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I racconti del Premio letterario Energheia

I dormienti_Francesco Delle Donne, Napoli

_Racconto finalista decima edizione Premio Energheia 2004.

 

Antica città di mare costretta nel tempo all’avvicendarsi di svariati domini, Napoli si fonda su un territorio altamente sismico.

La composizione tufacea del sottosuolo, deflorato nei secoli da cave, gallerie e scavi afferenti ai successivi lavori rendono il territorio esposto a fenomeni di cedimento o distacco dei blocchi che ne costituiscono la matrice.

 

Quando il blocco di tufo si è staccato, in casa c’eravamo io, mia sorella più grande, mamma, zio Franco, zia Lucia, il piccolo Luigi e nonna.

Papà no, lui non c’era, perché era sceso un attimo a prendere le sigarette.

Quando succede qualcosa di importante, lui è sempre giù a prendere le sue sigarette.

Era appena scoccata la mezzanotte e noi tutti a ballare e cantare l’inno di Mameli con la mano destra sul cuore, che d’improvviso i fuochi fuori si sono fatti più lontani e brillanti, come le stelle di notte quando il cielo è pulito.

Devono essere state le botte troppo forti a far tremare la terra al punto di farla rompere.

Io sono stato il primo ad accorgermene che la nostra casa andava alla deriva e ho cercato di avvisare subito mamma, ma lei rideva sganasciata e faceva segno di sì con la testa, prima di farsi assorbire nel trenino capeggiato da zio Franco.

Zio Franco è un gigante. Ha due braccia così grosse che quando ti avvinghia sembra di affogare tra i peli del suo petto, ed è lui che comanda se papà scende a comprare le sigarette.

Mamma con lui è più buona, non fa tutte le smorfie che fa a papà mentre parla, e se zio Franco dice una cosa è proprio quella, non ci stanno santi.

Mentre loro finivano, il trenino mi sono affacciato oltre la ringhiera e sotto c’era la schiuma del mare tagliata dalla corrente.

Mi sono spaventato e ho cominciato a gridare: “Guardate che ci siamo staccati e la corrente ci porta via!”, mentre vedevo i signori Tagliacozzo del balcone di fronte farsi sempre più piccolini, come formiche con, in mano, le stellette di Natale.

Quel coglione di zio Franco ha risposto: “Se c’è corrente allora chiudi quel fetente di balcone…!”, prima di riattaccarsi la bottiglia di champagne alle labbra tutte sporche di panna.

La nonna era l’unica degli adulti che non aveva bevuto niente ma è rimasta là senza dire una parola sulla sua poltrona consumata, e sembrava una fotografi a di dieci anni prima tanto stava ferma e immobile.

Da quanto mi ricordo io, in famiglia abbiamo sempre avuto questa abitudine di festeggiare il capodanno per tutta la notte.

Ma la festa comincia molto prima.

Verso le sette papà e zio Franco prendono il tavolo della cucina e lo accostano a quello del soggiorno.

Ne viene fuori un unico tavolone gigante che poi zia Lucia ricopre con la sua tovaglia rossa che caccia solo a capodanno, perché troppo spesso, dice, poi si rovina.

E alle otto comincia il cenone.

A me, anche se ormai sono grande, mi mettono ancora al tavolo dei bambini, ex tavolo della cucina, vicino a Luigi che ha sei anni e si trascina la tovaglia con i gomiti fino a terra, e a mia sorella più grande di fronte che ci deve controllare se facciamo qualche scemenza, sennò mamma la ammazza di botte.

Dall’altra parte a capotavola siede la nonna sempre immobile, con la stessa espressione di pietra che ha quando sta in poltrona.

Appena si arriva la prima cosa che bisogna fare è andare a salutarla.

Non sia mai, ti scordi.

Lei si ricorda anche a distanza di mesi e poi al tuo compleanno fa finta di dimenticarsi di darti il regalo: “e perché tu non ti sei dimenticato di salutarmi due mesi fa…?” dice allora distrattamente.

“Ma nonna quando?”

“Il tredici maggio, alla festa di compleanno di tua sorella”.

Poi fa la faccia schifata come la sa fare solo lei, e tu ti senti un fesso, e per di più senza una lira.

Perché lei osserva tutto, anche se sembra che stia dormendo.

Quando ero più piccolo, subito dopo la mezzanotte, iniziava a venirmi il freddo, mi girava la testa, e poi mi risvegliavo direttamente la mattina dopo, quando solo i deficienti continuano ancora a sparare (questo lo dice papà).

Adesso invece riesco a stare sveglio tutta la notte e mi accorgo di tutto, pure delle mani che ogni tanto zio Franco infila sotto il grembiule di mamma, che comincia a respirare più forte e poi lo scosta sorridendo e guardandosi veloce attorno.

Una cosa che non capisco del capodanno è perché tutti si divertono e a me invece sale il magone che mi stringe la pancia e poi mi viene quasi da piangere.

Penso che da adulto quando potrò bere anch’io lo champagne mi scomparirà questa specie di sintomo e mi sentirò bene come tutti gli altri che sembra che aspettano le feste per essere felici.

Zio Franco ha smesso di toccare mamma, e si è preso in braccio Luigi. Lo solleva facendolo decollare e quando lo riporta giù, fa la rana, riempiendosi le guance di aria e spernacchiandolo tutto.

Luigi ride e tossisce, anche se il fumo, qui dentro, sta diminuendo e l’aria è più pulita visto che ci stiamo allontanando dal resto della città sprofondata nella nebbia.

Dice mamma che quando ero piccolo anche a me papà, mi prendeva in braccio e mi faceva decollare.

Poi dopo è iniziato il periodo brutto e tutto è finito.

Lei pensa che non lo so, ma io ho capito che il periodo brutto di papà è iniziato quando ha cominciato a prendere quelle pillole sopra al mobile della cucina, sempre di più ogni giorno, due mesi dopo il suo licenziamento dall’ITALSIDER.

Da quel momento in poi non mi ha più preso in braccio e non mi sta mai a sentire quando parlo, tranne se guardiamo insieme la partita del Napoli in televisione e io gli dico : “Ti ricordi i tempi che c’era Maradona?”

E lui quasi sorride e fa di sì con la testa.

A un certo punto ho ripreso coraggio e mi sono riaffacciato.

Un mare sconfinato ci circondava e ormai il resto della città assieme a tutte le sue luci si stava confondendo con il riflesso della luna sull’acqua.

Mi sono sentito solo.

Avrei voluto avvistare papà, il mio papà, raggiungerci a nuoto, comparendo improvvisamente dietro uno scoglio, con le sue EmmeEsse tenute in alto per non farle bagnare, mentre con l’altra mano mi faceva segno di aiutarlo a salire in casa.

Io allora mi sarei tuffato legandomi stretto, stretto, ad una corda fissata alla ringhiera e poi tenendogli su il mento lo avrei scortato fino al portone come nel telefilm dei bagnini americani.

Sarei diventato uno da rispettare e tutti mi avrebbero abbracciato, compreso papà.

Ma dietro lo scoglio è affiorato solo mezzo tronco di un albero rinsecchito e poi una bottiglia rotta di vinello, e nessuna traccia né di papà né delle sue EmmeEsse.

La cosa più brutta di quando non sei ancora grande, intendo come un adulto vero, è che tu parli, parli ma nessuno ti ascolta veramente.

Ti fanno solo più carezze e ridono se fai una scemenza, ma nessuno ti da retta.

Io infatti, ho ricominciato a gridare: “Aiuto, aiuto, stiamo andando alla deriva veramente!”

E dall’altra stanza si è sentito solo zio Franco che rispondeva:

“Se se, co’ tutte ‘e panne!”

E poi gli altri a ridere e ballare la macharena con le guance rosse e gli occhi quasi spenti.

Alfredo me l’aveva detto che poteva fi nire così, ma io non gli ho dato retta.

“Ma tu che ne sai di rivoluzione e proletariato, sei ancora un ragazzino…”

Qui al sud sono tutti convinti di essere furbi, i più svegli di tutti.

E invece… invece stanno dormendo.

Dormono e non lo sanno.

‘Facciamo finta di niente’ si dicono:

C’è la camorra, i bambini vengono uccisi per strada e nessun negozio ti fa lo scontrino, mentre a dieci metri usano come discarica l’unico bosco naturale che è rimasto, e la disoccupazione galoppa ma adesso ha cambiato nome e si chiama ‘flessibilità’…?

‘E che ce ne fotte, vire ‘o mare quanto è bello, spira tanto sentimiento…’.

‘Loro al nord tengono la nebbia e sono tristi, mentre noi invece stiamo sempre allegri e abbronzati…’.

E non lo sanno, Giovanni, ma stanno dormendo, per non vedere la miseria che hanno intorno!”

Poi sputa per terra e si rimette in bocca uno di quei sigari che il suo amico di Cuba gli spedisce ogni quattro mesi.

Fa le pieghe sulla fronte, mi guarda e poi sentenzia: “La risposta a questa schiavitù economica e morale è la rivoluzione… rivoluzione!”

Io mi sto zitto e lo guardo, faccio di sì con la testa pure se ho capito la metà della metà di quello che ha detto, ma mi sembra convinto e quindi ci credo.

Due giorni prima del distacco, il ventinove dicembre, lui mi aveva avvisato: “Guarda Giovanni che noi qui andiamo alla deriva, il mondo va in una direzione e noi pensiamo a bere e mangiare come i porci dalle due del pomeriggio fino alle undici di sera, poi un bel giorno ci svegliamo e fuori non c’è più nessuno, siamo rimasti soli insieme alla nostra ignoranza”.

E infatti aveva ragione lui, ma come ha fatto a saperlo prima…

Vuoi vedere che Alfredo è una specie di veggente, oppure di notte quell’attore col basco che tiene disegnato sulla parete gli è comparso in sogno e gli ha spifferato tutto…?

Quando tutti iniziano a gridare in coro: “Nonna, nonna faccela vede’, faccela tocca’!” io ho già riaccostato il balcone e senza farmi vedere da nessuno assaggio un poco di champagne pure io, ma è una schifezza e lo risputo subito nella pianta (la pianta è il posto dove anche gli altri prima hanno già fatto scivolare l’agnello di mamma perché era crudo e faceva vomitare).

Al terzo ‘faccela tocca’!’ la nonna continua a restare immobile sulla sua poltrona e sembra fissare un punto lontanissimo senza lasciarlo mai un secondo per paura che scappi via.

Allora, zia Lucia inizia a gridare: “Mammà! Mammà!…

Mammà non si sente bene, è fredda è fredda venite! Franco fai presto che questa è morta!”

Luigi è nell’angolo che si abbraccia la coscia di mia sorella e piange disperato, e adesso tutti in coro stanno dicendo ‘nonna che hai? Non ti senti bene? Chiamate l’ospedale!’.

… E io penso che prima che vengono i dottori in motoscafo la nonna è bella che fritta.

Ma poi la nonna, al secondo pacchero di Zio Franco ha ricominciato a diventare calda e muovere gli occhi.

Si è guardata in giro frastornata e poi si è tirata per la camicia zio Franco e ha cominciato a picchiarlo, urlando:

“Scurnacchiàto! M’ero addurmuta accussì bella e m’è scetato into ‘o meglio!”

“Steve sunnanno Giuanne ca me deva ‘e nummeri”.

Cioè stava sognando nonno Giovanni che le dettava i numeri per vincere al lotto.

E zio Franco l’ha svegliata chiavandogli due maronna di paccheri e lei si è incazzata assai.

Tutti hanno tirato un sospiro di sollievo, e poi zia Lucia si è messa a ridere e ha detto: “Non vi preoccupate mammà, i numeri ce li abbiamo lo stesso: Nuvanta ‘a paura e doie ‘e paccheri…!”

E tutti hanno ripreso a festeggiare contenti compreso il piccolo Luigi che si è riaddormentato tra le braccia di mamma, la mia mamma, neanche fosse lui suo figlio.

Io a un certo punto potevo pure intervenire e durante la pausa di silenzio forse qualcuno fuori al balcone riuscivo a portarmelo per convincerlo del naufragio. Ma la lingua mi pesava come una pietra e non mi è uscita nemmeno una parola.

Dopo un altro litigio con i piatti che volavano e pure le mani, mamma e papà avevano deciso che tra divorziare e avere un altro figlio forse era più facile avere un altro figlio e così pochi mesi dopo mamma aveva il pancione e passava le mattinate contenta a comprare scarpine microscopiche e bavettine a coppie, una rosa e una azzurra. Per ogni eventualità, diceva.

Il dottore glielo aveva detto a mamma che era un rischio dopo i quarant’anni, e a distanza di dieci anni da me, ma lei continuava a ripetere a papà: “Immaginati che bello, sembrerà di essere tornati giovani un’altra volta, come quando Giovanni (che sarei io) era un creaturo e io me lo stringevo, forte, forte, come un bambolotto e sulla spiaggia tutti si fermavano a guardarlo e a dirmi: “Signo’ che bel figlio che avete, ma da chi ha preso, da vostro marito…? … All’anima de’ zoccole!”

Poi era successa quest’altra cosa brutta del sangue all’improvviso per terra e le sirene dell’autoambulanza, e papà che tremava e ingoiava le sue pillole, e mia sorella grande a gridare isterica come al solito.

Dev’essere la cosa più tremenda del mondo quando ti muore uno nella pancia così, e tu non ci puoi fare niente, ancora non lo hai chiamato e non lo chiamerai mai.

Per questo mamma poi è stata così male e ha cominciato a farsi passare le mani sozze di zio Franco per tutto il corpo, anche se mi dice sempre che devo stare attento e cercare di non restare mai solo con lui e poi dopo scoppia a piangere con le mani sulla faccia.

Da quel giorno papà ha cominciato a fumare molte più sigarette e quindi doveva scendere anche più volte a comprarle dal contrabbandiere, rispetto a prima, per forza.

E più papà scendeva più zio Franco saliva, e io mi sentivo sempre più solo.

Per questo ora la capisco mamma quando si stringe forte tra le braccia Luigi, anche se è solo suo nipote.

Lei è come se dormisse e sognasse che Luigi è quel figlio piccolino che non è riuscito a nascere, e in quei brevi momenti sta’ bene come quando ero piccolo io, e niente di brutto, era ancora successo.

Mentre dico ad alta voce: “Mamma ormai non mi vuole più bene!”, pensando che tanto nessuno mi ascolta, non mi accorgo che Rosa sta seduta giusto al mio fianco e si gira verso di me con gli occhi allargati e truccatissimi.

Lei non è un cesso come le dico sempre io, ma qualche mese fa ha perso le sopracciglia e sembra tutta un’altra persona.

Al posto dei peli si è disegnata una curva sottile con la matita.

Perché così fanno tutte le donne quando diventano donne, donne vere insomma: Perdono il pelo, ma non il vizio.

Ma per il resto non è male, anche se nemmeno più mi parla, e sta tre ore al giorno attaccata al telefono con ‘la sua amica del cuore’ che si chiama Antonio ed è il capitano di basket del liceo Fumagalli.

Una volta li ho sentiti dire che volevano raggiungere l’orgasmo insieme per telefono e questa cosa mi ha fatto schifo. Così ho deciso di smettere di mettermi al telefono della cucina con il fazzoletto sopra la cornetta a sentire quello che si dicono.

“Ma che dici cretino: mamma ti vuole bene come sempre!”

Questo mi grida in faccia Rosa mentre gli altri hanno ripreso a mangiare il pandoro e continuano a ballare.

“Che ne sai tu?!”

“Lo so, e basta! Mamma ha tanti problemi, mica può pensare sempre a te:

Ormai sei grande, devi crescere da solo. E’ finita l’epoca che stavi sempre al centro dell’attenzione e il mondo ti girava, tutto attorno!”

Mentre mi parlava mi ha anche sputacchiato in faccia, poi si è alzata ed è andata in bagno a chiudersi, come fa sempre quando si arrabbia.

Io mi sono asciugato gli occhi e le guance e poi ho pensato: non la sopporto proprio…!

Ma poi subito dopo: però forse è vero, ormai sono un uomo…

Così mi sono infilato la giacca col bavero sollevato come un attore dei film, pronto per uscire a vedere se la situazione fuori era cambiata.

E come se era cambiata…

Adesso non eravamo tutti soli come avevo creduto.

In lontananza potevo riconoscere almeno altre tre o quattro zolle che vagavano nell’umidità.

Su quella più lontana mi sembrava di vedere il palazzo giallo e verde di otto piani dove abitano zio Franco e zia Lucia mentre più vicino, accanto ad una zolla di sola terra con, al centro, un piccolo orticello e un contadino che seminava, c’era un pezzetto di tufo più doppio che reggeva la casa di Maria.

Maria è la mia ragazza, ma lei ancora non lo sa.

Avevo deciso di dichiararmi alla sua festa di compleanno ma ogni volta che mi avvicinavo alla sua spalla qualcun altro mi scansava per baciarla e dirle: “Buon compleanno Maria, cento di questi giorni”.

Io non l’ho mai toccata, ma secondo me è morbida come una bambola, specialmente quando si mette il golfino che le ha cucito la nonna, con sopra ricamata la renna.

E’ bionda e ha tutti i denti, tranne uno, che quello stronzo del fratello gli ha fatto saltare in macchina mentre facevano la lotta a chi si doveva sedere davanti durante la gita a Pompei.

Ma per me è la cosa più bella del mondo lo stesso e vorrei proteggerla da tutta la munnezza che ci sta attorno, per sempre.

Ma come ho fatto a non pensarci prima?

Non ci siamo staccati solo noi da terra, ma tutti.

E’ come se il tufo che stava sotto, reggendo l’intera città, si fosse sbriciolato in tanti pezzetti più piccoli, e ognuno ha preso a galleggiare in una direzione diversa, lontano dagli altri.

Al secondo piano, dietro la tenda ricamata della finestra, mi sembra di vedere la sua forma, la forma di Maria, che secondo me fa i compiti e non si è accorta di niente.

Non la voglio disturbare adesso, ma ho deciso: appena la rivedo glielo dico chiaro e tondo che noi due stiamo insieme per sempre.

Poi una folata improvvisa di vento ha fatto sbattere il balcone alle mie spalle. Mi sono girato di scatto e ho visto attraverso il vetro tutti che ancora ballavano e bevevano ma senza più il sonoro, come in quei film vecchissimi che si vede la nonna prima di andare a letto.

Mia sorella Rosa e mamma stavano parlando, fitto, fitto sul divano e ogni tanto mamma si girava a guardarmi.

Zio Franco ha riaperto il balcone gridando: “Ma che ci fa ‘sto guaglione acca fore, sulo sulo, vieni a’int a te divertì!”

E io sono rientrato senza nemmeno camminare, facendomi portare dalla mano di zio, come quelli che fanno sci d’acqua in California. Mamma è corsa dalla mia parte e mi ha abbracciato forte tentando di sollevarmi, ma io ormai sono un ragazzo grande, non ci riesce.

Ha iniziato a sbaciucchiarmi tutto dicendomi nell’orecchio:

“Ti voglio bene, buon anno tesoro…”, fino a quando zio Franco non se l’è strappata con la forza e ha ricominciato a toccarla tutta gridando: “Tu a me e’ a fa arricrea’, no a isso!”

Lei però si è girata all’improvviso e gli ha tirato un calcio dritto nei coglioni e lui in ginocchio si è messo a fare un’altra volta il verso della rana con le guance rosse ma questa volta senza Luigi in braccio.

Gli altri erano tutti ubriachi fradici e non si sono accorti di niente tranne mia sorella che rideva a crepapelle e la nonna che ha sorriso per la prima volta nella mia vita e poi si è messa ad applaudire e tifare come se stesse allo stadio.

Ho preso mamma per la mano e lei mi ha seguito fuori al balcone.

Non eravamo più soli, nessuno era più solo.

Ho sentito una voce chiamarmi: era Ernesto.

Cercava di dirmi una cosa ma non ho capito bene, mi pare:

“Hai visto? Te l’avevo detto!”

Eccolo, ora lo potevo pure vedere:

Stava attorno ad un fuoco con altri suoi amici pure loro con il basco, e altri con le treccine al posto dei capelli, e le ragazze con lunghe gonne a fiori e tutti fumavano la stessa sigaretta a turno.

Più avanti, trascinati dalla corrente, stavano arrivando i signori Tagliacozzo, e il signor Tagliacozzo sfidando il freddo preparava una brace fuori al terrazzo.

Maria sulla sua zolla si è affacciata alla finestra e mi ha salutato con la mano.

Era proprio a me che salutava visto che alle mie spalle non c’era nessuno.

Ho guardato mamma. Le ho detto: “Hai visto?”

Lei mi ha sorriso e mi ha risposto: “E come no, ho visto ho visto… Belli i fuochi, eh?”

Poi finalmente in fondo alla nebbia è spuntato papà con le sigarette.

Era rimasto su una zolla assieme al contrabbandiere e al ragazzo senza mano che vende bengala e tric trac.

Anche loro avevano acceso un fuoco per riscaldarsi.

Mamma ha guardato di sotto e poi mi ha detto piano all’orecchio:

“Non ti preoccupare papà, adesso sale”.

“Lo so” – ho risposto io, ma senza più parlare.

Lo spettacolo stava cominciando.

Dove guardavo, guardavo comparivano gli occhi della gente.

E nessuno era spaventato.

Ma la cosa che più mi ha colpito è stata questa:

Tutti quei piccoli blocchi di tufo con sopra le persone che conoscevo sembravano riavvicinarsi.

Il fatto è che erano così tanti ma così tanti che io il mare sotto quasi non riuscivo più a vederlo, e quando verso le cinque ha cominciato a spuntare il sole, e piano, piano i suoi raggi si sono infilati tra una nuvola e l’altra, mi sono accorto che illuminavano cento, mille zolle.

Una più una, più un’altra ancora… si stavano unendo a formare un nuovo bellissimo mondo: la mia città risvegliata.