecchio conto in banca.

«Tanto è chiuso» mi diceva «Cosa te ne fai?».

Ora potrò avere una risposta da darle, pensai.

Presi la prima a destra. Sì, lo so che quell’uomo mi aveva detto seconda a destra, ma io conoscevo quel ristorante e conoscevo anche una scorciatoia per arrivarci. Girai di nuovo a sinistra e mi infilai per una piccola strettoia. Quasi sbattei con un uomo che portava delle casse di pesce, che imprecò, ma riuscii a raggiungere il piazzale che precedeva l’entrata del ristorante. Alzai gli occhi verso la scritta rossa dell’insegna: “Ristorante La Cornucopia”.

Mi girai e lo vidi. Giovanni si stava dirigendo verso il ristorante. E in testa aveva ancora il mio borsalino nero.

Lo picchiai. Mi dispiace, ma lo feci. Un cazzotto in piena faccia. Non avevo mai picchiato nessuno prima e provai un dolore atroce. Pensavo mi si fosse spezzata una mano; a pensarci, il pugno mi fa male ancora oggi. Certo che in un attimo Giovanni si ritrovò a terra sanguinante.

«Ma che ti salta in testa, Gaston? Mi hai rotto il naso!»

«Te lo sei voluto. Avanti, dammi il biglietto, Giovanni».

«Quale biglietto?». Tutto a un tratto ebbi voglia di tirargli un altro pugno.

«Come quale biglietto? Quello da 150 milioni di euro che è nella fodera del mio cappello, che tu prontamente mi hai rubato».

«Biglietto vincente? Il tuo cappello? Ma di cosa stai parlando Gaston? Ah, che male…»

Giovanni cercò di rialzarsi e di asciugarsi il sangue che usciva copioso dal suo naso.

«Non negare, bastardo!», gli strappai dalla testa il cappello e gli mostrai le iniziali che avevo fatto cucire sul lato.

«Scusa, pensavo fosse il mio! Devo averli scambiati!»

«Lo so bene che il tuo è blu, non arrampicarti sugli specchi».

«Blu scuro! Lo giuro, non l’ho fatto a posta! Andavo di fretta e… e ho preso il primo cappello che c’era sul tavolo delle segreteria! Pensavo fosse il mio, invece devo averlo confuso».

«Il mio cappello era nel mio ufficio!»

«Ma se ti ho visto io che lo appoggiavi in segreteria mentre parlavi con me!»

A questo non avevo pensato. Un dubbio si insinuò tra le mie certezze; Giovanni forse stava dicendo la verità, perché ora non ero più tanto sicuro del dove avessi appoggiato il mio cappello. Ma non era quello l’importante, quello che era importante era ritrovare il biglietto. Dopo ne avrei potute pagare tre di plastiche nasali, a Giovanni.

C’era solo un modo per scoprire se Giovanni stesse dicendo la verità. Girai il cappello e…

E non c’era nulla. Lo girai e rigirai, lo strappai con forza per cercare dove fosse il biglietto. Ma questo non c’era più.

«Dove lo hai messo?»

Giovanni mi guardò terrorizzato. Leggevo la paura nei suoi occhi, e la pelle del suo viso sembrava, ora, quella di un morto.

«Gaston… io non sapevo…», disse con voce tremante.

«Ti ho chiesto dove è andato a finire quel biglietto» dissi con calma, sforzandomi di restare calmo.

«Gaston… Io non pensavo fosse il tuo cappello… Ho trovato questo biglietto e…»

«E…?»

«E l’ho dato a quel barbone sulla strada… non pensavo fosse quello vincente, Gaston! Se lo avessi saputo te lo avrei riportato subito!»

«Perché lo hai fatto?»

«Io…io pensavo fosse un bel gesto». Giovanni deglutì. Il suo respiro si era fatto più affannoso.

«Un bel gesto…», mormorai io, «un bel gesto…»

Dalla tasca del cappotto, tirai fuori la pistola e sparai.

Mi chiamo Gaston Barloit e ho perso il mio cappello. A dire il vero, il mio cappello l’ho ritrovato, ma l’ho ridotto a pezzi. Ma non è questo che voi volete sapere. Volete sapere perché avevo una pistola, volete sapere perché ho sparato e volete sapere se Giovanni si è salvato.

Sì, si è salvato. L’ho colpito sulla gamba destra, la pallottola gli è stata levata e tra due settimane starà meglio di prima.

Avevo la pistola perché spesso vado al poligono di tiro. Il giorno prima me l’ero dimenticata nella tasca della giacca.

Non mi era mai successo prima.

Ah, perché ho sparato? Perché ero incazzato.

Volete anche sapere del barbone, vero? Bé, come potrete dedurre, non è più un barbone. Quel bastardo si è comprato un isola del pacifico, ci ha fatto costruire una villa e ora vive là, coccolato da bellissime donne sotto l’ombra di floride palme, magari sorseggiando del succo di cocco.

I giornali hanno continuato per settimane a parlare della sua vincita.

“Un vagabondo re del mondo” – “150 milioni di euro vinti da un clochard” – “Dai bidoni ai milioni”.

Non ce la facevo nemmeno a vederli, i giornali, senza che non mi venisse una forte nausea. Ci ho pensato mille volte: se gli avessi dato un assegno coperto, oppure se gli avessi dato direttamente i contanti, magari sarebbe finita diversamente.

Forse è stata la punizione per la mia azione. Forse, chi lo sa?

«Gaston, la cena».

Da sotto la porta mi passarono il vassoio con il cibo.

«Grazie», risposi io.

«Guarda che è arrivato un pacco per te. Te lo passo sotto la porta?»

«Un pacco per me?»

«Sì. Non ti preoccupare, non è una torta con la lima dentro», disse il secondino ridendo. Poi, fece scivolare il pacco dalla piccola apertura in basso della porta per la quale aveva fatto passare il vassoio.

Era un pacco incartato con della carta da regalo rossa.

Strappai la carta, e trovai una scatola bianca. Mi misi sull’unico rettangolo di luce della cella, per vedere meglio; aprii la scatola e guardai il contenuto.

Dentro c’era un cappello. Per l’esattezza, un borsalino nero.

Lo tirai fuori. Lo girai e rigirai e infine, lo provai.

Poi guardai meglio nella scatola. Sul fondo c’era una lettera.

Poche parole, scritte velocemente.

“Ciao Gaston, ho pensato che un pensierino ti avrebbe fatto piacere, spero ti piaccia. E non prendertela troppo, Gaston. Uno volta vince uno, una volta vince l’altro. Il destino è così. Questa volta ho vinto io, la prossima, magari, toccherà a te. Così è la vita. Con affetto, il tuo barbone preferito”.

La lettera si accartocciò nel mio pugno.

Così è la vita…

Così la vita, un cazzo.

Mi veniva da pensare, ma guardando il borsalino nero non pensai altro che: «Bè, alla fine, almeno ho riavuto il mio cappello».