I brevissimi 2010 – Svennero stranamente di Gaetano Bellorio_Arbizzano di Negrar(VR)

anno 2010 (I sette peccati capitali – La lussuria)

Svennero, stranamente

Svennero.
Sul ponte levatoio del castello, svennero.
Accorsero in parecchi perché era una giornata calda e di gente ce n’era in giro.  Gli unici a non precipitarsi furono i rispettivi lui e lei che li accompagnavano. I quali, visti venir meno il proprio lui e la propria lei nel medesimo istante, nello stesso posto, restarono più che sorpresi dalla coincidenza.
Quando Cecilia e Antonio si ripresero, videro ambedue un mazzetto di teste che li circondava come petali di margherite; e tra gli sfavillii che ancora circolavano nelle pupille come stelle filanti non scorsero né Gino né Amelia, che, con un attimo di ritardo, si fecero largo tra la calca dei soccorritori e chiesero all’unisono “come stai?”, “cos’è accaduto?”.
Non era accaduto niente, perché non doveva accadere niente. Infatti risposero “niente”.
Quindi furono accompagnati al bar più vicino, premurosamente, fatti sedere, delicatamente, asciugati, meticolosamente, dal sudore freddo che li imperlava, invitati ad ordinare qualcosa di caldo e zuccherato. Ma nessuno volle sorbire nulla a causa di un dichiarato stomaco chiuso, attorcigliato.
Nessuno insistette. Il pallore era, ancora, mortale.
E mentre Gino e Amelia, un pochino imbarazzati a dire il vero, incominciavano a scambiarsi i primi convenevoli -mi chiamo Gino, piacere, io Amelia, molto lieta, ma guarda un po’, i casi della vita, ma adesso passa, passa- gli altri due, più sdraiati che seduti, neanche si guardavano; la testa rovesciata all’indietro per tirar su sangue, gli occhi rovesciati. Tranquilli e terrorizzati.
Gino teneva tra le sue la mano sudata di Cecilia, a rincuorarla del malore passeggero, Amelia accarezzava la fronte di Antonio con un fazzoletto inumidito. Ma dopo una trentina di minuti, quando i malcapitati non davano segno serio di riprendere colore, nonostante le attenzioni acconce a quello che inevitabilmente era riferibile ad un mancamento da caldo e afa, Gino e Amelia si consultarono velocemente a mezze parole e mezzi sguardi che alludevano al vicino pronto soccorso, ad un’ambulanza.
Gino era già col cellulare in mano. Cecilia, con un movimento alla cieca del braccio che sembrava le costasse un’enorme fatica, glielo strappò via e disse con voce lontanissima “no, no, adesso passa”, e, in qualche maniera sconclusionata, si mise a sedere scomposta, sgraziata, non come il suo solito; tanto che Gino prese l’orlo della gonna tra le dita e gliela abbassò fino alle ginocchia, perché i passanti, sul marciapiede lucido di sole, sbirciavano. Reagì anche Antonio, in qualche maniera. Si tirò su facendo leva sui braccioli e depositò il capo, con un tonfo, sul tavolino, come se avesse sollevato un sacco di piombo.
Ci volle un’altra buona mezzora perché i due resuscitassero dalla catalessi.
Chiesero da bere.
Lei un Fernet alla menta, lui un succo. E gli altri due si precipitarono al bancone per accelerare i tempi.
Una manciata di secondi.
Quarantacinque, per l’esattezza, poiché così avevano contato i cuori che rimbombavano nei petti, nitidi come batocchi di campana.
Si guardarono per quarantacinque secondi e piansero lacrime taciturne che scoppiavano di dolore.
Il ponte levatoio, il castello, il luogo, il caldo, l’afa, non avevano storia.
Avevano sentito, con la terribile violenza dell’evidenza, quanto costa una storia.
La loro storia.
Erano abituati ad incontrarsi soli, lasciando fuori il mondo, non con la sfacciata veemenza delle loro ufficialissime vite che si era presentata senza preannuncio, come il crepitio di un fulmine che incenerisce.
Oltre non poterono andarono.
Gino e Amelia tornavano, improvvisati camerieri, con le ordinazioni.
Gaetano Bellorio

Gaetano Bellorio (Verona, 25-11-1950) – La continua trasposizione e rielaborazione del mondo esteriore nel mondo interiore lo spingono a scrivere fin dall’età adolescenziale, fortemente sollecitato a tale attività da una eccezionale insegnante di lettere della scuola media e da un’infanzia-crogiuolo di infiniti pensieri e fantasie. Laureato in pedagogia all’Università di Padova ha iniziato a pubblicare nel 1985. Le sue pubblicazioni ad oggi sono: “Racconti e Canzoni per le fredde sere d’inverno” (editrice Libri, Firenze 1985), “Il Silenzio dei Profeti” (Gabrielli editore, Verona 1995, oggi in 3ª edizione), “Cuore di topo” (edizioni Paoline, Milano1999, due edizioni), “Corazòn de ratòn” (Cuore di Topo è stato comperato alla Fiera di Francoforte dall’editrice “Buena Prensa” di Città del Messico e tradotto in spagnolo nel 2000), “Allearsi col vento” (edizioni Paoline, Milano 2001), “Racconti veronesi d’inverno” (Gemma Editco, Verona 2003); ha pubblicato inoltre vari articoli culturali su quotidiani e riviste. Si è dedicato alla promozione della lettura in collaborazione con l’Università di Verona divenendo co-fondatore del progetto “Leggere in famiglia” cui ha dedicato ampio spazio “Famiglia Cristiana”. È giornalista pubblicista, e collabora con l’Associazione “Il Cigno” (Onlus), presieduta dalla prof.ssa Elisa Zoppei, docente di animazione della lettura nell’Università cittadina, organizzando momenti speciali di incontro tra libro e ragazzi della scuola elementare, media e delle superiori. Ultima, ma non meno importante,  la preparazione di corsi di scrittura creativa per le più svariate categorie di persone.