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I racconti "brevissimi di Energheia"

I Brevissimi 2020 – Un grido di speranza, Viviana Braia_Matera

Anno 2020 – (I colori dell’iride – Azzurro)

La voce tiepida dell’infermiera mi raggiunge come una carezza; ma non basta a evitarmi il dolore, una lancia impietosa che trafigge anche l’anima, sbrandellandola in sei, secchi colpi di tosse. Mi porto la bocca nel gomito sinistro, per rovesciare gli ultimi grumi del mio spirito infetto nel fazzoletto di carta che ho in mano. L’altra, la destra, è nel palmo di quella donnina sfinita, che da tempo mi assiste: tremano entrambe. Ho un piombo sui seni, da giorni che non conto più, simile a quello che schiaccia i due tetti fuori dalla finestra; è così grigio che neppure riesce a piovere: così denso il mio umore sconfitto, che non so più piangere. Devi combattere Andromaca, devi combattere per il tuo Ettore! È così che m’hai visto la prima volta: a dimenarmi, per terra, nel bel mezzo di una sala da ballo, mentre un’oliva del rinfresco s’era incollata ai miei respiri, impedendomi di emetterli. Il tuo istinto da soccorritore m’ha salvato. Rivedo l’abbraccio di uno sconosciuto dietro di me, insieme a un sorriso gigante, che sembrava avvolgermi più delle sue mani risolute. <>: ero viva, l’oliva letale schiantata sul marmo ai miei piedi. Da quegli attimi, quasi fatali, sono passati due anni senza che vi sia stato giorno in cui abbia voluto sottrarmi alla tua presa sicura. Neppure in quella notte di miele, nell’estate del nostro secondo anniversario, in cui, per la foga dei tuoi baci e il piacere di allacciarmi alla tua pelle, il respiro m’è mancato un’altra volta. La quotidiana dolcezza con cui hai sostenuto la mia esistenza, amore mio, s’è, tuttavia, smaterializzata nel giro di pochi mesi; un ricordo lucido e un dolore vivido mi restano, nulla di più. T’ho pregato di non andare, ché non era la tua guerra. Avresti dovuto prendere le ferie, tutte quelle accumulate in una vita di abnegazione al lavoro, anche se significava tradire il tuo spirito altruista! “Sostenitore degli uomini”: era il tuo destino, ce l’avevi scritto nel nome. Hai scelto di soccorrere il tuo popolo, cavalcando con coraggio la tua autoambulanza, ogni mattina, fino a tardi; lasciandomi sola dall’ alba al tramonto, con la mia battaglia interiore, sempre crescente. Torna, non torna, come torna se torna: ogni sirena ha acceso la spia del panico, intermittente nel mio cuore. <> e il tuo sorriso dirompente la smorzava per intero, poco prima di addormentarci, la sera. Ci ho creduto persino quando me l’hai detto per l’ultima volta, col consueto sorriso in bocca: il tuo ultimo abbraccio. <>. Un colpo di tosse, ch’è stato un boato e un brivido insieme, ha oltrepassato i tuoi denti gentili, come i soccorritori la porta d’ingresso, portandoti via da me. Ore, giorni, giorni non lo so, sicuramente ore, infinite, di attesa; per sentirmi dire al telefono che sei morto, Ettore. Non è possibile, dev’esserci un errore, svegliati Signore, è il mio Ettore, Signore, il mio! E’ successo in un tardo pomeriggio come questo ‒ credo ‒, ricordo lo strato di catrame sul cielo. Una crisi respiratoria ed io non ho potuto replicare la tua presa salvavita: non l’ho mai imparata, ché c’eri tu a sostenermi; non ho potuto stringerti, soffocarti di baci, ché l’avresti preferito, se avessi potuto scegliere. Non c’ero, io, non ho potuto. Quando sono venuti a prendermi non respiravo, non so per quale dolore, non so se per più d’ uno. La mano esile della giovane infermiera non reggerà ancora a lungo il peso della mia, aggravata da una massiccia dose di amarezza, che mi comprime le arterie; non è la tua, decisa e forte, che sollevava il mondo nel palmo, per portarlo in salvo. E, quand’anche ne fosse capace, il veleno che mi scorre dentro la batterebbe sul tempo… <>. La voce umana del Papa scioglie il silenzio asettico della sala operatoria ‒ un’eco lontana da chissà quale televisione, in chissà quale vicino reparto. E’ una carezza, dolce come il tuo ultimo sorriso, Ettore; calda, come le lacrime in cui si fondono i miei occhi; inaspettata, come la cognizione di un pianto in cui avevo smesso di credere. <>. Grido sui toni pacati dell’infermiera e del pontefice; è il grido più forte di cui sono capace. Come si fanno lontane le voci che ho intorno, perché ti raggiunga, oltre il tempo e lo spazio, nel posto in cui sei, amore. E mi senti, Ettore! La tua risposta è un boomerang, un grido di ritorno squillante come le sirene della tua ambulanza, esplosivo come il tuo sorriso infinito, che adesso è il mio. <>. Tranquillo, Ettore, andrà tutto bene, te lo prometto; torneremo a casa insieme, amore.