Gli ultimi momenti_Justus Kilonzi, Machakos(Kenya)

_Racconto vincitore quinta edizione Premio “Energheia Africa Teller” 2004.

 _Traduzione a cura di Sylvia J. Stastny.

Arrivarono le nuvole e si posero sopra il piccolo paese.

Poco prima c’era stato il sole e tutti avevano il sorriso sulle labbra. Poi, come uno sciame di locuste, arrivò la nuvola dall’est che, spostandosi lentamente, produsse un’ombra scura al suo passaggio e, bloccando i raggi del sole, privò i loro visi di luminosità rendendo tutti lunatici ed ansiosi.

Andrew sedeva su una sedia di fronte alla finestra nel Joe’s Bar. Si chiedeva perché mai fosse venuto in questo posto abbandonato da Dio e dagli uomini.

Si guardò intorno nel locale e scrutò le facce degli altri clienti.

C’era James e Jones con la loro scacchiera, gli occhiali dalla montatura pesante ed i cappellini a quadretti. Per molti versi si assomigliavano. E sempre sedevano e giocavano a scacchi, quasi ignari degli altri, chiusi nel loro piccolo mondo.

Dall’altra parte si trovava il cieco. Andrew non era mai riuscito a capire di che cosa si occupasse, ma lo vedeva ogni mattina mentre si recava al lavoro. Lui suonava sulla chitarra le stesse vecchie melodie e cantava con voce rauca ma affatto male. Portava un po’ di musica in questo piccolo paese.

Maria col suo grembiule stava al bancone. Doveva essere stata bellissima nel fiore degli anni ma la vecchiaia l’aveva derubata di molte cose e lei non nascondeva la sua sofferenza e delusione. Quasi mai sorrideva a nessuno e parlava solo quando le si rivolgeva la parola. Il suo grembiule bianco gli ricordava la maestra del collegio. Lei era stata la donna più glaciale e brutale che avesse incontrato in tutta la sua vita.

Angel, come veniva chiamata, girava per il bar, parlando e sorridendo a tutti. Lei era come Maria doveva essere nel fiore degli anni ed al pensiero che sarebbe invecchiata lo rattristava.

Lei gli piaceva ma era solo una bambina, anche se possedeva la grazia di una donna.

Distolse gli occhi dai clienti e guardò verso la finestra. Quello era il suo posto preferito nel Joe’s Bar e tutti sembravano rispettare questa sua preferenza. Non trovava mai nessuno seduto lì e non ne chiese mai il motivo.

Il buio lo colse di sorpresa. Lo spaventava da quando era bambino; prese il suo soprabito e mise una banconota sotto il suo cappuccino bevuto a metà. Si alzò per uscire e sentì gli occhi di tutti fissarlo perplessi, chiedendosi il perché.

Sarebbe partito il giorno dopo. Si sarebbe avvicinato al capitano per dirgli che si era stancato di quel posto dove nessuno sembrava importarsi di lui. Sarebbe tornato a casa, dove l’avrebbero assillato con domande sulla sua esistenza.

Alzò lo sguardo verso il cielo e si diresse verso la sua Renault nera. Era stata un regalo di Johnson Butler che era arrivato e partito senza che nessuno lo rivedesse mai più.

Per un attimo sembrava che il mondo si sarebbe spaccato mentre le gocce di pioggia colpivano i tetti delle case. Arrivò la prima ondata che fece tremare le case e gli alberi; lui stava alla finestra e guardava fuori, guardò i lampi di luce azzurrina sulle colline e si chiese – sì, si chiese- come si sarebbe sentito come uomo bianco, come sarebbe stato essere privilegiato, e parte del suo cuore sprofondò e desiderò che uno di quei lampi lo colpisse e, di fatti, quasi successe. Colpì la finestra di fronte, mandando in frantumi i vetri. Ma ciò non lo distolse dai suoi sogni ad occhi aperti.

Il ricordo del tempo ormai lontano quando era stato felice e orgoglioso lo rattristò. Lì, la sua vita era stata felice, e si rattristò. Li, la sua vita era stata felice, ma partì via improvvisamente, arrabbiato e scontroso nei confronti dei suoi genitori per la loro tirchieria. Si sentì ingannato e defraudato della sua vita e voleva qualcosa di meglio. Qualcosa di meglio per sé stesso.

Ricordava come piangeva sua madre, aggrappata alla vestaglia di suo padre, implorandolo di perdonare Andrew.

Ma il vecchio se ne stava lì, dimenticando che non era un comandante militare ma un padre. Aveva fatto i pugni e digrignato i denti. Aveva detto ad Andrew che poteva fare quello che gli pareva e piaceva. Non gliene fregava niente. Dopo avere bevuto un sorso di brandy, la sua grossa faccia si trasformò in un ghigno mentre guardava Andrew. Questo l’aveva fatto sentire un coniglietto che guarda negli occhi un bulldog britannico che aspetta di ingoiarlo in un attimo. Partì e non guardò mai indietro.

Il vecchio sarà morto ormai. Dalle figure in lontananza colsero la sua attenzione e poi la pioggia cessò. Sentì un grido lontano. Poi una delle persone scappò, ma erano solo una figura nel buio, forse un’illusione creata dalla sua mente.

Vide la luce di una torcia puntare nella sua direzione, poi spostarsi verso destra. La luce si fermò nella stanza per un po’, poi si spostò.

Fu allora che fece l’errore più grande della sua vita. Un errrore, che gli sarebbe costato la vita.

Aveva smesso di piovere e le cose sembravano normali.

Al mattino sarebbero spuntati dappertutto i gigli e la terra avrebbe avuto un odore di fresco e crudo. Tutti sarebbero stati in veranda per annusare l’aria, poi sarebbero scesi in giardino per cogliere i gigli e avrebbero dimenticato gli alberi caduti e i soffitti, dove entrava l’acqua. Si sarebbero goduti il sole fino a sera, osservando il volo degli uccelli, i padri che giocavano a baseball con i figli… Ma qualcosa gli diceva che non ci sarebbe stato a vedere tutto questo. Non avrebbe più visto la luce.

Scacciò i pensieri mentre usciva di casa andando verso la collina. Non era distante e la collina non era alta. Accese la torcia e la puntò sulla campagna aperta. Anche lui aveva voglia di raccogliere i gigli, metterli in un vaso con l’acqua ed ammirarli per un’ intera settimana.

Si muoveva lentamente ed ascoltava, poi la sua torcia colpì qualcosa che mandò dei riflessi nei suoi occhi.

Ci andò incontro e trovò un coltello. Guardandolo più da vicino, trovò del sangue e fu allora che il suo cuore cominciò a battere velocemente. Gli batteva forte nel petto. Doveva raccoglierlo o tornare a casa? Doveva prenderlo o lasciarlo lì? NON FARLO, Andrew, gli disse la sua mente ma lo prese  e lo infilò nella tasca della giacca.

Poi si diresse verso il luogo, dove aveva visto le due persone.

Vide un oggetto bianco disteso un po’ più in là e vi si precipitò.

Le prime parole che gli uscirono dalla bocca furono: “Oddio!”

Si inchinò e tutta la sua vita fu distrutta. Le sue mani tremarono fortissimamente e di colpo gli venne un mal di testa che rischiava di spaccargli il cranio.

La raccolse e guardò il suo corpo senza vita che aveva un colore azzurrino. Il suo corpo lungo era leggero, come una piuma e si sentì defraudato. Sentì di aver perso tutto e pianse come mai prima. Pianse come un bambino. Il suo ricordo lo fece soffrire, lo rese triste ed arrabbiato e si sentì smarrito. Gli mancavano le parole ed i pensieri. Il suo mondo si era fermato, anche la sua vita era giunta alla fine. A cosa serviva la vita senza amore ed affetti? A cosa serviva la vita senza Angel?

“Lei non era tua moglie, stupido bambino!” sentì dire da sua madre.

“Dai, falla tornare in vita” sentì dire suo padre mentre rideva a voce spiegata come mai prima.

“Lasciala” sentì dire suo fratello maggiore. John gli era sempre stato vicino e aveva pianto fino a quando non gli restò più una lacrima il giorno in cui morì.

Aveva sofferto di anemia mediterranea. L’avevano disteso nella sua piccola bara e sembrò un adulto col suo vestito nero, camicia bianca e cravatta nera. I suoi capelli erano stati pettinati con cura e sul suo viso c’era un sorriso.

Sentì qualcosa muoversi nei cespugli vicino e fece scivolare il corpo sulla terra bagnata. Ma prima che potesse rialzare, ricevette un colpo dietro la testa e cadde di faccia in giù sopra di lei. E poi lo inghiottì il buio ed il dolore. Le porte verso la luce erano state finalmente chiuse… la terra aveva rallentato e poi interrotto la sua rotazione e l’aveva scaraventato nello spazio, dove nessun altro essere vivente l’avrebbe trovato.

Il beep monotono della macchina gli fece venire un mal di testa. Alzò gli occhi e si fermarono sulla macchina con il suo parabrezza nero e la carrozzeria verde, di forma sinusoidale, come gli era stato insegnato in matematica.

Spostò gli occhi e vide un cartellone sul muro poi l’immagine di una madre con un bambino al seno.

La stanza si aprì ed entrò un’infermiera con la divisa bianca e si diresse lentamente verso di lui. Gli dei avevano emesso il loro verdetto dopo il giorno del giudizio e lei era venuta per consegnarglielo.

Ella sorrise e lui ricambiò. Dopotutto, erano stati clementi.

“Ciao, Andy, come ti stai?”, chiese lei a Andy – che novità, ma gli piacque perché veniva da una donna.

“Bene, grazie” disse lui.

“Sei sicuro?”

Annuì e lei se ne andò, così come era venuta.

Questa volta, la porta si aprì con un colpo e si spaventò. Il capitano entrò con la sua corporatura voluminosa e incrociò le mani grandissime sul petto. Era un uomo molto imponente e avrebbe fatto invidia a suo padre in qualsiasi momento.

Invidioso per la sua forza ed il suo potere.

“Perché l’hai fatto ?” chiese. Prese un frutto dal comodino e cominciò a mangiarlo.”

“Fatto cosa?”, chiese Andy. Questa, di certo, non era una visita amichevole.

“Allora non ti ricordi?! Pensi che io sia uno stupido, non è vero? Te lo dico nudo e crudo: perché hai ammazzato la fottuta ragazza?”

“COSA ?!” Era sia scandalizzato che arrabbiato per l’accusa.

“Vengo al dunque: non appena i dottori ti dimettono ti manderemo, stronzo di un negro, in galera” disse e sbatté la porta dietro di sé.

L’infermiera entrò e lo guardò con pietà.

“ Non ti ha fatto spaventare, vero?”

“ Ho passato di peggio” disse e pose la testa tra le mani, disteso sul lato con il muro bianco davanti e si sentì come il bambino impaurito che era stato in passato.

Una settimana dopo, lo portarono in tribunale. Il Procuratore

Distrettuale lo guardò e scosse il capo. Anche i giurati lo guardarono e videro un poliziotto nero asssassino, che aveva abusato della sua posizione.

Mostrarono delle foto di Angel da bambina e da adolescente e sua madre parlò dei suoi sogni.

La gente del Joe’s Bar diceva che era stata educata e graziosa e che avevano osservato quanto Andrew la guardasse.

Trascorreva il suo tempo nel bar, guardandola mentre girava per il locale.

Perfino James e Jones si erano tolti i cappellini a quadretti ed avevano abbandonato la loro scacchiera: Il tribunale era affollato e molti altri guardavano dalle finestre.

Volevano vederlo sparire. Vederlo morto. Il suo non era un buon avvocato. Era stagista in uno studio legale; era studente del terzo anno.

Anche lui era triste per Angel ma Andrew non era un uomo violento. Aveva solo scoperto il corpo, così aveva detto.

L’ultimo giorno del processo portarono il coltello e mostrarono le foto della ragazza massacrata. Perfino il giudice guardò Andrew in modo beffardo e abbassò gli occhiali dalla montatura d’avorio. L’avrebbe rinchiuso nella prigione più gelida e buia.

Nella sua angheria finale, il Procuratore Distrettuale parlò di mitologia greca di cui non aveva mai sentito parlare. Raccontò la storia di Piramo e Tisba e come Piramo si era ucciso, pensando che Tisbe era stata uccisa da un leone, e Tisbe, vedendo il cadavere di Piramo, si uccise con la spada.

L’amore era una bellissima cosa, disse. L’ossessione e l’assassino sono un male, quest’ultimo è più grave e dovrebbe essere severamente punito, aggiunse. Occhio per occhio, commentò mentre si sedeva.

Il suo avvocato fece una bruttissima figura e parlò di discriminazione e che Andrew doveva essere trattato alla pari dei neri, non gli doveva essere negata la giustizia. Chiese clemenza, poi si sistemò la cravatta e il mondo di Andrew crollò.

Emisero il loro verdetto quello stesso pomeriggio e lo trovarono colpevole di tutte e tre i capi d’accusa.

Senza sembrare minimamente pentito, senza mostrare la più piccola traccia di umanità, il giudice pronunciò la sentenza di morte e Andrew Mochahale fu portato via per aspettare la fine. Era sia triste che confuso, ma c’erano delle forze troppo grandi contro cui lottare.

L’orologio camminava lentamente e poi il prete disse le sue preghiere e chiese ad Andrew se avesse qualcosa da dire.

Scosse la testa. Era in uno stato pietoso, solo un ricordo grottesco di quello che era stato.

Guardava la gente che era accorsa per dirgli addio. Sua madre era arrivata in aereo ed aveva gli occhi rossi per le lacrime; suo padre aveva perso le gambe in un incidente di pesca e sedeva pensieroso sulla sedia a rotelle. Il capitano guardava Andrew ed i suoi occhi dicevano che non c’era niente che avrebbe potuto fare. Marie era troppo alterata ed il suo avvocato gli raccontò che Joe’s Bar aveva chiuso.

La città era semplicemente diversa. Era stata derubata di qualcosa di importante. Andrew si ricordò che il giorno quando dal nulla arrivò la nuvola, si sentì triste e rimpianse tutto quello che aveva fatto.

Finalmente scoccò la mezzanotte e la guardia guardò Andrew, esitò per un attimo e, insieme ad un’altra guardia accese l’interruttore. Andrew guardò, mentre la prima goccia cadde dalla flebo.

Gli avevano detto che non sarebbe stato doloroso.

Chiuse gli occhi mentre il dolore invase il suo corpo.

Poi, silenzio e buio… buio totale.

Il giorno seguente, le radio ed i giornali parlarono della sua morte e la gente si sentì dispiaciuta e triste. Poi, dal nulla un uomo si presentò in una stazione di polizia. Era alto e biondo e si era trovato lì in visita. Il giorno del suo arrivo aveva conosciuto Angel, ma aveva bevuto troppo. Poi lei minacciò di chiamare la polizia e lui la uccise in cima alla collina.

Non gli credettero. Dopotutto, a che scopo? La pecora nera, erà già stata mandata al macello.

Il signor Bianco e Biondo si recò al cimitero e lesse l’epitaffio di Andrew. Posò una rosa bianca sulla sua tomba. Una settimana dopo lo trovarono, impiccato nella sua camera d’albergo.