Giusto solo un po’ di vento_Alessandra Romano, Tremestieri Etneo(CT)

_Racconto finalista quarta edizione Premio Energheia 1998.

 

Usciva lentamente dall’acqua con la sua pelle verdastra e squamosa… ecco, stava per raggiungermi, le sue fauci si aprivano… la mia corsa finiva qui… quando… Quando la sveglia suona, il suo ticchettio frenetico mi riporta alla realtà: è duro alzarsi presto al mattino, e lo è quanto mai di più in una giornata bigia come questa… Quello che mi sembrava il brontolio di un feroce mostro marino altro non è che il pianto monotono del cielo. Piove. Piove a dirotto. Lo aspettiamo tutti con ansia. Nessuno sa che sto facendo questa emerita follia buttando all’aria tanti anni di studio presso un’università che non mi ha arricchito come quest’ultimo periodo a Palermo, profondo Sud, di testimonianza e impegno. Eccolo finalmente all’orizzonte il nostro K256 o roba del genere. Salgo. Adoro spostarmi in treno, mi piace studiare le abitudini e i pensieri, più profondi dei miei compagni di viaggio, tracciare schizzi rapidi di un’Italia che cambia, di un paese che volta pagina. Anche la mia vela ha mutato rotta su un vagone come questo, ben riscaldato –cosa, decisamente insolita per le nostre ferrovie- con i suoi sedili rosso amaranto e il finestrino aperto a metà. Di fronte a me -sì proprio dove ora è seduto quel giovane padre che culla amorevolmente il suo piccino – un uomo sulla trentina, barba scura e aspetto fiero, giornali in mano e un’insignificante borsa di cuoio. Siamo soli. È una giornata limpida di fine aprile. Ci studiamo a vicenda, vittime di una stupida diffidenza che ben presto riusciamo a spezzare.

“Dov’è diretta?” mi chiede con una forte inclinazione meridionale.

“Palermo”

“Avvocato?”

“Beh, sì… ma da cosa l’ha capito?”

“Sesto senso e… le sue riviste giuridiche!”

“Oh, che sbadata! Quasi me ne dimenticavo! E così crederà che sia una snob riccona… Diciamo pure che questa è solo la facciata. In realtà sono ancora agli inizi e per il momento scribacchio qualcosa sul giornale locale.”

“Dunque è anche una giornalista?”

“Scrivere è la mia passione!… Ma non parliamo di me, sono così noiosa!”

“Trova? Invece è molto interessante! È così difficile ai giorni nostri incontrare gente che scrive solo per passione!”

“E lei di cosa si occupa?”

“Di tutto e di niente!”

Michele non sa mai parlare di sé, del suo impegno quotidiano a Palermo, dei suoi sentimenti. Crede che chi lo circonda non possa riuscire a sintonizzarsi sulla sua stessa lunghezza d’onda. Ma è un gran bel tipo! Non teme nulla e nessuno. Ha un carattere versatile. Quando è stanco di me, dei miei dubbi, quando ha paura delle sue incertezze sale in terrazza e cammina sul cornicione: “Ho bisogno di sentire la mia voglia di vivere scorrere nelle mie vene… Ho assolutamente bisogno di ricordarmi quanto sono legato alla vita!” Per me che soffro di vertigini stare a guardarlo è uno strazio: mentre lui rinvigorisce a me vengono i capelli bianchi e tocco con la mano il baratro. Cosa si prova lassù, sospesi tra il cielo e la terra, tra l’oggi e il domani, lo sanno solo lui e Dio… o, meglio, lo sa solo lui perché non si affida mai a nessuno, figuriamoci credere a qualcuno

che non ha mai visto, né incontrato! Attraversiamo ora la pianura padana. Quante ore di viaggio devono ancora trascorrere! Mi immergo nuovamente nei ricordi, cercando di bruciare con la fiamma dei miei pensieri i chilometri che mi separano dalla mia Sicilia.

“E come mai andate a Palermo? Motivi personali, immagino, o di studio?”

“Uhm, non so bene cosa dire… Devo contattare dei giornalisti di… di… oh, non mi viene in mente il nome! È un movimento di cittadini che pubblica un mensile denunciando con ogni sua attività lo stato di degrado e corruzione della città”

“Vorrebbe lavorare con loro?”

“Non so, credo di no! Resterò solo due giorni, il tempo di contattarli per realizzare un ponte tra Palermo e Torino e organizzare un forum su cosa significa oggi effettivamente libertà di stampa”

“Interessante, molto interessante”.

Chissà cosa avrà pensato di me Michele in quel momento: la classica razziatrice nordista! Ma allora non conoscevo Domani, ero in arrampicata libera verso il potere e il successo… E di ciò su cui ho investito la mia spensierata giovinezza non mi rimane altro che un pugno di foglie secche, quelle che ricoprono in autunno le aiuole, antistanti il portone della sede di Domani. Credo sia indescrivibile il mio stupore nello scoprire che l’uomo barbuto del treno fosse il direttore di quel gruppo di uomini e donne, allegro ed entusiasta, convinto di poter fare molto per la loro città e il loro paese. Quella sera il forum fu eccezionale. Non mi ero mai occupata di politica fino ad allora; la mia vita, nonostante le mie frequentazioni presso una testata locale, era stata alquanto apatica. Invece quelli di Domani entravano nei meandri delle vicende che interessavano il loro tessuto sociale, indagavano, lottavano, denunciavano. Operavano a trecentosessanta gradi, non dimenticando mai che la lotta alla mafia – astratta, insignificante per me fino ad allora – partiva dalla libertà dall’ignoranza, dalla cultura della legalità nei quartieri più poveri e dimenticati dallo stato.

“Dimenticati o da dimenticare” commenta sempre Michele quando scrivo così dello Zen… motivo di dolore e di vergogna, certo, per quanti agognano un vivido riscatto. La mia avventura comincia da qui. Comincia da un salone grande con duecento sedie in fila che guardano verso un banchetto strettissimo, attorno a cui prendono a stento posto i relatori. Comincia alla vista di giovani che hanno fatto del volontariato intelligente – non di quello per mettersi in pace la coscienza, ma per dare una coscienza a un popolo – una ragione di impegno per sollevare una città in ginocchio. Comincia quando capisco quanto fragili siano i castelli di carta su cui ho scommesso la mia cultura e la mia intelligenza, pronta a coltivare i miei spiccioli interessi personali, dimenticando che solo nella condivisione di un’illusione con tanti amici puoi ritrovare la bussola. Scendo a Roma e cambio treno. Seguo ancora con lo sguardo quel giovane padre: mi hanno colpito la tenerezza delle sue parole, l’amorevolezza con cui giocava con il suo piccino. Custodisce fra le mani l’eredità di un sogno, dal suo stile di vita si dirama una catena di umanità. Chissà, come gli insegnerà ad affrontare le difficoltà, a saper perdere? Io non sapevo tutto questo quando varcai la soglia di quel portone: ignoravo che le tue idee, per cui sei disposto a combattere e morire, possono non essere condivise, ma, anzi, criticate e demolite, senza possibilità di difesa. Puoi essere distrutto in tutti i sensi se continui a nuotare controcorrente. C’è una frase scritta nella stanza dove si riunisce la redazione di Domani che nei primi tempi non afferravo pienamente: “se saprai sopportare di sentire che quanto hai detto di giusto venga alterato per combatterti e nuocerti, tu sarai finalmente un uomo figlio mio”. La testimonianza di Michele, Luca, e Rosaria mi ha svelato il segreto di questi pochi versi, spogliandomi dei miei paraocchi e della mia arroganza. E regola numero uno: non fidarti di promesse e belle parole, non scendere a compromessi… Cerchiamo la verità e non siamo una setta di smidollati: lo dimostrano le sentenze che oggi mettono in gabbia (o quasi) gli strapotenti di ieri, quelli a cui bastava schioccare le dita per innalzarti nell’Olimpo o gettarti negli Inferi. Ancora poche ore e sarò arrivata. Ho una voglia matta di riabbracciare Michele e rivedere gli amici. Un’angoscia mi prende e mi avvinghia, un presentimento inquietante: eppure, cos’ho da perdere? Nulla. Forse è per via del modo brusco con cui sono partita, l’ennesimo litigio con Michele… certo, perché a volte sappiamo come non incontrarci mai! Comunque non mi importa… mi piace confrontarmi con lui, anche se volano improperi e urliamo, forse perché alla burrasca segue sempre la stretta dolce fra le sue braccia possenti. Attraversiamo lo Stretto. Non più di un paio d’ore e sarò a casa. Il mare è placido, è uscito un sole pallido… Sarà solo un’illusione, ma sento un profumo intenso… No, non di iodio… Sembra quasi l’essenza di Michele… Quando vedo il mare penso alla sua voce suadente che mi racconta mille leggende di fanciulle rapite e di cavalieri inesistenti, la piccola Diafne, il giovinetto Aci, un certo Cola Pesce, nomi che racchiudono il passato di una terra, la Sicilia, mai rassegnatasi al sopruso, così tanto avvinghiata da una storia troppo sbagliata. Il calore e l’entusiasmo di questo popolo sono contagiosi, c’è sempre una risposta ad ogni sopraffazione, oggi un concerto di musica polifonica rinascimentale, domani una fiaccolata di bambini, dopodomani degli striscioni bianchi. In riva al mare, tra l’odo re intenso di salsedine e catrame, abbiamo deciso di condividere un progetto, un intero percorso. Non ci bastava più sapere che l’uno vigilava sull’altro, che sposavamo la stessa causa, che nella nostra immensa differenza eravamo complementari… ci mancava qualcosa… una scintilla di vita che solo l’altro custodiva. Nessuno di noi ha mai saputo parlare d’amore; frasette dolci da Baci Perugina non ci hanno mai contraddistinto, tuttavia quel pomeriggio non l’ho mai dimenticato. È un quadro il mio passato, dove mi rifugio ogni volta che ho paura, che una porta si chiude, che il silenzio mi avvolge. Di quello straordinario 1° maggio ricordo soprattutto la mattina, il lungo corteo per le vie di Catania – era un Domani in trasferta – tra i colori dei sindacati, delle delegazioni comunali, della Chiesa, dei commercianti, c’eravamo anche noi per scrivere una pagina importante del Sud d’Italia. Ci tenevamo per mano giornalisti e politici, cittadini con tanta voglia di pulito, lavoratori licenziati e dipendenti, ancora con un’occupazione, tutti insieme per parlare di dignità, di diritto al lavoro, di lotta contro l’illegalità. Nello scintillio di un sole caldo, nel cielo limpido come i nostri pensieri volavano palloncini variopinti, portando con sé verso orizzonti lontani le speranze che affidavamo al vento. E in quella vibrante emozione Michele mi ha chiesto di sposarlo. Guardo la fede nella mia mano sinistra e sorrido al pensiero che il mio matrimonio non abbia avuto fiori d’arancio, né una cerimonia sontuosa come lo immaginavo nei miei sogni di bambina. Pochi amici e solo due firme per sancire la rottura con il passato, per prenderci carico, di fronte alla società per il cui riscatto combattiamo, l’uno dell’altra. E per sempre. Accendo la radio. La ascolto distrattamente. Capto un radiogiornale: sempre lavoro, eh!

“E cambiamo argomento. Sulla Catania-Palermo un uomo, identificato in Michele R., direttore del “Domani” è rimasto vittima di un agguato mafioso. In passato aveva denunciato le irregolarità dell’”Affaire J.S”. È stato portato d’urgenza al “Cervello”, ma ci sono poche possibilità. Grazie per averc…”

Rimango pietrificata. Accasciata sul sedile, fisso il borsone d’un compagno di viaggio e all’improvviso sento crollarmi addosso il peso di un pugno di scelte troppo azzardate, di percorsi troppo difficili. Ieri forse avrei avuto tanta voglia di rialzarmi, adesso mi sembra di perdere questa forza tutt’a un tratto. Michele sta pagando per tutti noi, per il nostro sogno nel cassetto… e adesso, che ha un maledetto bisogno di me, sono su questo stupido treno, lento, lentissimo… Ecco la stazione centrale, ecco come si sono concluse le mie felici aspettative per una giornata che già prospettavo unica. Gli ospedali non sono mai stati la mia passione; ripercorro gli stessi corridoi, salgo gli stessi gradini che hanno già attraversato Michele e i medici che lo hanno in cura. Mi gira la testa tra quell’odore acro di disinfettanti, con le guance umide di lacrime, scompigliata, stravolta. Un giovane dottore di colore, Benny W., mi tranquillizza e mi conduce con sé:” Non preoccuparti, Michele sta bene!”

“Come mi conosci?”

“Siete una testimonianza per chi condivide le vostre idee. Michele ti ha cercata”.

“Posso vederlo?”

“Per ora no. Deve riposare”. Rosaria e Luca ci raggiungono. Non facciamo altro che passeggiare, fissare quella porta grigia nel frenetico andirivieni di dottori e infermieri. Nella nostra inquietudine incessante Benny, che ha operato Michele togliendoli i tre proiettili che lo hanno ferito, ci parla con dolcezza infinita: “Non disperate! Piuttosto, tenetevi occupati… Avete già sporto la denuncia per tentato omicidio?”

Era la cosa più ovvia da fare, ma pare che ognuno di noi abbia dimenticato la quotidianità, la burocrazia. Sono decisa a restare qui dentro fino alla fine.

“Uscirò solo con Michele e condivideremo insieme ogni momento di questo calvario, di questa prova così difficile!… E poi non ci fermeranno né la rabbia, né il dolore…”: rispondo così a quanti mi consigliano di andare a riposare a casa. Io mi sono attaccata al capezzale di Michele e non lo lascio un attimo. Gli rimbocco le lenzuola, alzo il cuscino, ravvivo i suoi capelli. È impressionante come la vita sembra essersi spenta così all’improvviso in lui. I suoi occhi, le sue scintille di fuoco non gli appartengono più: è entrato in coma quasi subito. Allo sguardo fiero si è sostituito un colore giallastro, il roseo della sua pelle florida è, ora, uniformemente pallido. Le sue braccia possenti sono mortificate dai mille aghi che le hanno infilzate… Eppure queste sofferenze non sembrano portare a nulla di buono, come ci dicono i medici. Io spero comunque in un miracolo e per questo gli parlo, gli racconto le leggende della Conca di Palermo, canticchio le note delle canzoni popolari che preferisce e gli stringo costantemente la mano. Benny mi tiene compagnia spesso, anche fuori dall’orario di guardia. Non deve essere facile la sua vita in una struttura come questa dov’è determinante la baronia a cui appartieni, il colore della tua pelle. Convinti che Michele sarebbe comunque morto hanno affidato un intervento delicato a un chirurgo, Benny appunto, considerato di serie “B” nonostante la sua riconosciuta competenza.

“Mi sono innamorato dell’Italia; sono nato in India, dove mi rispettano come un gran signore: non volendo sprecare una vita, ho deciso di investire le mie risorse per studiare e portare cultura, le mie conoscenze, spero anche le mie abilità, in un paese, dove il privilegio è l’anima dell’organizzazione sociale”. Accanto all’affabilità di Benny c’è il grigiore e la freddezza del vice primario, un ometto brillante sprizza da tutti i pori, nell’impeccabilità maniacale del suo vestiario, nella sua ligia osservazione della burocrazia.

“I parenti possono assistere solo durante le ore di visita prestabilite”: gracchia nella sua voce nera come il suo cuore. Quest’inferno dura sì e no un paio di giorni. Michele ormai non sente più nulla. Eppure quante cose vorrei dirgli, quanti sogni abbiamo ancora da realizzare!! Non l’ho mai ringraziato per la sua lezione di vita, per avere ricambiato il mio amore, per aver scommesso su di me. Non può più sentire che, nonostante i nostri diverbi, saremo per sempre legati indissolubilmente. Quando Benny mi annuncia la sua morte sento che un filo si è spezzato per sempre in me. Vorrei non aver mai vissuto il mio passato, mai essermi innamorata, non avere mai conosciuto Domani. Vorrei soltanto non sentire più nulla, neanche il ciclo vitale della natura, della vita e della morte, creare delle barriere di difesa dal mondo che mi circonda. La vita che pulsa in me è un fardello inutile… Sono stanca, tanto stanca, di dover uscire sempre le unghie per sopravvivere, per resistere agli eventi. Tutto è finito. “La speranza deve lasciare il passo alla fiducia” mi sussurrava spesso Michele: era lo slogan della manifestazione che in quel 1° Maggio ci aveva uniti. E oggi, in un periodo tanto simile, quelle immagini, queste parole mi rimbombano in mente. Il silenzio che mi avvolge, il non potere più parlare con l’uomo che amo mi distruggono. Che fare, dopo tanto spreco di energie, che fare?

 

Partire, incontrare altra gente. Andare in Nepal, il Paese che Michele amava quanto la sua Palermo: e per il suo ultimo viaggio in Nepal abbiamo litigato, per quei villaggi minuti arrampicati su aspre montagne, per l’infinita pazienza dei popoli che su quella terra lasciano sangue e sudore per un’agricoltura che li distrugge, più che sfamarli. Per questo da circa un anno giro per l’Europa, per l’Asia, per l’America Latina. Mi metto in contatto con i villaggi sandinisti del Nicaragua, con i tanti Michele di tutto il mondo… e a volte mi prendo delle pause perché sono certa che non può finire qui… e allora torno spesso anche a Palermo, mi distendo sull’erba fresca o su un tappeto di foglie secche per vedere il cielo terso al mio risveglio… Perché spesso capita che mi assopisca del tutto.

“Ehilà, donzella! Qual buon vento ti porta qui?”

La voce calda di un vecchio amico mi desta dal mio torpore: il fruscio del vento ha cullato il mio vortice di pensieri e ora, come se catapultata in un’altra dimensione, resto immobile e taciturna. Si distende accanto a me. Fresca è l’erba che ci sostiene, tenue il venticello che ci investe piano, quasi a non voler violare il silenzio che ci avvolge. All’improvviso le nostre mani si intrecciano. Il cielo è limpido sopra le nostre teste, nuvole di spuma si rincorrono in lontananza.

“Come stai?”, mi chiede.

“Non c’è male”, gli rispondo.

Non ci vediamo da anni, uno, tre, o forse sei, ma non ci importa: ci basta sapere di esserci, di sentirci vivi, di sapere che comunque abbiamo resistito alla bufera… Il pomeriggio trascorre lento, come se d’un tratto il mondo avesse arrestato i suoi ritmi per permetterci di ritrovarci. Una lumaca – immagine, ahimè, poco poetica – attraversa lentamente il prato che separa i nostri corpi… I nostri sguardi si incrociano per un istante, poi i nostri occhi si abbassano nuovamente per fissarla: forse non è un incontro casuale, mi viene da dire; quell’esserino così tipicamente invernale in una giornata di pieno giugno mi riporta in mente il rotolio di eventi di quest’ultimo anno stranamente frenetico… Dico stranamente perché era cominciato e poi seguito con una lentezza da fare paura, lentezza nelle forze, nelle energie finite già nei primi mesi, energie prosciugate dalle mille lacrime di dispiaceri.

“Diceva sempre: quando incroci una lumaca è segno che devi continuare nella tua corsa… È Dio che canta il tuo cammino verso la vita…”

“Sai”, rispondo quasi gridando, con la ferma convinzione di cambiare da adesso qualcosa di importante nella mia esistenza, “ho scoperto che Michele aveva sostanzialmente ragione… Studiando le forme artistiche rinvenute nelle prime catacombe ho osservato che è emblema della resurrezione, perché la lumaca spezza l’opercolo del guscio per affrontare la primavera…”

Mi alzo e mi stiracchio: “Anch’io voglio liberarmi di questo scudo grigio che mi opprime l’anima… Non posso certamente restare qui avvinghiata alle mie mille lacrime nere, ai miei mille ricordi… Via! Non voglio dimenticare, ma sono viva e devo vivere!… Tu che fai?”

Per la prima volta in tutto il pomeriggio mi fermo ad osservarlo: Dio quant’è cambiato!… È molto più magro, gli zigomi sporgono dalle sue guance infossate, gli occhi neri e profondi tradiscono quel senso di impotenza di fronte agli eventi, di vuoto dinanzi a una sconfitta, che accompagna i momenti più difficili, di trapasso, di cambiamento e di rinnovamento, di crescita. Si alza in piedi.

“Sei cambiata!”, mi fa.

“Anche tu”.

“Credo in meglio”.

“Non so cosa sia il meglio per te… ma se alludi alla mia cocciutaggine e alla mia ostinazione… No… sono sempre la stessa, e non credo di riuscire mai a cambiare, a superare i miei limiti…”

“Meglio così… Non voglio che muoia una seconda volta… Allora, dove andiamo?”

“Ti va un gelato in spiaggia?”

“È tanto che non vedo il mare, la sua vista mi suscita sempre tristi ricordi…”

“Ma siamo come anfore a cui tocca portare dentro un sogno, un ideale, o marcire per sempre in un fondale, antro e rifugio per piccoli pesci” “Ed è un’acqua fresca da trattenere fra le mani questa vita… Certo, non voglio spezzare le ali a un’illusione…”

Ridiamo perché sappiamo che non sono parole nostre, che prima di noi le ha pronunciate Michele ed hanno segnato un cammino di lotte aspre… Ridiamo sempre più forte, finché in tutta la verdeggiante pianura non rimbombano le nostre voci cristalline. Ma abbiamo tanta, tanta voglia di piangere: stringiamo un muto patto, di farci forza a vicenda… e resistiamo… Raccolgo i miei libri, la radio che canta parole decisamente adatte a far da cornice alle nostre vicende: “… dimmi dov’è, dov’è la strada per il paradiso…”

Michele diceva spesso che il paradiso lo costruisce ogni giorno ogni uomo di buona volontà che combatte per la giustizia e la verità, che si impegna a capovolgere la piramide di privilegi che una società sbagliata ha costruito per giustificare i propri errori, a dare voce al silenzio degli oppressi il cui pianto è troppo spesso ignorato da un mondo che ha orecchie davvero molto piccole per fermarsi ad ascoltarli. E nella sua religiosità vergine, non inquinata dall’immagine creata dagli uomini di un Dio vendicativo e silenzioso, come tanti suoi fedeli e sacerdoti, credeva che anche il suo giornale -il nostro giornale- fosse un frammento di paradiso, l’anello mancante di una catena di speranza e impegno. Forse per questo Domani non aveva mai avuto un’esistenza serena: ma non ci importava nulla della tiratura, delle minacce, delle banche che ci negavano i prestiti; la nostra esistenza era appesa a un quadro, l’angusta stanzetta dove si riuniva la redazione, dove litigavamo tantissimo perfino su come archiviare le copie arretrate, o su dove conservare le bottiglie d’acqua minerale… Alla luce fioca di una lampada alogena ci confrontavamo, analizzavamo il nostro tessuto sociale, vagliavamo ipotesi e soluzioni. Era un bel porto di mare quella via sconosciuta anche ai tassisti, senz’asfalto e senza illuminazione: ma era la nostra sede, il punto d’arrivo dell’impegno e delle lotte del mattino. Certo, non rappresentavamo l’opinione pubblica, non eravamo neanche l’emblema di una società desiderosa di ribellarsi al dominio mafioso… e non eravamo certamente un frammento di democrazia… ma, sì, ecco… forse cos’eravamo: un attimo di libertà, tutte le volte che riuscivamo a sentirci vivi nella gioia degli uomini e delle donne che con impegno sposavano un progetto di riscatto, tutte le volte che riuscivamo a essere felici nella felicità dell’altro…

“Gianduia, grazie. Tu cosa prendi?”

“Pistacchio, come al solito!”

Il sole ci unisce adesso su questa spiaggia dorata, bordata di onde blu. È l’ora della siesta e non c’è, praticamente, nessuno. Ci abbracciamo forte forte.

“Non è finita, è vero, non è finita!” mi sussurra lievemente… Non sembra neanche la sua voce, così terribilmente intensa è la commozione in quest’istante. Mi porge una busta: dentro, due fogli fitti di parole scritte in inchiostro nero e in bella grafia. La riconosco ancora. È la sua. È di Michele.

“Sapeva che non poteva durare a lungo. Sapeva che prima, o poi avrebbero vinto loro. L’ha scritta mentre eravamo in viaggio, in Nepal, due settimane prima che una mano omicida spezzasse prepotentemente le ali alla sua giovinezza, ai suoi ideali come se fosse sbagliato credere nell’uomo, lottare per la sua dignità… per mano poi di chi?… Di un ragazzino, magari più giovane di lui, avvinghiato a un codice d’onore… ironia del destino, entrambi vittime della stessa società in cui uno ha bruciato una vita e un altro l’ha persa”… Piange. Come un bimbo; quest’uomo singhiozza per un’ingiustizia. Ho un cuore nero, e tutt’a un tratto mi sento anch’io davvero sconsolata. Apro la lettera.

 

Mia cara spero vivamente tu non legga mai queste righe, ma sono in debito con tutta la redazione e con te in particolare, perché abbiamo investito su un progetto difficile e a lunga scadenza. Ma questo lo sapevamo, fin dall’inizio e ormai non ci stupiscono più certi commenti stupidi di galoppini incapaci di schierarsi dalla parte dei cittadini. Ma non è questo che voglio dirti. E non voglio dirti neanche di portare avanti i nostri progetti perché so che non rinuncerai mai a un’illusione… Non cambiare mai! E non permettere a nessuno di dirti che sei solo una piccola fanatica: non è vero! Ognuno di noi ha un compito nel mondo: tu mi hai fatto innamorare della vita e dopo la mia scomparsa capirai che dono importante sei per chi ti ama! Non lasciarti prendere mai dallo sconforto, scrolla le spalle a chi ti dice che è solo un’utopia un mondo migliore: si vede che è un perdente incapace di amare e di scommettersi per un ideale.

Ma tu rischia! Tu che hai una passione smisurata per la vita impegnatia dare un futuro migliore alle nuove generazioni, incidi la quotidianità, fà che la politica non sia una cosa sporca, scrivi la storia del tuo tempo! Non avere paura! In un modo o nell’altro io sarò sempre con te: cercami negli uomini e nelle donne che incroci sul tuo sentiero, ascolta la mia voce in tutti coloro che ti chiedono aiuto! Non perdere mai l’amore che hai dentro, la fede immensa per il tuo Dio a cui non sono mai riuscito ad affidarmi ciecamente, come te, e, anche se non sono parole mie, sappi che ti prende in braccio proprio quando senti di toccare il fondo.

Non piangere più, ti prego.

 

Per sempre tuo, Michele.

 

Il mormorio della corrente mi desta dai miei pensieri veloci: mi sento rinascere, le paure e i tanti dubbi non mi avvinghiano più… Sono libera! Libera poi da cosa, chissà? Eppure sento di potere fare molto ora e già mi libro in volo come quei gabbiani all’orizzonte che, dopo aver sfiorato l’acqua, si alzano in volo per chissà quali altri lidi!