I brevissimi 2010 – Arnaut Daniel nella cornice dei lussuriosi di Silvia Stucchi_Antegnate(BG)

anno 2010 (I sette peccati capitali – La lussuria)

Arnaut Daniel nella cornice dei lussuriosi

Qui, sull’ultima cornice di quest’impervio monte, che ormai da quasi un secolo percorro nel fuoco, ritmando i passi al suono dell’inno sacro, dimentico persino il motivo della mia colpa. Tanti amici ho incontrato nel mio vagare su questa traiettoria sempre uguale, e sempre diversa nella cadenza che la preghiera assume nei recessi della mia anima e della mia gola; ma non saprei nemmeno ricordare un volto, un’espressione, un corpo fra i tanti che m’ispirarono il peccato che qui sconto.
La compagnia degli sventurati che qui s’accalcano è la mia sola consolazione, e insieme alla condivisione di questo ardore infinito, all’apparenza interminabile, m’ispira la pazienza, e la meditazione. Non il ricordo, perché la mia vita di laggiù, davvero, pare cancellata, è un sogno nebuloso, una grigia caligine; e se cerco di ricordare il sole dell’estate nel Périgord, l’opulenza del castello di Ribérac, il viso pallido e nobile di midons, quasi mi vien da piangere, o da sorridere, o entrambe le cose. Perché io so che tutto ciò è stato, ma la consapevolezza del passato, ormai da molto tempo, non diventa più ricordo, tanto proteso sono io verso il futuro. Io so che mi macchiai di quella che gli stolti reputano la più piacevole delle colpe; lo so con la stessa certezza con cui riconosco che in cielo brilla il sole, e con cui so che arriverà il momento in cui sarò libero, nella gloria e nella gioia. Ma il futuro è una certezza oscura, finchè non la toccherò con mano, finchè questo monte non tremerà e risuonerà di canti anche per me, come ha già fatto per tanti, per i quali pure ho gioito; e il passato, invece, è ancora più impervio da ripercorrere per la mia mente di quanto non lo sia stata per le mie gambe affrante l’alta ripa scoscesa.
Eppure, mi ripeto, non sono poi così infelice: altri miseri, mi dice la certezza che sempre mi sostiene, sono nel patimento eterno, sbattuti, nelle viscere della terra, da una bufera infernale che mai s’acquieta, come mai s’acquietarono i sospiri di quelle anime sregolate. Tra loro ci sono Cleopatra, Semiramide, Didone, Paride, Tristano, Elena: personaggi di cui ho fantasticato per una vita, sognando sui libri le donne cui ho paragonato nelle liriche la mia signora. Perché fui poeta, e sono qui in buona compagnia: vicino a me, da qualche tempo, è giunto un bolognese, Guido, mi pare, e Guinizelli, forse, di cognome, maestro di rime amorose, lievi e leggiadre. Guido e io spesso, sostenendoci a vicenda nell’andare, ci chiediamo su quale mai sia stato il legame-se mai un legame c’è stato-fra la nostra colpa e la nostra opera di poeti: e se il nostro peccato, e quindi la penitenza, fosse legato a doppio filo con la nostra poesia? Senza peccato, saremmo forse stati senza talento, vili scribacchini destinati all’oblio prima ancora d’imbarcarci sulla nave dell’angelo nocchiero? Ma se la nostra poesia si abbeverò della nostra vita, indefettibilmente, come possono le rime di Guido essere state tanto dolci, preziose e rare, se la sua vita fu smodata e incline alla lussuria? E io? Se avessi avuto scelta fra un’esistenza oscura, ma anche tanto virtuosa da essere avviato a percorrere di gran carriera le sette cornici del monte, senza però mai raggiungere la palma della poesia, avrei accettato? Chissà! Guido, il caro Guido, riconosce in me “il miglior fabbro del parlar materno”; così dice, e così voglio credere, non per superbia, ma perché qualcosa deve pur sostenerci nel nostro patire. Ma eccolo laggiù parlare con due figure, che non ho visto mai; addirittura, una di loro sembra un uomo vivo, che proietta a terra la sua ombra!E anche altri, come me, si sono fermati, con l’aria istupidita di certi montanari un po’ selvatici quando arrivano per la prima volta in città. Ora, però Guido si è ripreso dal suo stupore e sta facendo buona accoglienza ai nuovi arrivati: chi sa se capiran qualcosa di poesia!E, come sempre, ecco il mio amico dichiarare ammirato-lo odo mentre m’avvicino-la mia superiorità sulla poesia di “quel di Lemosì”, che poi sarebbe il mio antico rivale Giraut de Bornehl. Come se ciò avesse ancora senso qui! Che mai non direbbe un amico per un amico! Ora che mi trovo a portata di questi due viandanti, voglio osservarli anch’io; anzi, devo parlare al vivo, ma non di poesia; devo chiedergli l’aiuto della preghiera, poi mi nasconderò ancora nel fuoco che m’affina:” Ieu no me puesc mi voil a vos coprire.Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan; consiros vei la passada folor, e vei jausen lo joi qu’esper denan. Ara vos prec, per aquella valor que vos guida al som de l’escalina, sovenha vos a temps de ma dolor!”.

Silvia Stucchi

Silvia Stucchi (Treviglio, BG, 1978), latinista, Laureata in Lettere Classiche e dottore di ricerca in Filologia Classica insegna Lingua Latina presso l’Università Cattolica di Milano.
E’ studiosa del “Satyricon” di Petronio, del romanzo greco e latino e delle forme di
narrativa di consumo nel mondo classico;  autrice di vari saggi critici
(sul genere letterario delle “consolazioni” nel mondo antico, Medusa 2007, sulla
tradizione testuale e ricezione del “Satyricon”, sul cannibalismo nel mondo classico,
sulla tematica incestuosa nella poesia tardoantica, sull’ironia nella prosa di Cesare, sulla tragedia romana, sulle “Metamorfosi” di Ovidio: la sua bibliografia al sito www.unicatt.it pagina docenti) pubblicati su riviste specializzate nel settore, a di là degli studi di taglio strettamente filologico, ha lavorato come insegnante di latino e italiano nei licei, e come  traduttrice dal francese; collabora inoltre con testate non strettamente antichistiche (“Studi Cattolici”; “Libero”).
Appassionata lettrice di Dante,di Simenon, di Salgari e dell’ “Orlando Furioso”, ama la mescolanza dei generi, la letteratura gialla, i thriller, i fumetti (Disney e Bonelli), e il cinema, in particolare le commedie brillanti italiane e americane degli anni Trenta-Cinquanta,  e il cinema di Jane Campion, Mario Monicelli e Paolo Virzì.