I piedi vanno dov’è il cuore.

– di Annamaria Gallone,
Presidente Premio Energheia Africa Teller V edizione_2005_

“A life half lived
Moments unshared
Prayers unanswered
Dreams shattered
Hopes unrealized
His life
His death
Hia last moments”

Sta scritto sull’epitaffio di Andrew, protagonista del racconto “Gli ultimi momenti” del Keniano Justus Kilonzi, vicnitore della quinta edizione del Premio Africa Teller.
Un epitaffio che mi sembra poter riassumere lo spirito dei più significativi tra i racconti che abbiamo letto, percorsi da un’angoscia più o meno sottile, dall’aspettativa di qualcosa a cui non si è ancora giunti o che non si è ancora arrivati ad ottenere.
Brani narrativi molo diversi tra loro, perché ciascuno dei giovani scrittori ha una propria identità, che è la solitudine. Questa solitudine, tuttavia, non è una limitazione/maledizione, perché dà loro la possibilità di guardarsi intorno in modo originale, con una prepotente urgenza di valicare i limiti geografico/linguistici verso una dimensione di letteratura meticcia dai confini sempre più labili sia culturali sia razziali. Una nuova letteratura che al tempo stesso si configura come possibile difesa dallo spettro del “genocidio culturale”.
Racconti ciascuno a modo suo interessanti: sicuramente più maturi dal punto di vista espressivo quelli di lingua inglese; più semplici e a volte ingenui quelli di lingua francese che trasmettono la voglia del raccontare, ma sembrano cercare un appiglio nella grande ricchezza favolistica della tradizione orale,s enza trovare la forza del “decollo”, senza capire che si può parlare dell’oggi senza tradire le proprie radici, superando i semplicismi didattici.
“Gli ultimi momenti”, ma anche “Il comune senso della giustizia” di Joseph Ng’Ang’a Gichumbi, “Pregiudizio nero” di Francio Matheka Muinde e “Vittima d’inganno” di Michael K. Macharia, si distinguono per la tensione narrativa, il legame concreto e diretto con le situazioni e l’elaborazione (molto spesso riuscita) di una scrittura adeguata, la capacità di “stringere” i fatti dentro una trama, di strutturarli narrativamente con particolare attenzione al ritmo, creando situazioni fortemente evocativo-visive.
Il brano di Justus Kilonzi, in particolare, mi ha colpita perché appunto molto visivo, con una sagace costruzione narrativa che fin dall’inizio ci fa presagire una tragedia incombente. Il lettore è colto da una pietà profonda e da una calda simpatia umana per Andrei: la sua solitudine che lo fa vivere in un “altrove” da cui è escluso, la sofferenza continuamente rimossa dalla lacerazione del proprio nucleo familiare, il ricordo dell’oppressione subita all’epoca della scuola, l’esigenza di partire per l’umiliazione del “non contare nulla…”.
Questi racconti, dopo i tanti anni che ho dedicato alla lettura delle sceneggiature dei cineasti africani, mi hanno colpito per la loro forma “cinematografica”, quasi “trattamenti” pronti da sviluppare in altrettante sceneggiature di lungo o cortometraggi. Mi piace pensare che sia possibile in un futuro prossimo incoraggiare collaborazioni tra scrittori che hanno saputo elaborare un linguaggio letterario “loro” e registi che a volte sono gli autori delle loro storie, spesso straordinarie per la ricchezza creativa del contenuto, ma molto fragili nella forma.
Per citare Remoti, i giovani scrittori ci rivelano “la ricchezza nascosta di potenzialità non ancora esperite, il fascino della trasgressione dell’ordine costituito dal pensiero, il richiamo di ciò che il caso, l’ignoranza o le scelte preventive hanno messo fuori dalla nostra portata”.
Il “gioco di ritorno” che noi stiamo in questo momento verificando da queste nuove letterature è gioco di ritorno di immagini, di creatività, di ricchezza, di violenza sulla lingua e quindi di arricchimento delle lingue stesse.
Chi legge questi racconti deve innanzi tutto rendersi conto che la letteratura africana, delle innumerevoli Afriche, non è oggi semplicemente qualcosa di “esotico”, facile, interessante, affascinante e che un metodo critico-formale, che non prendesse in considerazione il contesto socio-culturale, cadrebbe inevitabilmente, anche se inconsapevolmente, in un atteggiamento colonialistico.
“I piedi vanno dove è il cuore”, dice un proverbio africano ed è bello che i racconti della nuova/antica Africa, grazie all’illuminata iniziativa di Amani ed Energheia, convergano a Matera, tra i Sassi della cittadina lucana, che, come molti luoghi africani, è innanzitutto Paesaggio dell’anima.

 

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