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I racconti "brevissimi di Energheia"

I brevissimi 2016 – Gola di Maria Concetta Ruggiero, Tricesimo(UD)

Anno 2016 (I sette peccati capitali – la gola)

 

corto kamirAvevo undici anni quando salii per la prima volta su una pianta di fico, approfittando di una scala a pioli lasciata, un paio di giorni prima, appoggiata al tronco.
L’albero era attraversato da una sorta di pergolato sbilenco che accompagnava l’ovale della chioma. L’aveva costruito mio padre: lui si sedeva ora sull’uno ora sull’altro dei pali orizzontali, per raccogliere comodamente i frutti senza rischiare una caduta.
Il cuore mi trottava nel petto mentre andavo su, superando a fatica, con le mie gambe ancora troppo corte lo spazio compreso tra piolo e piolo. Raggiunto il penultimo appoggio, mi fermai un attimo a riprendere fiato.
Nessuno sapeva dove fossi in quel momento.
La mia stessa audacia mi spaventava. Sudavo, nonostante l’aria di quel mattino di fine agosto fosse piuttosto fresca.
Ripresi la salita spostandomi lungo lo scheletro del pergolato. Aiutandomi con le braccia e le gambe, mi spinsi fino alla parte superiore della pianta.
Quando mi parve di essere abbastanza in alto, sicuramente ero a più di quattro, forse anche cinque metri dal suolo, mi fermai.
Cercai un sedile all’incrocio tra due pali e mi ci accomodai come facevano i grandi.
Adesso non avevo più paura, anche se era la prima volta che mi ritrovavo sospeso così in alto. Ce l’avevo fatta…
Feci una pausa per guardarmi intorno.
Tra le foglie solleticate dal vento, scorsi altri alberi ancora più alti, soprattutto noci e pini marittimi dalla chioma a ombrello. E poi vidi tetti, alcuni di coppi bruni, altri a terrazza, e tra essi uno spuntone di campanile colorato di piastrelle che conoscevo bene. In fondo, lontano, tremavano scaglie azzurre di cielo e di mare.
L’albero, un Fico Dottato come avrei scoperto anni dopo, era carico di frutti maturi.
Ed io ero lì per loro. Per soddisfare una voglia che mi era venuta così, all’improvviso. Desideravo mangiare liberamente tanti fichi, tutti quelli che potevo, non soltanto i due o tre che mia madre mi metteva solitamente nel piatto.
I frutti, piccoli, gonfi e con il collo corto, sporgevano accanto alle foglie, appena più chiari di esse. Prima di arrampicarmi lassù, non avrei immaginato che potessero essere così numerosi. Dal basso si mimetizzavano facilmente con il denso fogliame.
Molti erano attraversati da striature verticali o sottili crepe bianche, altri avevano, nella stretta bocca rossa, una goccia di miele denso.
Sapevo benissimo, lo avevo sentito ripetere spesso dai più grandi, che quelli con la veste lacera e la lacrima erano sicuramente i migliori, i più maturi.
Senza fretta allungai la mano e ne colsi uno dei più rugosi. Lo spaccai a metà e osservai l’interno: era umido e vaporoso come un piccolo anemone di mare. Lo richiusi e lo mangiai tutto intero, staccandolo con i denti dal picciolo.
La bocca mi si riempì tutta di morbida polpa e di spruzzi tiepidi e zuccherini.
Chiusi gli occhi. Quel fico mi sembrò ancora più buono di quanto ricordassi. Era dolcissimo ma anche succoso, quasi liquido, e non si appiccicava al palato. Piuttosto fluiva verso la gola come una corrente.
Ne staccai un secondo poi un terzo, un quarto…
Ognuno mi sembrò almeno squisito come quello precedente, qualche volta ancora di più.
Continuai a mangiare piano per un tempo che mi sembrò, invece, lunghissimo.
Il silenzio, interrotto solo da qualche cinguettio e lievi brividi di vento, rese quasi sacra la mia scorpacciata.
Una trentina di fichi dopo, mi fermai. Non avrei potuto mandare giù neppure un solo boccone. Però non ero nauseato. Mi sentivo semplicemente sazio.
Avevo le mani appiccicose come se fossi entrato in un bidone di miele mentre le gambe e le braccia erano percorse da un prurito insistente. Ma non me ne importava.
Mi leccai ripetutamente le dita finché le sentii di nuovo elastiche e pulite e mi preparai a ridiscendere.
Tornai giù quasi volando. Ero talmente soddisfatto di quel primo, vero peccato di gola che non vedevo l’ora di raccontarlo a qualcuno…