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I racconti "brevissimi di Energheia"

I Brevissimi 2020 – L’orizzonte, Patrizia Sorrentino_Napoli

Anno 2020 – (I colori dell’iride – Azzurro)

Il vecchio era di fronte al mare, fissava l’azzurro che rendeva l’orizzonte sconfinato, come un presagio. Qualcosa lo costrinse a spostare lo sguardo. Gli parve di scorgere un corpo sulla sabbia della riva.

“Eccone un altro, sono già quaranta dall’inizio del mese.” Rimuginò tra sé l’anziano guardiano del faro. “un tempo si arenavano solo i relitti di imbarcazioni naufragate.”

Tra un po’ l’isolotto roccioso con pochi metri di spiaggia sarebbe stato invaso da tante persone impegnate solo a verificare che le procedure fossero rispettate. Quei corpi impregnati di acqua, svisati dalla permanenza prolungata in mare rappresentavano per la polizia e la procura un ulteriore impegno lavorativo. A nessuno interessava che non avessero più sembianze, perché nessuno avrebbe compiuto l’estremo atto di pietà. Per loro nessun riconoscimento da parte dei parenti, nessun funerale e nessuna tomba da onorare. Dopo aver riempito documenti di notizie ed annotazioni, si sarebbe autorizzata l’inumazione delle spoglie.

A preoccuparsi di coprire quei miseri resti, vi era solo Sasà, che ad ogni recupero si recava in una delle stanze del faro e prendeva un candido lenzuolo dal vecchio baule con ricamata sul bordo l’iniziale del nome di sua moglie, poi ritornava alla riva e, con gesto quasi paterno e sempre uguale, lo poggiava sul volto dell’ennesimo disgraziato, forse partito alla ricerca di una vita migliore e approdato con l’inespressività della morte o con il ghigno del terrore.

“Tra un po’ non avrò più biancheria con cui coprirli” pensava tra sé Sasà, “ma forse non ne avrò più bisogno, tra quindici giorni sarò in pensione ed il continente mi aspetta.”

Sapeva che la sua vita non sarebbe stata più come prima. Non c’era più Rosa ad attenderlo vicino al piccolo camino. Un tempo insieme si recavano sulla riva ad ammirare l’orizzonte azzurro, che allora era una promessa di felicità condivise. Poi tutto era mutato, la sposa stanca della monotonia lo aveva abbandonato per seguire un altro uomo venuto dal continente con la promessa di una vita diversa, lontana da quell’isola.

Dopo seguirono giorni scuri per Sasà. Tutte le sere andava a scrutare l’orizzonte cercando un segnale qualunque, un presagio del ritorno di Rosa. Quando erano iniziati gli sbarchi, aveva quasi sperato che tra i volti smagriti potesse esserci quello di lei.

Poi anche quell’illusione era stata accantonata. Il mare rigurgitava solo cadaveri o, nelle migliori delle ipotesi, delle ombre di uomini, donne e bambini che la disperazione aveva spinto tra i flutti.

Sopraffatto dall’angoscia a Sasà non dispiaceva essere giunto all’età della pensione, ma ciò avrebbe comportato la necessità di affrontare una volta per tutte la perdita di Rosa.

Erano trascorsi dieci anni da che lei era andata via e si sentiva anche lui un naufrago che annaspava tra i gorghi di un sentimento non più corrisposto.

Quel pomeriggio, dopo l’ultimo recupero, decise di uscire con un barchino che con fatica trascinò nell’acqua. Mentre remava, allontanandosi dalla riva, riapparvero immagini della sua vita. Rivide Rosa con l’abito bianco che gli sorrideva felice, lei che raccoglieva gigli d’acqua ai margini della spiaggia, prima che diventasse facile inciampare nei relitti o peggio nei corpi che il mare restituiva.

Quanto l’aveva amata la sua Rosa dagli occhi color del cielo. Quanto continuava ad amarla, anche adesso che di azzurro vi era solo il ricordo, mentre tutto il resto era sepolto da una pennellata di grigio.

Diresse la prua verso l’orizzonte divenuto di un azzurro più scuro, quasi blu e che così gli parve ancora più denso di presagi.

Qualche ora dopo il tramonto, il faro illuminò un relitto solitario nel buio della caligine marina.

All’unico scalmo rimasto era impigliato un lenzuolo a tratti sventolante. Su di esso una grande R spiccava come uno stemma.