Gli atti dell’incontro con il Professore Franco Cassano sul tema: “L’umiltà del male”

Gli atti dell’incontro avvenuto il 20 giugno 2011, a Matera, sull’ultimo lavoro editoriale del Professore Franco Cassano: “L’umiltà del male”. Modera l’incontro il filosofo Alberto Scarponi. 

Alberto Scarponi_

Forse posso spendere una parola, una frase sul legame che mi unisce a Franco Cassano, quando da giovane intellettuale collaborava con la rivista Critica Marxista che dirigevo negli anni Settanta.

Il libro che stiamo qui a discutere e presentare, rappresenta un sasso lanciato nell’acqua per muovere l’onda di un ripensamento e di una tradizione culturale di tutta la sinistra, che vuole aprire un orizzonte nuovo. Fare politica oggi, significa pensare in maniera diversa da come si è pensato nella tradizione, soprattutto, della sinistra. Il titolo ha già in sé un suo marchio: “L’umiltà del male”. La premessa è: Che cos’è questo male? Il male è per antonomasia, nella esposizione del libro, la destra, una corrente di pensiero; un modo di atteggiarsi della politica che è fondato su un presupposto:  L’uomo resta sempre bambino, non matura mai del tutto. L’essere umano, perciò, non diventa mai cittadino a pieno titolo, l’uomo che decide per se stesso. In qualche modo non diventa mai il soggetto di un rapporto democratico. Dall’altro lato abbiamo una destra, la quale pensa che l’uomo sia un bambino, che abbia  bisogno di essere tutelato, guidato, e in qualche modo difeso dalla propria debolezza. Questa è la tesi di partenza che poi spiega come il male, la destra, riesca ad avere un rapporto agevole con la maggioranza delle persone. Se la maggioranza delle persone è costituita da uomini deboli, dove la debolezza deve essere intesa dai limiti presenti dentro di sé, se la maggioranza è questa, il male, la destra, il diavolo o se volete il Grande Inquisitore di Dowstojeski, hanno la vittoria in pugno, hanno individuato il rapporto giusto con l’essere umano. Ovvero quello di guidarlo, di non lasciare all’essere umano la responsabilità di cui non è del tutto capace. Ecco, questa è la tesi, ma è una tesi fortemente politica in senso strategico e riassunta in una frase: se la sinistra vuole conquistare la maggioranza e non essere la rappresentanza di una minoranza eletta, fatta da poche persone che sanno muoversi con coraggio e con forza d’animo, deve adeguarsi ai metodi del male, deve tener conto che l’essere umano è debole, deve avere, perciò, più pazienza.

Come fa la sinistra che deve trasformare l’uomo e le situazioni – che altro non sono se non quelle costruite dalla vita quotidiana dalle persone deboli e limitate? E come raggiunge questo, considerando che l’uomo per la sua debolezza non  sempre è in grado di reggere alle forti tensioni nel tempo? Come fa la sinistra ad instaurare un rapporto durevole e profondo con costoro e quindi ad essere maggioranza? Nel libro si usano alcuni testi per chiarire questi concetti. Il testo più importante, più conosciuto è la leggenda del Grande Inquisitore di Dowstojeski, raccontata nel romanzo “I fratelli Karamazov”. In sintesi è un monologo del Grande Inquisitore che si trova di fronte il Cristo, tornato sulla terra nella Spagna, nel periodo della Santa Inquisizione. Il Grande Inquisitore contesta a Cristo di essere capace di ottenere il consenso soltanto di una minoranza di santi, di eletti, di forti e invece lui si attribuisce l’onere e la gloria di essere rappresentante di una Chiesa che difende, protegge la debolezza dell’uomo e dell’essere umano. Questa ideologia del Grande Inquisitore è la logica del potere che tutela l’essere umano, che protegge l’uomo dalle proprie debolezze e lo porta, lo conduce in avanti.

Altri due aspetti che vengono affrontati nel libro sono:

  1. Nel testo si parla del libro di Primo Levi “Sommersi e salvati”, dove si studia la struttura estrema del potere, il lager, lì dove c’è il comando, il potere assoluto e dove l’uomo viene annientato. In questa istituzione carceraria estrema, si pone il problema della zona grigia, della maggioranza dei reclusi che non hanno il coraggio di ribellarsi che, al contrario di chi si oppone e viene ucciso,  si salva. Una salvezza, potremmo dire, dei meno peggio, di coloro che non si sono ribellati. È la zona grigia da dove nascono i peggiori, che si accodano al potere, o ancora, rapportando questo caso alla società contemporanea, essa è lì dove le Istituzioni del potere impediscono la crescita dell’uomo e la sua autodeterminazione. Il problema è la zona grigia che rappresenta la maggioranza. Il Professore, credo che ci spiegherà, poi, il problema di questa zona grigia nella politica.
  2. L’ultimo punto trattato è un dialogo tra due filosofi, o meglio un filosofo, Adorno e un antropologo, Gerling, che discutono su un problema specifico. Adorno sostiene che la società di oggi, come tale è contraria al rapporto reale dell’individuo con se stesso e con le cose. Perché è una società che predispone tutte le categorie di rapporto dell’individuo con la realtà, sia sul piano politico dove sono predisposte le formule, i moduli con cui gli individui possono proiettarsi alla società e ai problemi delle cose da fare, sia sul piano pratico. Lo stesso accade nel settore dell’economia, dove si predispone l’individuo ad una rete a cui è impossibile sottrarsi. In sostanza una dura critica alla società amministrata, dove manca l’autenticità del rapporto con l’individuo, che gli impedisce, in buona sostanza, la crescita. Gering, avendo una posizione più conservatrice, si contrappone ad Adorno affermando che sono tutte le istituzioni politiche ed economiche della società, e quindi come si strutturano le responsabilità nel rendere civili l’essere umano, che gli consentono lo sviluppo, pur nella sua debolezza. In termini metafisici, un confronto tematico su due interpretazioni della società.

La domanda che farei a Cassano è la seguente: come è possibile per una forza che teoricamente e culturalmente vuole trasformare il cittadino non partecipe, che non ce la fa, perché è contrastato dalla struttura amministrata della società, quella economica e politica. Come fa la sinistra a proporre una politica, una cultura diversa della attività per un singolo individuo, una attività non utopica, ma reale?

Franco Cassano

Mi fa piacere constatare che mi si pone di fronte a temi stringenti. Ho qualche bisogno di chiarezza per cercare di spiegare queste parole così forti. Il male. Non ho mai usato questa parola pesante, anche se tutti abbiamo una certa confidenza con questa parola, perché in sostanza tutti quanti abbiamo in mente l’idea di ciò che sia bene e ciò che sia male. La parola male non la tradurrei in etichette politiche. La farei stare da sola. Il male come termine. Il primo problema è che c’è questo accostamento tra due sostantivi. Il male, di cui ne abbiamo già accennato e l’umiltà. Quest’ultima è una virtù. La prima cosa che colpisce molte delle persone è come si possa accostare al male una virtù, non fanno a pugni le due cose? Prima di dare una risposta io voglio dare una spiegazione. A me piace accostare le parole. Vorrei fare emergere una contraddizione in tal senso.

Bene, e male. Allora il criterio di definizione che seguo nel libro tra bene e male è molto semplice. Si muove verso il bene colui che cerca di allargare la fraternità fra gli uomini. In questo può esserci una connotazione politica. Mi riconosco in questo tipo di preoccupazione. Fa bene chi è impegnato ad allargare la fraternità, è una parola importante. Poi posso approfondire la differenza tra questa e la emancipazione. Il male, invece, restringe la fraternità, divide gli uomini perché, in qualche modo, vuole riprodurre una disuguaglianza dove lui ha il potere. È fondamentale per lui costruire una discordia, piuttosto che una fratellanza. Quindi il criterio di demarcazione è molto semplice tra bene e male. Tutto questo, serve ad avere un criterio di orientamento, a squadrare il foglio. Credo quindi che la situazione concreta sia tutt’altro che facile e quindi, così come diceva Alberto, le situazioni nelle quali esiste una zona grigia, siano molto più ampie. E questa citazione di Primo Levi, poi ha avuto molta fortuna, con lo storico Lorenzo De Felice riferendosi all’Italia, all’indomani del 8 settembre 1943; o da parte di coloro che si sono occupati della mafia, parlando di quell’aria di connivenza con la mafia, che deriva non da un rapporto organizzato, ma da un rapporto di contiguità, in cui ci sono tante sfumature diverse.

La leggenda del Grande Inquisitore io la leggo in un modo che Alberto ha già anticipato. Cristo decide di ritornare nel 1500 a Siviglia, arriva in un giorno d’estate in cui sono stati bruciati cento eretici da parte del Grande Inquisitore. Gira tra la folla che lo riconosce, passa anche il Grande Inquisitore, novantenne, che lo riconosce subito, lo fa arrestare e lo fa condurre in carcere, con una folla impressionante che prima si era accalcata davanti al Cristo, chiedendogli miracoli e che nel momento in cui il Grande Inquisitore lo fa arrestare si apre, fa passare i soldati e non oppone resistenza. Penso che questa storia, che Ivan Karamazov racconta al fratello, sia una dei punti più belli della letteratura mondiale. È un monologo, non un dialogo. Parla solo il Grande Inquisitore. In questo parlare da solo c’è anche una angoscia. Di fronte c’è il Cristo e dall’altro il Vangelo. Ovvero quello che la Chiesa, come istituzione appoggia, sulla base di quello che Cristo ha predicato. Quindi la situazione ha del paradossale. Il Grande Inquisitore si rende conto per primo, fa una lunga requisitoria, dove Cristo non dice nulla, anche se fa qualcosa alla fine. E gli dice …tu hai creduto nella libertà dell’uomo, che bisogna credere nella libertà pura e nella fede, e non sulla base di altri valori aggiunti. Quando sei andato nel deserto, il demonio ti ha tentato più di una volta e ti ha detto, noi ti possiamo dare tanti strumenti per aumentare il tuo potere, gettati qui dalla collina, verranno gli angeli in tuo soccorso. Tu ogni volta hai rifiutato le tentazioni ed hai indicato agli uomini la via della purezza nella scelta della fede. Però, è questo il  rimprovero che il Grande Inquisitore fa a Cristo, questa tua predicazione ha un difetto, è aristocratica, si rivolge ad una minoranza degli uomini. Dodicimila santi per ogni generazione. Mentre la grande maggioranza degli uomini sono come i granelli di sabbia. E dice ancora, …io sono venuto nel deserto, avevo deciso di fare come i dodicimila santi, di mangiare locuste e radici. Poi ad un certo punto, non me la sono sentita più. Mi rendevo conto che eravamo in pochi e che la maggioranza degli uomini non li avevo davanti,  ma alle spalle e quindi sono andato verso coloro che non hanno la forza morale, la virtù per poter diventare santi. Perché i santi sono dodicimila.

Qui inizia la visione pessimistica, secondo cui …la maggioranza degli uomini sono come dei fanciulli che vogliono essere liberati dalle angosce e dalle paure e al potere chiedono, in buona misura, di essere liberati, perché hanno paura di misurarsi con l’angoscia, la riflessione, la scelta che per loro è insopportabile ed io, quindi, sono uno  che facendo quella scelta, mi sono caricato dell’onere di aiutare gli uomini, a non farli più soffrire.

Il Grande Inquisitore continua dicendo …ho detto perfino che potevano benissimo peccare e che noi li avremmo perdonati, così io possiedo anche l’anima. La loro debolezza diventa uno strumento di potere nelle mie mani. E’ una immagine utile, forte e agghiacciante. Io ho cercato di sottrarre ad altri tipi di polemiche queste letture, anche se del tutto legittime. Il mio problema consiste nel capire chi tra i due personaggi ha ragione, su chi fa la scelta forte. E’ evidente che Cristo è una scelta formidabile, però il rimprovero del Grande Inquisitore mi crea un problema. Lui che pensa a coloro che sono deboli e si fa carico delle loro esigenze, mi sembra che non sia un uomo umile, buono, ma pensa al potere, ha una confidenza con le debolezze dell’uomo e le sue fragilità. Le coltiva e le riproduce. Il problema diventa questo, bene e male, ma il grande protagonista diventa la debolezza dell’uomo, non di uno, bensì di tutti. La debolezza è la condizione dell’uomo di generale. E in questo mi sento vicino al grande poeta Giacomo Leopardi che dice come la condizione dell’uomo sia questa, di basso stato e frale, fragile. Anche i migliori possono incorrere nel pericolo di specchiarsi nella propria perfezione e questo è un aristocraticismo etico. Noi siamo quelli bravi e quindi gli altri ci seguiranno. Questa mi sembra una condizione di debolezza, di narcisismo, un difetto, un fenomeno nel quale l’uomo è chiuso in se stesso e quindi il problema è quello di riflettere sulla debolezza degli uomini e questo mi sembra un fatto di grande importanza, perché certe volte si ha l’impressione che noi abbiamo un’idea del cambiamento sociale, in cui, in qualche modo, si pensa che intanto andiamo avanti, gli altri ci seguiranno, prima o poi dovranno accorgersi che avevamo ragione. Poi, come succede nei dodicimila santi, quelli non vengono e rimangono indietro.

Allora c’è un problema di riflessione che è esattamente il punto a cui richiamava Alberto ed è quello di voltarsi verso la debolezza dell’uomo, capirlo. Questo è un elemento estremamente importante. Perché, anche nella zona grigia di cui parla Levi, il lager, che è il massimo della potenza del potere, perché nel lager non c’è libertà, né alcuna autonomia. È l’esaltazione del male assoluto. In questo libro Levi dice: “Io non so se ho titolo a parlare di questa mia esperienza. Perché il fatto stesso che io sia sopravvissuto potrebbe essere un indizio di una mia complicità. Quello che vado a dirvi  è qualcosa di terribile, perché nel lager i migliori,  – e c’è un elenco lungo -, i migliori sono stati uccisi davanti a tutti”. È stata fatta una pedagogia della ferocia nel dire, se tu ti ribelli sarai ucciso, in modo tale da educare all’obbedienza gli internati. E la zona grigia nasce da questa situazione.

Prendere le vittime, adescarli, renderli utili nell’organizzazione nell’uccidere altre vittime, in cambio di un minimo di privilegio, è qualcosa di terribile. Il tuo voler sopravvivere, che è qualcosa di umano, diventa, in questa situazione, una complicità normale che è anche gradita al potere, perché agli aguzzini piace il fatto che tu, in qualità di vittima, possa diventare un poco colpevole, perché in qualche modo, l’abisso morale tra te e loro si riduce e tu hai l’impressione di camuffarti, di non essere più responsabile. Questo è il punto della zona grigia. Molte volte se devo pensare al perché Levi sia sopravvissuto, forse perché era un chimico, sarà dovuto essere utile qualche sua competenza nel campo. È una condizione terribile, nella quale capisci che queste persone sono state inserite in un meccanismo nel quale la loro debolezza fondamentale era quella di essere sottoposti ad un potere terribile. Quindi la debolezza dell’uomo è qualcosa che ci riguarda tutti, non solo perché siamo tutti abitati dalla debolezza, ma è anche l’orizzonte di ogni azione possibile. Questo è un altro punto. La politica non sempre ha una buona propaganda di se stessa, però, l’impressione che il politico medio dà è che la politica sia un mestiere in cui ha cercato di costruire la sua fortuna e rappresenti poco gli altri. Le lettere dei condannati a morte della resistenza, nelle quali dicevano …vado a morire, siate orgogliosi di me, lette ai ragazzi di un Liceo, provocano turbamento di questi ragazzi, perché di fronte a questa immagine loro capivano che una persona aveva sacrificato la cosa più importante: la vita. Sono scritte da persone semplici. L’idea della politica nei ragazzi di oggi è qualcosa che non conoscono e che non vedono, perché hanno un’altra immagine. È fuori discussione che la morale, l’etica, la capacità di discussione di migliorare nei valori sia un elemento decisivo nella vita di un Paese. Solo un Paese che ha persone capaci di fare questo, è un Paese ce ha un futuro.

Credo di poter dire che la nostra Costituzione se resiste al tempo è perché e stata fatta da una generazione che aveva dovuto testimoniare la propria ragione politica, era stata in galera, in esilio. Perché un forte cemento etico è alla base di qualunque cosa. La politica da sola è calcolo strategico, però l’etica deve diventare politica, deve conquistare la maggioranza degli uomini, non può essere fatta da semplici figure esemplari, sono essenziali, sono importanti, ma non bastano. Da sola l’etica è la salvezza di una minoranza. La politica significa che l’etica si debba misurare con la maggioranza degli uomini. E lo deve fare sulla base della spinta etica, ma senza alcun narcisismo etico. Deve andare a conquistare. Deve cioè accettare la sfida della debolezza degli uomini. La categoria della debolezza va letta con molta attenzione, ci provo nel libro. Credo che ognuno di noi abbia delle debolezze e chi dica di non averle mi farebbe impressione.

Certe volte noi costruiamo un modello stereotipato, una figura di persona che è costruita socialmente in un certo modo. Se si vanno a vedere i comportamenti elettorali studiati dai politologi, ci raffigurano persone con un alto livello di cultura, una occupazione stabile, una abitudine al dibattito pubblico. La prima domanda che mi pongo è, c’è gente che vorrebbe partecipare ma non ce la fa’, che non rientra in questo schema prefigurato?

Ci sarebbero delle persone che dovrebbero partecipare, ma che sono straziate dalla precarietà, loro avrebbero più bisogno di far sentire i loro diritti, la loro voce, ma ne stanno fuori. Questa è una vera e propria angoscia personale. Io sono abituato ad una concezione della politica nella quale il mio rapporto con i ceti popolari era un’abitudine. Ero costretto, quando facevo politica, ad avere un rapporto con gli artigiani, gli operai. Oggi la politica non è più costruita su questi contatti, perché c’è stata una grande trasformazione sociale. Nel 1976 ho fatto una campagna elettorale in un collegio elettorale per il PCI. Sono riuscito a cambiare il mio rapporto con gli altri, il mio elettorato, non perché avessi fatto un discorso brillante, ma perché li ho battuti nel gioco a carte. In questa maniera ho rotto un rito silenzioso. Oggi, invece, ognuno sta per i fatti suoi. Ognuno sta con quelli più omogenei ai sui gusti. Mentre, questo essere costretto allo spariglio, era un elemento di arricchimento culturale, perché c’era uno scambio che si è perso per una serie di trasformazioni. Un momento di esaltazione  e di contaminazione, tra il borghese e il popolo. Oggi c’è omogeneità. C’è una parte della società che non è vero che non voglia crescere, non voglia partecipare,  ma è in una condizione in cui le è molto difficile poterlo fare, perché ha degli ostacoli, degli orari di lavoro pesanti, una esistenza difficile. Capisco che c’è qualcosa che debbo approfondire, e non debbo salire in cattedra, in una posizione politica costruita intorno ai miei gusti, ai miei parametri, che sono quelli del ceto sociale cui faccio riferimento. Devo uscire da me, perché uscire dal narcisismo etico, significa uscire da questa immagine che abbiamo di noi e andare verso gli altri, cercando di non lasciare gli altri al Grande Inquisitore.

Oggi i Grandi Inquisitori contemporanei non lavorano più con gli stessi strumenti, ma con i media, la televisione. In che modo si mantiene fanciullo un uomo? Anche aumentando il tasso di volgarità di qualche spettacolo, facendo pensare che sincerità significa esprimersi senza alcuna mediazione. La nostra ricchezza, di chiunque, è anche nella capacità di riuscire a costruire una personalità, altrimenti un’idea della sincerità nella quale noi diciamo tutto quello che abbiamo dentro è un’idea spesso povera. Perché che cosa abbiamo dentro, in fondo? Tante volte tu metti le persone in una situazione nella quale essere sinceri è come fare un rutto. Un rutto è sincero, mi rifiuto di pensare che sia qualcosa attinente al pensiero. Per ché chiunque è più complicato di queste cose. Quel tipo di dinamiche sociali, fanno pensare. Vado bene come sono. Ci sono nuove forme di azioni del Grande Inquisitore attraverso il controllo dei media che non sono riconducibili ad una sola persona, imprenditore o politico di oggi. Esiste un problema nel rapporto con la comunicazione, per la cultura di massa e come essa si stabilisce. Il mio problema è cercare di uscire da questa idea nella quale noi siamo perfetti, perché nessuno lo è, perché il rischio è di rimanere chiusi in questo universo, si può essere bigotti. L’umiltà del male e un ossimoro, dove l’ossimoro è una figura retorica nella quale ci sono due parole assieme che si contraddicono. Mi fa paura l’integralismo di come siamo giusti noi. Bisogna guardare dall’altra parte, rimanendo quello che si è. Non si tratta di abiurare, di traslocare. Dobbiamo cercare di riuscire un attimo a capire, perché se sei convinto delle tue idee, non devi aver paura di nessuno. Devi essere convinto che funzionano con tutti. Essere convinto del fatto che una persona che ragiona, capisce e deve essere pronto ad abbandonare i suoi pregiudizi, perché anche tu hai i tuoi pregiudizi, saranno anche democratici, ma li hai.

Tutto questo non è difficile. Norberto Bobbio, un filosofo contemporaneo, su questo argomento, dice: “Io sono un dualista impenitente, spesso mi è accaduto di essere rimproverato per una definizione troppo cruda della realtà, come cercare di comprendere il male anche nelle pieghe più rischiose, per compiacere agli altri”. Ora se tu l’opzione l’hai fatta, devi essere capace di confrontarti. E questa è anche una scuola antica. Antonio Gramsci diceva peste e corna di chi sottovaluta il proprio avversario. Da questo derivava il suo pensiero: “A me interessa capire il successo dei romanzi di appendice di Carolina Invernizzi e non l’interesse per altro”. Voleva capire il popolo che cosa pensava, perché nelle persone del popolo trovava i loro desideri, i loro sogni portavano in questa direzione. Nel ‘35 a Mosca Togliatti, quando si diceva che il fascismo era l’espressione più forte della borghesia, commentava dicendo “vediamo il sistema corporativo, il dopolavoro, il modo in cui sono organizzati i sindacati, cerchiamo di capire il sistema. Se noi vogliamo basarci sulla sola nostra propaganda non vinceremo mai”. Vediamo come è stato capace di aprirsi. Un esempio è il contratto collettivo che è stato accettato perché strumento di controllo, per poter controllare una serie di corporazioni. Era la capacità di riuscire a rispondere a dei controlli organizzandoli secondo i propri principi. Questo non è un esercizio di originalità intellettuale, è anche qualcosa che bisogna fare. La fraternità è un obiettivo, perché  se mi serve per dire io sono fratello e tu no, è proprio il contrario di quello che si dice. Diventa un meccanismo di esclusione dell’altro. E’ una partita più radicale, è un’etica che sia capace di uscire da un senso di narcisismo e giocare la partita della maggioranza e quindi anche di uscire da una idea che chi non la pensa come me è una forma inferiore di umanità. Credo che debba parlare con tutti e che forse se qualcuno mi sfugge sono io a non aver capito qualcosa e magari per fargli apprezzare le cose a cui io tengo, devo fare un passo di umiltà nel tendermi. iI bene deve essere umile, deve riconoscere il tema della debolezza, non deve schifare troppo. Perché tutti noi siamo passati per la debolezza. Tutti quanti siamo a scadenza, siamo circondati. Questa debolezza deve essere un denominatore di solidarietà e non di divisione.

Alberto Scarponi_

Sentirei Cassano su di un punto, ovvero sull’azione politica stretta. Nel momento in cui leggevo Cassano, ho letto un libro di uno scrittore uruguaiano, che si trovava casualmente in Italia un mese fa, ed è stato intervistato perché parlasse dell’Italia, Edoardo Galeano. Un autore noto per i suoi scritti sugli splendori e miserie del gioco del calcio. Lui, per parlare di politica e dell’Italia, ricorda un episodio del 1950, campionato del mondo di calcio e il Brasile che era la squadra più forte, più bella superiore alle altre, alla fine perse la partita finale con l’Uruguay , la squadra di Galeano  e fu una tragedia per i brasiliani. Galeano racconta un episodio. Qualche anno dopo, andò a Rio de Janeiro ed incontrò il capitano della squadra uruguaiana che aveva vinto il campionato del mondo e fu colpito da queste considerazioni. Questo capitano, Octulio Varela, gli raccontò che la sera della partita, in cui festeggiavano la vittoria, lui abbandonò la festa e andò in giro per Rio, a vedere che cosa succedeva e si accorse che c’era una tristezza infinita in questa città e disse: “Io, durante la partita ero il capitano e ho odiato quelle persone che mi sembravano un mostro con duecentomila teste, soltanto la sera ho visto che ciascuna di quelle teste piangeva da sola”. Ed è da questa citazione di Galeano  che bisogna partire, ricordandosi che i nemici sono persone che piangono da sole, anche quando sono i nostri nemici durante la battaglia e vanno incontrati nella loro singolarità. Sono persone tristi e infelici da sole

Partendo da questo esempio, bisogna tornare alla considerazione dell’individuo, mentre la politica unisce e identifica tutti sotto delle bandiere, invece bisogna ricordarsi delle ragioni degli altri. Quando si fa politica, è difficile. Ho pensato che le ragioni degli altri sia una cosa che in politica significa capacità di governo, avere una prospettiva che significa non rivendicazione della propria affermazione, della propria visione, ma la prospettiva di governare il paese per tutti, nel senso che anche gli altri che si oppongono a me hanno le loro ragioni. Sono ragioni giuste dal punto di vista personale, non da quello politico, sono persone che hanno qualche ragione per chiedere qualche cosa alla politica, alla gestione collettiva. La sinistra non è sempre stata troppo di parte, quando si è proposta come forza di governo ha pensato di governare soltanto per risistemare gli equilibri, invece di pensare di governare sulla base delle ragioni degli altri. L’umiltà di sapere che la nostra prospettiva di governo è e deve essere accolta dagli altri, non in quanto forze politiche, ma gli altri intesi come cittadini, individui che si trovavo di fronte a problemi di vita, di prospettiva, a problemi personali. Questo elemento, dovrebbe provocare una sorta di rivoluzione culturale. La politica dovrebbe essere molto più nutrita di cultura, come conoscenza di problemi concreti della vita e delle persone, ma anche più ricca di cultura in termini di confronto di punti di vista, perché il punto di vista dell’altro è a volte molto ragionevole, soltanto che non viene preso in considerazione perché nella struttura globale, complessiva delle forze in campo, quel punto di vista non ha luce, non riesce a manifestarsi. La conseguenza, quindi, del ragionamento di Cassano può arrivare a questo, a elaborare un orientamento che mira ad avere una politica di governo, di rivendicazione.

Franco Cassano_

Sicuro, provo a fare un esempio. Io sono convinto che cerchiamo di riferirci ad un aspetto del presente. Credo che da parecchio, nel nostro Paese, non esista una prospettiva di lettura sul lungo periodo dell’Italia. È parecchio tempo che siamo un Paese che sta precipitando. Penso alla sua posizione nel contesto internazionale. Anche rispetto ai conflitti che abbiamo qui, un Governo importante dovrebbe pensare all’Italia nel suo complesso. Esempio, come battere il leghismo. Il leghismo è in primo luogo una chiusura dell’anima, che non puoi combattere facendo la predica, la devi combattere dicendo che l’Italia non è quella cosa che tu credi. L’Italia è da sempre quella terra che parte dall’Europa ed arriva a toccare con la punta l’Africa. L’Italia è questa, è sempre stata questa. L’idea di proporre un’Italia che finisce al Po, è in primo luogo un’automutilazione, che si porrebbe anche per il Nord del nostro Paese. E quindi, solo se si allunga lo sguardo si riesce a vedere una prospettiva utile per tutti. Fino a quando l’Italia ha questo elemento geografico, sarà un incidente, rispetto al nostro Paese. Quando si avviano una serie di cambiamenti nel Nord dell’Africa e noi, in tutto questo abbiamo solamente paura, o tutt’al più ci preoccupiamo dei profughi, siamo deboli. Invece questa è una prospettiva sulla quale bisognerebbe giocare con anticipo, perché è l’unico modo per parlare a tutti, avendo grandi prospettive. Questo è uno dei punti più drammatici. La nostra politica è una politica che non riesce a  parlare delle grandi prospettive, intorno alle quali, sia chiaro, poi bisognerebbe unirsi.

Faccio un altro esempio. Mi ricordo il modo in cui inizia il libro di Antonio Albanese “Giù al Nord”, che descrive questa visione degli imprenditori del Nord Est, del Veneto. Dice: “…mio padre aveva un piccolo capannone: mio nonno uno più piccolo; io più grande; mio figlio si droga”. Ora è fuori discussione che qui ci sia un elemento drammatico, però devo usare questo umorismo per cercare di guardare tutto questo, in parte queste imprese vendono sul mercato internazionale e quindi sono anche una ricchezza del Paese. Non posso regalargliela a qualcun altro, devo dare risposte ai loro problemi, perché è l’unico modo con il quale riesco a distaccarmi da questa simbologia del capannone in testa. Bisognerebbe dare risposte di lungo periodo, è l’unico modo. Io non ho nei riguardi di questa realtà il fastidio che a volte avverto anche nell’umorismo, ma rido anche io. Ma vorrei che noi oltre a ridere fossimo capaci di dare altre risposte a questi problemi. Perché questi problemi sono i problemi dell’Italia. Uno dei motivi per cui l’Italia è in difficoltà è il fatto che quando è arrivata la globalizzazione, nel Nord industriale si è trasformato. Non c’è più il dominio della grande impresa che adesso tende addirittura ad andare via. Si è trasformato in tante piccole imprese che spesso stanno sul piano mondiale, ma mentre la grande impresa aveva un progetto per l’Italia, nel quale il Sud c’èra, in una posizione subalterna, ma sicura, perché il Sud era manodopera a basso costo, e nello stesso tempo luogo dove mandavi l’industria di Stato, costruivi strade perché serviva alla grande industria torinese, per le automobili costruite. Era, in sintesi, un modello ineguale, ma nazionale. Invece queste imprese lavorano per il mercato estero e spesso vanno a cercare luoghi dove pagano di meno la manodopera e qui che c’è il leghismo oggettivo, cioè la perdita di ancoraggio ad un progetto nazionale. Allora una politica che si rispetti deve saper rispondere a questi problema, deve inventarsi un modo e un ruolo dell’intero Paese nel contesto internazionale. La politica deve avere queste ali, se no sarà costretta a perdere colpi. Nel ‘74 l’Olivetti percepiva se stessa come una concorrente dell’Ibm. Ma chi ci crede oggi a questa storia?. Non c’è più nulla di questa ditta, è sparita. La politica deve dare risposte a queste cose. Un Paese che non ha qualcuno che la guidi, è un Paese destinato a morire. In questo senso penso che le ragioni dell’altro debbano stare nel nostro modo di fare politica. La politica deve saper guardare lontano e non, semplicemente, dare ascolto alla sola propria fazione. Questo non mi interessa. Non essere faziosi è importante. Questa è una cosa destinata a cadere su se stessa,. Non mi interessa pensare che io sia meglio degli altri, io voglio che il mio Paese riesca a prendere una direzione nella quale ricominci a camminare, per dare un futuro ai nostri figli, visto che glielo abbiamo mangiato noi. Ci sono grandi problemi che dobbiamo affrontare, se la politica non è questa io francamente non so cosa fare. Una intera generazione è entrata con ritardo nel mondo del lavoro e manca di garanzia per il suo futuro. È questo quello che deve fare la politica e che riguarda tutti noi.

Quanto al dilemma tra la libertà e l’autorità. Dov’è la soluzione? Non abbiamo parlato di come finisce questo monologo del Grande Inquisitore. Cristo non parla e il Grande Inquisitore dice a Cristo: “…tu sarai bruciato”. E Cristo fa una mossa che è un grande spariglio, dà un bacio al Grande Inquisitore. Questo fa arrabbiare il Grande Inquisitore che dice: “…Portatemelo via”. È certo che Cristo non si sia mosso per astuzia, è un elemento di coerenza. Tanto è vero che Alioscia, nel racconto dei “Fratelli Karamazov”, presa dalla discussione, dà un bacio a Ivan. Il motivo per cui mi soffermo poco su questo punto, deriva dal fatto che il bacio non faccia eccezione, fa ripartire la storia. È un gesto troppo libero e radicale. A quello che possiede tutto e che oltretutto ti condanna, che ha strumentalizzato la tua parola, tu hai una forza così straordinaria da dargli un bacio. Questo atteggiamento di Cristo è così alto che non rompe il circolo del potere del Grande Inquisitore. E troppo alto e non può essere imitato, se non da pochi eletti.

La dimensione verticale, è molto importante. In un primo momento, parlando con la casa editrice, io pensavo ad un altro lavoro su Camus, che giudicavo un “hombre vertical”, un uomo che non si piega. Poi questa espressione è stata presa dal calcio. Ma era un espressione spagnola, quando nel Don Chichotte, si parla della lealtà. Il mio riferimento fondamentale rimane Leopardi. Noi pensavamo di essere al centro dell’universo, che tutto ci ruotasse attorno. Poi abbiamo scoperto che giriamo attorno al sole e che è una delle tante stelle. Pensavamo che la terra fosse al centro della nostra galassia ed invece siamo nella periferia della nostra galassia, che poi, è una delle tante. La nostra condizione è minima e fragile, sento l’appello che dice ne “La ginestra”, …noi siamo fragili e ci dobbiamo serrare facendo catena. Questo è il modo di stare nell’universo. Molte volte dimentichiamo questo. Che siamo piccoli  e insignificanti. L’unica soluzione è che fra tutti questi uomini fragili la fraternità sia l’obbligo, qualcosa di importante. Ho rispetto del mistero che ci circonda, non riesco a dargli un nome rassicurante, per un motivo semplice. Mi fa allibire un giocatore che ringrazia Dio per aver segnato un gol, mentre gli avversari piangono. È una offesa a Dio chiamarlo in beghe condominiali. Troppe volte è usato in questi termini. Preferisco avere un rapporto indefinito con questa parola, piuttosto che dargli volto e figura che l’uomo ha usato per imporre il proprio potere o per dire io.

Questa la mia posizione sulla verticalità.

Alberto Scarponi_

In conclusione, possiamo dire che sono due le proposte che escono dal libro di Cassano per una politica di alto respiro. La virtù della solidarietà e quella dell’uomo verticale, il singolo individuo che ha la spina dorsale dritta. Questo l’inizio di un discorso nuovo che questa serata ha cercato di porre le basi.

Grazie a tutti.