I tre diari_Giorgia Spurio, Ascoli Piceno

_Menzione Giuria diciottesima edizione Premio Energheia 2012.

11 marzo 2011

Città di Mito – Ore 6.00

Il sole prende il tepore e la purezza che ha la neve sul monte Fuji.

Oramai è un’abitudine svegliarsi presto la mattina.

Poter dire a mia moglie: “Suki yo”.

Ed avere da un suo tenero sorriso la risposta: “Ti amo anch’io”.

Scosto delicatamente la porta che separa la mia sembianza alla figura e al respiro di mio figlio. Nella sua culla dorme, con quei suoi occhi a mandorla, belli come quelli di sua madre. Perché il tempo sembra fermarsi, allora mi avvicino, per dargli carezze e rubare incubi al suo sonno. Lo bacio, allungo il collo e lo sfioro, solo in questo modo ho la scusa per poter portare via con me quel suo odore di latte, e tenerlo stretto per tutta la giornata.

Ho il tempo di un caffè prima del treno. Sì, il mio caffè, l’unico vizio italiano che mi è rimasto lavorando qui in Giappone. Dopo l’ultimo sorso, impugno la maniglia della porta, e sospiro pensando che solo alla sera sarò di nuovo a casa. La mia meta, ogni giorno, è l’università posta a Kashiwa, nella prefettura di Chiba. Lì insegno italiano. Sto per chiudere la porta quando Akemi, mia moglie, mi chiama: “Marco!” La guardo sorpreso, avvolta nella seta della sua vestaglia. Mi sorride con in mano la mia agenda. Senza che voci separino le nostre anime, ci avviciniamo, come calamite che da poli lontani si ritrovano finalmente a contatto.

Prendo la mia agenda, mentre le sue ciglia nere, umide, luminose, si socchiudono guardandomi. È il tocco della sua pelle e delle sue labbra, ancora capaci di rendermi timido e di farmi rabbrividire, che mi rende ogni giorno felice del suo amore. Quale bacio più bello è quello di ogni mattino, prima della partenza, ed esser consapevole, che alla sera, quella donna, unico amore che da sempre ho cercato, è lì, di nuovo, come ad ogni crepuscolo, pronta ad attendermi con in braccio nostro figlio.    La saluto, stringendola forte tra le braccia, purtroppo i treni rispettano solo gli orari, e non le esigenze delle ombre che ci portiamo dietro dalla nascita.

Ed è così che mi dirigo alla stazione della ferrovia, tra la nebbia delle strade e i petali che il ciliegio dei viali tenta di far fiorire, anche se l’inverno si ostina a non voler lasciare posto alla primavera.

 

Città di Sendai – ore 8.00

La sveglia ha il suono di un trattore lontano. Nascondo la testa sotto il cuscino pur di non sentirla. Allungo il braccio, ma l’unica conseguenza non prevista è stata farla cadere, mentre continua a rompere l’aria intorno. La mamma è sveglia da un pezzo. Si sente profumo di focaccine che, a me e mia sorella piacciono tanto, mentre l’odore appetitoso del riso e dell’uovo, riesce a filtrare ogni fessura ed è capace di far resuscitare i morti. “Keisuke, farai tardi a scuola”- grida la mamma dalla cucina.

Mi sveglio. Ho le palpebre ancora attaccate agli occhi, e intravedo la stanza che accoglie me e il mio letto. Il grande pupazzo blu a forma di orso mi guarda con le sue pupille stralunate. Anche lui vorrebbe dirmi che è ora di alzarsi.

Corro a lavarmi e vestirmi, e come un lampo scendo giù. La mia sorellina Harumi stringe forte la sua bambola, mentre ha già finito la sua porzione, lo si può notare anche dal suo viso sporco, ogni briciola è rimasta come testimonianza sulla sua bocca. “Keisuke, la mamma ha cucinato tante cose buone oggi!”- esclama.

Annuisco contento e do un bacio alla mamma.

Ha i capelli raccolti da un nastro. I suoi capelli sono neri e soffici, infatti quando mi addormento sul divano, a fianco a lei, adoro spalancare i palmi delle mie mani, e solleticarli lungo le punte delle sue lunghe ciocche scure. “Si, oggi il fratellino non tornerà per pranzo, ha l’allenamento. Le gare si avvicinano”- afferma la mamma sorridendomi, e scompigliandomi i capelli. Quando sorride si notano le sue fossette formarsi e le sue guance candide si coloriscono, fino ad arrossirsi anche gli zigomi. Deglutisco ogni cosa di buono, e prima di correre alla fermata dello scuolabus, abbraccio forte la mia mamma. Sarà lunga la giornata.

A otto anni sono già cintura blu-marrone a karate. Il maestro dice che sono molto bravo, e confida molto in me. E anche io voglio vincere le gare che vengono organizzate tra le varie palestre.

Sospiro, mentre salgo. Mihoko si siede vicino a me, mi dice che ieri è stata dai nonni. Si è divertita molto giocando con un cucciolo. L’ascolto attentamente, mentre le sue trecce dondolano ogni volta che scuote la testa. Ha perso l’altro incisivo questo fine settimana, è bellissima quando sorride, anche perché le lentiggini che ha sul naso sembrano disegnare una costellazione. All’improvviso, quasi di nascosto, apre il suo zaino rosa, e da lì tira fuori un involucro ben avvolto.

“È un pezzo di torta. Ieri è stato il mio compleanno, e ho pensato di portartene un pezzo!” – afferma ridendo.

“È al cioccolato! Sono sicura che ti piacerà moltissimo!” – continua a dirmi.

I suoi occhi risplendono mentre il sole fa capolino tra le nubi.

Le sorrido e la ringrazio. Mihoko è una bimba dolcissima, e posso dichiarare con sicurezza che è la mia migliore amica.

Quando scendiamo dal pulmino, la campanella della scuola è già pronta a battezzare le nostre orecchie. Ci sediamo vicini, io e Mihoko, siamo compagni di banco. E nessuna cosa al mondo potrà mai separarci.

 

Città di Tokyo – ore 9.00

La città è in continuo fermento. La metro ospita i suoi viandanti, la pubblicità è su ogni schermo che si specchia sulle finestre dei grandi grattacieli. Laila dorme.

I suoi capelli castani hanno riflessi dorati, mentre accosto la tenda, e un poco faccio scendere la luce del giorno dentro il nostro piccolo, ma accogliente, monolocale.

Le preparo la colazione, mentre continua pacifica a dormire.

Adoro osservarla, ammirare la perfezione dei suoi piccoli seni tondi, notare le curve delle lenzuola che la braccano con cura e morbidezza. I turni nel pub la fanno tornare sempre stanca. È proprio lì che l’ho conosciuta. Ero in giro, così una sera, tra amiche. Laila ci servì, e il suo modo di essere spiritosa e intrigante riuscì a ipnotizzarmi. Fu lei a corteggiarmi. Io così timida, mi sentivo così incapace.

E non capii all’inizio come una ragazza così bella, potesse voler conoscere una nullità come me. Laila veniva da una famiglia disastrata. La mamma canadese si innamorò di un giovine, durante un viaggio in Giappone.

Il ragazzo morì prima ancora di poter conoscere sua figlia, a causa di un incidente stradale. Da allora sua madre non si riprese. Non faceva altro che viaggi per il mondo, cercando di dimenticare suo marito, lasciando la piccola Laila ai nonni paterni.

Quando Laila ebbe compiuto il diciottesimo anno di età, la madre decise di non tornare mai più dal Canada, volle fossilizzarsi nella casa della sua famiglia.

Da allora Laila non vede più sua madre, non ha voluto mai andare a trovarla. Si rifiuta categoricamente. Ma perso presto anche i suoi nonni, e potendo poi contare solo su una zia che ogni tanto veniva a vedere come stesse, regalandole qualche soldo dei suoi risparmi.

Il suo talento musicale si bloccò, esitando ogni scommessa discografica e limitandosi a cantare in qualche band, e racimolando soldi nei bar o nei ristoranti come cameriera.

È questa la mia Laila. Una bomba sexy che sa prepararti cocktail alcolici alla sera, un’impeccabile cameriera di un ristorante di lusso durante il giorno. Una cantante punk durante i concerti delle band che non possono fare a meno della sua voce, una chitarrista che canta le sue composizioni solo per me, prima di andare a dormire.

La guardo ancora estasiata, poi mi preparo per andare all’università. Sul fuoco è quasi tutto pronto da mangiare.  “Tsuya, sei in bagno?”- grida, con la voce ancora impastata     dal sonno, Laila, mentre con gli occhi chiusi mi cerca sul letto e con le narici assapora l’anticamera del piacere della prima colazione.

“Mi infilo in doccia! Intanto è tutto pronto sui fornelli!” – le dico premurosa.

Mi lego i capelli, e mi osservo per un attimo allo specchio.

A volte si ha la sensazione di essere davanti a un’estranea, se solo non sapessi che quel riflesso sei te stessa. La scarsa autostima sa come avvinghiarti, salendo su per le cosce, fino agli occhi, manifestandoti ogni difetto fisico, dovuto dovuto a quella fragile psicologia che difficilmente non influenza i biasimi e le esitazioni. Chiudo le palpebre, scrollando via ogni pensiero, cercando il calore del vapore ed entrando in doccia che mentre mi accoglie il tepore dell’acqua, che scivola lenta lungo la schiena e i seni inturgiditi.

E all’uscita mi avvolgo nel suo accappatoio. Adoro il suo profumo, e portar via con me l’odore della pelle di Laila.

“Tesoro, hai dormito bene?” – mi chiede spalancando i suoi occhi verdi. Sembra che gli dèi abbiano voluto rubare due smeraldi unici e rari, per poi regalarli a lei, alla sua beltà.

“Non detestarmi, stanotte mi sono svegliata, e non riuscivo a star ferma, e inoltre facevo incubi” – continua lei.

Mi avvicino, accarezzandole la bocca con il mio dito indice, in segno di far silenzio.

“Io ho dormito benissimo. Piuttosto mi preoccupo del perché dei tuoi incubi”- sussurro.

Mi guarda. Un attimo intenso, mi blocca solo fissandomi.

Ogni volta mi fa salire il calore del corpo alle stelle, e il cuore batte così forte, che sembra voler uscire, e scappare via, non di certo per paura, tuttavia per la grande gioia.

“Sai, vero, perché ti amo? Non smetterò mai di amare la tua dolcezza” – mi confida.

Ed è così che ogni mattina nasce il nostro bacio, tenero, sincero, passionale.

E prima che la pausa pranzo delle ore 16.00 possa farci ricongiungere, ci salutiamo accarezzandoci e cullandoci tra limbi creati perfettamente, per le nostre anime incolori, in cerca di luce.

 

Città di Kashiwa – ore 12.00

Il treno mi aveva lasciato alle ore 7.30 alla solita fermata.

Ragazzi che corrono a lezione, professori impeccabili in cravatta e camicia, e sul naso gli occhiali da vista, con sotto il braccio un giornale.

Ho sorriso guardandoli, mentre camminavo lentamente e ammiravo gli alberi, imponenti e curvi come giganti dimenticati.

Le loro lunghe braccia sono ora rami, che sembrano sostenere l’atmosfera e il cielo, lì dove convergono tutti i nostri pensieri, sogni, desideri evaporati fin lassù, all’estremità dell’universo.

L’università mi ha accolto come ogni mattina, con convenevoli e saluti.

Qualche collega mi ha fermato per scambiare qualche idea e discuterne.

Dopodiché l’aula. Tutti gli occhi sono puntati su di me. I ragazzi pendono dalle mie labbra e sorridono al suono affascinante della lingua italiana. Eppure sono io che ogni volta mi incanto ad ascoltare loro, i suoni del kanji e la voce unica dell’oriente. Mi paralizzo alle ninne nanne che armonizza mia moglie con in braccio il piccolo Ryuichi. Ma cerco di scrollare ogni meraviglia, ricordando la mia Italia.

Gli studenti sono pronti ad ascoltarmi, vogliono vivere ciò che io posso raccontare. E il vero insegnamento sarà sempre ciò che più si riesce a trasmettere.

Dopo il saluto e i complimenti, i ragazzi mi lasciano solo sorridendomi.

Osservo che piano l’aula si svuota fino a lasciare il silenzio.

Si potrebbe addirittura sentire un lieve scricchiolio provenire da fuori.

Guardo le postazioni abbandonate, e alzando le spalle riprendo la mia valigetta per dirigermi al solito ristorante.

La dolce Emiko, una signora di cinquant’anni, aiutata al lavoro dai suoi cinque figli, tutti maschi e tutti ben robusti, mi accoglie con gentilezza e euforia.

Sa che mangerò ramen. Strilla ai figli e li affretta a servirmi, mentre si accomoda vicino a me, chiedendomi di Roma e Venezia.

Ogni giorno mi trovo a raccontarle le meraviglie di una qualche città d’arte, che sia Firenze o Napoli, probabilmente anche paesi, che per quanto italiano, non ho avuto tempo di visitare.

È così simpatica, mi guarda con i suoi occhietti vispi e lucenti, e a volte mi son trovato nella situazione di inventare, pur di non deludere la sua immaginazione.

Finalmente è pronto il ramen, mi volto alla finestra solo un attimo, il tempo cambia, sembra che il grigio del cielo voglia materializzarsi, e una sensazione di disagio si impossessa del mio spirito, come un brivido giù, per la schiena.

Ma è solo una sensazione… E addento le tagliatelle dal brodo.

 

Città di Sendai – ore 13.00

Quando la scuola smette di alimentarci con libri, è ora del pranzo.

Mihoko mi prende per mano, ammetto di arrossire, e mi fa sedere vicino a lei.

Arriccia il naso mentre sorride.

“Sento un buon odore di tutto, sai, Keisuke!” – confessa.

“Io ho tanta fame, mangerei di tutto oggi” – le dico.

“Ramen!”- all’improvviso esclamano tutti i bambini

È una rarità che ci venga offerto questo piatto. È talmente ricco di ingredienti, che difficilmente la mensa scolastica decide di placare i piaceri del nostro palato.

“Che cosa farai oggi, Keisuke?” – mi domanda Mihoko.

“Ho l’allenamento! Ci stiamo preparando alle gare organizzate dalle palestre”.

Mihoko mi sorride ancora, arricciando quel nasino grazioso di lentiggini.

“Sai, Keisuke, tu sei forte, sei bravo in tutto!” – mi confida.

L’ascolto meravigliato.

“Sei l’amico a cui vorrò sempre bene!” – mi dice stringendomi il braccio, e regalandomi la rondella di kamaboko, che è nel suo piatto.

Adoro il sapore di pesce del kamaboko, di solito ce ne è sempre una rondella colorata per ogni ramen.

E Mihoko mi regala il suo.

Le sorrido: “Grazie, Mihoko, tu sarai per sempre l’amica più dolce”.

 

Città di Tokyo – ore 13.30

Il professore di italiano è veramente un bel ragazzo, penso fra me e me.

Ero andata a Kashiwa per ascoltare una lezione dedicata agli autori italiani.

Tutti i miei amici mi avevano parlato di un bellissimo corso, tenuto da un giovane professore di lingua madre.

La faccenda mi aveva incuriosito, così ho preso il treno per dirigermi al campus.

Ora sto tornando a Tokyo.

Laila starà servendo quei grassi banchieri che si fermano a mangiare presso il ristorante che le offre lavoro.

Sono sicura che molti di loro vorrebbero invitarla a cena, vorrebbero conoscere meglio quella meravigliosa creatura che con grazia e virtù, ma soprattutto orgoglio, serve gli ospiti.

Confesso di esser gelosa.

Sapere che una persona così bella come Laila si possa esser innamorata di me, mi sconvolge, ma sapere che qualcuno possa portarmela via, mi fa ancora più male.

Eppure dovrei avere fiducia, perché so che lei pensa solo a me.

A volte mi manda dolci sms, anche solo accompagnati da uno smile, perché lei sa che ho bisogno di sentirla vicina.

Sa tutte le mie incertezze che sfociano nella paura folle di rimanere sola.

Laila non ha mai avuto che fidanzate, rispetto a me, invece, che vengo da una storia turbolenta con un ragazzo possessivo e isterico.

Non avrei mai immaginato che potessi amare con tutta me stessa, la mia anima e il mio corpo, un’altra donna.

Mio nonno mi diceva che gli angeli non hanno sesso, ed è così che mi parlava dell’Amore.

E queste parole hanno riecheggiato nella mia mente, quando Laila mi sfiorò le labbra della bocca per la prima volta.

Il fruscio del suo vestito bianco sfiorò la cupa autostima che indietreggiava all’interno della mia psiche.

Fu lei ad amarmi, a volermi sincera così come io sono, senza maschera, ma completamente avvolta dalle mie insicurezze.

“Presto finirò per morire di ebbrezza, sarò ubriaca del tuo timido sorriso” – mi bisbigliò quella sera stessa.

Ed io non aspettai di dir nulla. Odio le parole quando c’è il silenzio del suono dei cuori.

Avevo voglia semplicemente di accoccolarmi, vicino a lei.

E la penso ora… con i capelli legati, e la sua nuca scoperta, in cerca di baci.

Appena scenderò dal treno, andrò al ristorante dove lavora.

Correrò da lei, e la bacerò, senza vergogna, davanti a tutti.

 

Città di Kashiwa – ore 14.45

Prima di rientrare per un’altra lezione, prima che il tempo risucchi le emozioni, mi piace accoccolarmi su di una panchina, con una tazza di caffè americano, dove affogare le tristezze.

Guardo sul cellulare la foto di noi tre, sì, di mia moglie stretta al mio braccio, e del mio piccolo, posto sul mio petto.

Ho conosciuto Akemi in Italia, è stata lei a trovare me.

Si perse per la città mentre cercava tesori nascosti, che archeologi tedeschi non avevano ancora scoperto. Aveva gli occhi grandi delle bambine, con la stessa luce, e le guance candide, e quel sorriso che mi incatenò al matrimonio.

Sospiro, come un eroe greco dopo lo scontro decisivo.

Non potrei mai immaginare, che la vera battaglia possa iniziare all’improvviso, adesso, con la terra che trema, con le urla delle persone.

L’albero sembra volersi spezzare e cadermi addosso.

Ci alziamo tutti dalla panchine, mentre guardiamo le case lontane tremare.

“Akemi, Ryuchi” – non riesco nemmeno a gridare il loro nome.

Sono troppo lontani, troppo.

Lascio tutto, e corro. Verso la stazione, per quanto la terra mi faccia cadere, spostando i miei piedi dalle mie gambe.

Per quanto mi grideranno pazzo, e mi legheranno, perché nessun treno partirà, nessuno.

Corro, Akemi, corro da te.

 

Città di Sendai – ore 14.45

Chi lo avrebbe pensato.

Mihoko mi ha regalato un fiore, un fiore bellissimo. Mi ha detto che mi porterà fortuna, mi ha detto che vincerò le gare e sarò il più forte.

Lo stringo tra le mani, poi lo lego insieme alla mia cinta, blu-marrone, poi il katà, una sequenza di mosse, di scatti e concentrazione, che portano il complimento da parte del mio maestro.

Se avessi avuto un padre, se lo avessi conosciuto, lo immagino come lui, alto e snello, muscoloso, ma soprattutto apprensivo.

Sogno ogni notte che lui e la mia mamma si incontrino, e che io e Harumi possiamo avere anche noi un papà con cui legare gli aquiloni e andare alle feste dove si possono pescare i pesciolini.

Faccio l’inchino, con apparente calma che nasconde la grande euforia dovuta dal complimento del maestro.

Curvo la schiena, i piedi sono a contatto con il legno caldo del pavimento.

Non posso nemmeno alzare il collo. Non avrei mai immaginato che la realtà fosse più brutta dei mostri che mi visitano di notte durante gli incubi, che il panico potesse bloccarmi le gambe. Un boato, come se un gigante si risvegliasse dalle profondità marine. La palestra trema, le insegne cadono, i lampadari pendono giù.

Le colonne crollano, i bambini, gli altri bambini urlano.

Il maestro ci grida di correre fuori.

Non riesco, non riesco a muovermi.

“Keisuke!” – è il maestro che mi chiama.

E mi domando perché il cielo bombarda le nostre case, perché dal mare ha iniziato a tremare il terreno. “Keisuke!”

Crolla tutto, anche il tetto.

E sono le lentiggini di Mihoko che mi sorridono, il ricordo che mi porto dietro stringendo il suo fiore.

 

Città di Tokyo – ore 14.45

Quando scendo alla stazione, mi accorgo che gli uccelli si spostano in volo, miriadi di stormi che si strappano via dai loro nidi. Il capo ferroviere mi saluta come sempre, conosco lui e il suo cane.

Hachiko non scodinzola vedendomi, è alquanto irrequieto.

Mi fermo a parlare con il suo padrone, quando è l’abisso chiuso tra le viscere del pianeta, che sembra voler ribellarsi, e salire su, per impadronirsi delle nostre cose, del nostro dolore, e delle nostre felicità.

Mi inginocchio a terra abbracciandomi alla borsa.

È l’ennesimo terremoto, violento, di una rabbia sovrumana che non ricordo da quando ero piccola.

Le mie ossa sono scosse, mi sento immersa all’interno di un frullatore, che un qualche dio si è divertito ad accendere.

Laila è nel ristorante, saranno caduti i piatti, e i bicchieri.

I grassi banchieri si saranno alzati per scappare fuori.

Siamo abituati ai terremoti, Laila sarà rimasta dentro, cercando di non far cadere ulteriori stoviglie per terra. Sarà già faticoso pulire i frammenti di vetro, sfuggiti all’attenzione dell’uomo.

Ed io… vorrei che finisse, per poter non aver l’imbarazzo di piangere.

 

Città di Mito – ore 17.00

È vero mi hanno maledetto, mi hanno chiamato pazzo.

Un tassista per esasperazione mi ha lasciato la sua auto.

Le tv, le radio, parlano di un’onda anomala di 10 metri.

Ed io sono corso alla mia casa, quella casetta di legno, di cui ora rimane nulla.         Ho gridato il suo nome, Akemi. Io, italiano che ancora non riesce a capacitarsi delle disgrazie umane, tanto meno delle catastrofi naturali. Ho percorso strade crepate, e dai ponti inagibili ho visto il mare che ha inghiottito la terra.

Akemi e Ryuchi, non erano lì, no, ho scavato, tolto le travi, non ho trovato i loro corpi.

Osservo lo scheletro della dimora. Seduto a una staccionata bianca che non vuole reggermi.

Devono essere vivi. Salvati per miracolo. Deve esser così, mentre prego a un Dio lontano.

L’erba del giardino piange la rugiada. O forse sono mie quelle lacrime.

“Marco?”

È la voce di Akemi. Ha in braccio il bambino.

Perché sembra che il cuore si spezzi dalla gioia quando ritrovi una persona con cui la vita ha l’unico suo vero senso?

L’abbraccio così forte, ho paura che sia un’allucinazione pronta a scivolarmi via.

Dietro di lei i fari di un’auto ci illumina. È la macchina di suo fratello.

E dove tutto è stato invaso, strade e case, ponti e aeroporti, diventiamo, se non ombre in controluce, come sembianze graziate dalla giornata, strette al freddo di questo inverno che ghiaccia l’agonia del mare.

 

Città di Sendai – ore 19.00

“Keisuke?”

È una vastità che non riesce a riempire i miei occhi, quando scorgo dal tetto in cui siamo rifugiati, il mare che si è appropriato delle finestre e delle porte, entrando e frugando tra i nostri pensieri nascosti nei cassetti, di quegli armadi, portati

via dalla corrente.

Mia sorella mi chiama. E al risveglio sento un forte mal di testa.

Il maestro mi accarezza la fronte.

“È solo un bernoccolo, starai bene!”

Pensare che mia madre sia qui, proprio vicino a lui. Non avrei immaginato che si sarebbero conosciuti in tale situazione.

“Keisuke! Come stai?” – riconosco quelle trecce brune e le lentiggini che ricoprono il naso.

Mihoko si scaraventa su di me, abbracciandomi forte: “Keisuke, non provare mai più a spaventarmi così!”

Piange Mihoko.

Mi stringe forte, lei.

Tanto forte.

Prendo le lacrime di Mihoko sulla mia mano.

“Te lo prometto” – le dico.

E di Mihoko avrò sempre il ricordo della sua testolina sul mio corpo fradicio e dolorante.

“Testone” – così mi dice Mihoko, mentre mi accorgo che il suo fiore senza petali, è ancora lì, legato alla mia cinta blumarrone.

 

Città di Tokyo – ore 22.00

Avevo corso, terminata la furia. Avevo ansimato, con la fitta al fianco sinistro.

Avevo urlato piangendo, mentre il mondo si era sgretolato.

Cercavo tra i mattoni caduti il ristorante di Laila, cercavo il verde dei suoi occhi che mi rassicuravano.

E all’improvviso era lì, materializzata dalle mie speranze.

Era sorpresa di vedermi, o forse il suo unico pensiero era il tormento che mi riguardava, talmente preoccupata che non avrebbe creduto alla mia immagine.

Ci siamo guardate, camminando lentamente una verso l’altra. Ed infine ho corso, con le lacrime agli occhi, per posare il viso tra i suoi seni.

Mi ha stretto forte: “Va tutto bene. È tutto finito” – mi ha sussurrato.

Le ho dato retta, e terminando di singhiozzare ho annuito come una bambina a cui si è rotto il suo giocattolo preferito.

Mi sono asciugata le gocce salate, che mi avevano rigato il viso dalle guance fin giù al collo.

“È tutto finito” – mi ha detto Laila – “Ci sono io ora, qui con te, ci sono io e non ti succederà mai nulla di male”.

Le sue dita leggere mi hanno sollevato il mento, e la sua bocca si è posata sulla mia, parlandomi senza voce di tutto il suo amore.

Ed ora, la luna ci illumina, nel buio del nostro monolocale, come se la luce fosse l’unica, angelica cosa che possa donare Dio, dopo la tragedia.

Laila mi chiama: “Non dormi?”

“No, la luce lunare mi distrae”.

“Come mai vuoi dare la colpa alla luna?”

La guardo mordendomi le labbra, e rincorrendo un pensiero che non vuole prodursi.

Poi, trovando le parole che discolpano la luna, le rispondo: “Il temere mi ha tolto il sonno”.

“Hai paura?” – mi domanda lei.

Scuoto la testa in segno negativo, mi rendo bugiarda addirittura a me stessa, rannicchiandomi contro il muro.

E la rassicuro: “No… te?”

Mi squadra, mi penetra con lo sguardo, sa sempre quando mento, lei conosce ogni cosa di me.

Si avvicina per abbracciarmi.

“Ricorda che sono qui per proteggerti”.

Il suo respiro caldo, che accarezza i miei occhi, mi tranquillizza: lei, che mi stringe tra le sue magre braccia, mi dà sollievo.

E mi addormento così, dolcemente, come il paradiso dopo l’inferno.