Giocare al buio_Donatello Alunni Pierucci, Perugia

 _Miglior racconto da sceneggiare diciottesima edizione Premio Energheia 2012.

14

Cercheremo di riassumere quanto da lei dichiarato, con la speranza di aver compreso appieno il significato delle sue parole.

Dunque, il suo nome è Valery Pletov ed è nato a Leningrado, pardon, San Pietroburgo, il 12 giugno 1960. Sostiene di essere fotografo e di essersi fermato in città per motivi di lavoro, essendo stato incaricato da un editore del suo paese di fotografare le opere esposte al museo nazionale. Ha preso alloggio alla locanda della Posta, non per sua scelta ma sotto suggerimento della direzione del museo.

A causa di un contrattempo si è dovuto fermare, qui da noi, una settimana in più. Non ha specificato di che genere di contrattempo si sia trattato, ma non ha molta importanza, e comunque ce lo potrà dire in seguito. Quello che importa è ciò che è successo in questa settimana. Lei sostiene di essersi sentito improvvisamente libero da impegni e così, deciso a lasciarsi prendere dagli eventi, si è affidato alla sola guida

della curiosità e dell’ispirazione. E già…possiamo ben capire. Lei è un artista, uno spirito libero, uno che ama conoscere, sperimentare. Ed in questo contesto è logico che sia rimasto colpito dalla conformazione singolare della sala da pranzo del suo hotel. E’sicuramente originale pranzare nella platea o all’interno dei palchi di un antico teatro, diventato cinema col progredire dei tempi.

Era ormai per entrambi gli scopi in disuso da molti anni e il proprietario della locanda lo ha affittato. Dopo aver chiuso il palcoscenico con una serranda di metallo, a sostituzione dell’antico sipario, lo ha trasformato in un ristorante. Anche noi ci siamo domandati spesso cosa ci potesse essere dietro alla saracinesca. Evidentemente per saperlo aspettavamo uno come lei che, arrivando da lontano, non è vincolato alle convenzioni di una piccola città, uno spirito libero appunto.

Dunque una sera, incuriosito dalla struttura del luogo, ha deciso di avventurarsi per un corridoio laterale. A suo dire, una pesante cortina di panno chiudeva l’uscita dal corridoio e dopo averla scostata con cautela si affacciò sul palco. Al centro, illuminate da una lampada che pendeva appesa ad un soffitto altissimo, due persone stavano giocando a dadi ad un tavolo verde, rotondo. Rimase colpito in particolare da uno dei due giocatori, una donna; l’altro, un uomo, non suscitò la sua spiccata curiosità. L’ha descritta come immobile, fissa sui dadi, apparentemente distante, una statua di cera che emanava un fascino misterioso. Non so se abbiamo usato le sue stesse parole, ma credo che ci siamo avvicinati al concetto.

In ogni caso lei, molto educatamente, ha richiuso la tenda ed è tornato sui suoi passi, come avrebbe fatto qualsiasi persona bene educata. Ma la cosa non è finita lì. Lei non è tipo da farsi prendere da emozioni improvvise, di solito è piuttosto riflessivo, speculativo, volendo esagerare. Ma a volte viene scosso da un furore pervasivo che la fa agire impulsivamente. Questa volta era rimasto troppo colpito, diremmo quasi ammaliato da quello che aveva visto. Riusciamo a immaginare le due figure sotto una luce conica annebbiata dal fumo delle sigarette e questa donna misteriosa, vestita di nero, i capelli corvini lasciati lunghi, cadere sulla pelle bianca. Mentre aspira con eleganza da un lungo bocchino in avorio, si direbbe una donna d’altri tempi. Probabilmente l’immagine che ci ha descritto ha solleticato la sua fantasia e la curiosità era troppo forte per resistere alla tentazione di porre una serie di interrogativi al portiere di notte. Quanto alla reticenza del portiere nel rispondere alle sue domande non ci troviamo nulla di strano, soprattutto riguardo allo spazio privato all’interno del quale lei si era avventurato.

Perché di luogo privato si tratta e ben segnalato, come abbiamo potuto constatare. E ancor meno strano ci pare il fatto che, ad una sua precisa domanda sulla donna, il portiere cambiasse pretestuosamente discorso per salvaguardare la privacy dei clienti e frequentatori dell’albergo.

Ma lei non demorse. Aspettò finché non vide uscire la signora accompagnata dal suo autista. Cercò di avvicinarla ma l’uomo, evidentemente una sorta di guardia del corpo, non glielo permise, anzi la allontanò in maniera piuttosto brusca.

Non si diede per vinto. La sera dopo era alla finestra della sua camera, aspettando di vederla uscire, e così nelle sere successive.

La vedeva sempre alla stessa ora entrare nell’albergo e puntuale andarsene, dopo tre ore, sempre accompagnata dall’autista. Non riusciva più a liberarsi dell’immagine e del pensiero di lei.

Cos’era? Un colpo di fulmine?… Morbosa curiosità?… Eh?… Ce lo dica lei!… No, aspetti… Ecco, sta scritto qua: l’ha definita un’ossessione implosiva.

Può quasi risultare irritante per quanto sia impeccabile nelle definizioni. Impeccabile quanto il suo abbigliamento, come abbiamo potuto constatare con ammirazione. Una vita senza sbavature la sua, almeno sembra… fino ad oggi.

Ma torniamo al dunque. Ha reagito alla sua ossessione come ogni artista avrebbe fatto, ha pensato bene di esorcizzare l’immagine della signora rifugiandosi nella sua arte, cercando di fissare per sempre quell’immagine sulla pellicola. E’ probabile che l’idea di avere la possibilità di riprodurla all’infinito, potesse attenuare l’effetto che produceva su di lei. Quindi la sera in cui la vide uscire prima del solito, sola, a piedi, si precipitò fuori dalla stanza, deciso a fermarla. Non sappiamo come se la cava nel campo dell’immagine, ma se dobbiamo dedurre da come ci ha descritto quei pochi secondi in cui l’ha vista dalla finestra, dovremmo propendere per la presenza di un talento promettente. Abbiamo potuto apprezzare la descrizione della signora mentre si appoggia all’immancabile ed elegante ombrellino, in maniera insolita, spingendolo troppo in avanti, così da conferire alla sua andatura un che di scombinato, di incerto. Ma cerchiamo di rimanere ai fatti… la raggiunse e la fermò. Indossava un paio di occhiali da sole molto scuri e questo poteva avere a che fare con la sua andatura.

Le disse che la osservava da tempo, che era rimasto colpito da lei e che desiderava tanto farle dei ritratti fotografici. Non aveva mai incontrato, prima di allora, un volto così paradigmaticamente scolpito per essere ritratto.

Il suo volto aveva una fissità dinamica, il suo corpo sembrava una statua in movimento. Come abbiamo detto, non sappiamo quanto sia bravo con le immagini, ma con le parole non scherza affatto. Con questi due ossimori ha superato sé stesso!

La signora rispose che del suo lavoro non gliene importava nulla, ma nonostante ciò, le diede un appuntamento per il giorno dopo.

E qui lei piazza il colpo di genio. Asserisce che mentre si stava allontanando la signora la richiamò e le disse che c’era solo un particolare da chiarire: dato che lei era cieca non sapeva se fosse ancora interessato a “mostrarle” i suoi lavori.

L’andatura incerta, gli occhiali da sole… l’aveva preparato bene questo coup de théâtre.

Ma lei non ci sta ascoltando signor Pletov, il suo sguardo è assente… non ci dica che non è abituato alle notti in bianco. Eppure è meglio per lei se verifica ciò che stiamo dicendo. E’ nel suo interesse che corrisponda esattamente a quanto da lei riferito.

Diamo un caffè al signor Pletov, con molto zucchero, così lo tira un po’ su. Nel frattempo andiamo avanti e lei cerchi di essere più attento per favore.

Il giorno dopo fu accompagnato in una casa fuori città dall’autista della signora. La donna acconsentì a farsi fotografare a patto che non le rivolgesse parola, per nessun motivo.

Terminato il servizio la fece riaccompagnare. I negativi trovati nella sua borsa e nella macchina fotografica sono stati inviati al laboratorio di sviluppo e stampa, non vediamo l’ora di verificare il suo talento.

Purtuttavia, nemmeno i ritratti fotografici riescono a placare la sua ossessione. Ha bisogno di rivederla e nei giorni seguenti la cerca con insistenza, ma senza successo. In albergo non viene più e a casa si fa negare. Non si dà per vinto fino all’ultimo, ma arriva il giorno della partenza. Ha già le valige pronte, quando decide di dare un ultimo sguardo dietro al sipario. Il tavolo verde è illuminato al centro e apparecchiato, come se si dovesse svolgere una partita. Seduto a quel tavolo c’è un uomo, lo stesso avversario che la signora aveva affrontato la prima sera.

Improvvisamente si dimenticò del treno, del bagaglio, di tutto e si accomodò a quel tavolo, davanti a lui. Non sedette per giocare, lei non è un giocatore… no, si sedette per parlare, per chiedere di lei. L’uomo le disse che ne era pazzamente innamorato e lei capì chiaramente che cosa volesse significare con quell’avverbio, di modo che era stato messo lì non a caso.

Gli chiese se avrebbero giocato quella sera. L’uomo rispose che era rimasto senza una lira, ma la cosa peggiore per lui era non poter vedere quella donna. Era lei che aveva, fissato le regole. Si sarebbero potuti incontrare solo al tavolo da gioco, a meno che non avesse vinto lui. Aveva perso tutto quello che aveva senza vincere nemmeno una volta. Quell’uomo era distrutto, aveva abbandonato ogni speranza, aveva perduto financo la dignità. Non ebbe nessuna vergogna a chiedere a lei, un perfetto sconosciuto, dei soldi in prestito. Le si è attaccato al braccio, si è messo in ginocchio, le ha detto che non poteva negargli quell’ultima opportunità. E lei cosa fece? Sostiene di essere rimasto infastidito, ma non si ritrasse offeso da quella proposta. E’ stato umiliante vederlo chiedere soldi in quel modo, ma non le ha detto di no. Anzi, ha accettato, e sapendo che probabilmente non avrebbe mai più rivisto quei soldi gli chiese qualcosa in cambio. Chiese di assistere alla partita.

L’uomo rimase un po’stupito dalla richiesta, ma acconsentì supplicandolo però di non farsi notare dalla donna.

Si fece prendere né più né meno che da una sorta di voyerismo, peraltro attitudine consona ad uno che fa il suo mestiere.

Li guardò di nascosto mentre giocavano. La donna era impassibile, cattiva, chiusa come i suoi occhi. Maneggiava i dadi in modo confidenziale, lasciando scivolare le dita sulla loro superficie. Quelle mani avevano posseduto la sua attenzione e piano piano si rese conto che la donna stava leggendo i dadi con le dita e prima di lanciarli produceva sempre la stessa leggerissima torsione nel polso, in modo da aprire i palmi all’insù al momento di lasciarli cadere. Anche questa volta il suo avversario perse tutto.

Qui il suo racconto si fa più confuso, scompare la prosa fluente e ricercata per lasciare campo a un susseguirsi di frenetici frammenti incompleti. Ad esempio sostiene di aver sentito l’uomo implorare la donna, chiederle di poterla rivedere e affermare che era disposto a qualunque cosa, pur di restarle vicino.

Sostiene, inoltre, che a quel punto qualcuno l’ha afferrata alle spalle e dopo averle bloccato la gola l’ha trascinata via, attraverso un corridoio.

Quello che non riusciamo a capire è come abbia potuto in tutta questa concitazione, sentire per esteso e nitidamente l’agghiacciante risposta della signora. A suo dire la donna avrebbe chiesto all’uomo se era disposto, in cambio della sua compagnia, a farsi cieco.

Diamo per buono ciò che afferma, ma cosa ha visto quando si è affacciato al pertugio della cabina di proiezione del vecchio cinema, dove nel frattempo era stato rinchiuso? Dovremo stabilire quale processo neuronale si è attivato per indurla a quel punto ad estrarre la pistola. Ci mancano alcuni dati per avere un risultato soddisfacente. Ci avrebbe ad esempio dovuto spiegare perché portava con sé una pistola, ma anche su questo punto è stato elusivo, farfugliando parole incomprensibili. C’è qualcosa che non quadra. Lei è minacciato da un energumeno che la trascina via e la chiude in uno stanzino e nemmeno cerca di difendersi. E poi, a freddo, tira fuori una pistola e spara ad una signora che, per quello che ci consta, non stava facendo nulla di male. Lei asserisce che disgustato da quel gioco insensato, ha cercato solo di porvi fine, prima che fosse troppo tardi. Troppo tardi per che cosa? E soprattutto, perché ha fatto fuoco sulla signora?

Questa è una delle parti più confuse del suo racconto. Lei ha dichiarato che non ha sparato mirando alla signora, ma lontano dal tavolo da gioco e solo per impedire che quell’uomo compisse l’insano gesto di accecarsi con un punteruolo. Non ci risulta ci fosse un punteruolo sulla scena, in questo caso non metaforica, del delitto. E poi, probabilmente, quell’uomo era cieco a sua volta, vittima di una cecità da succube amore, impotente e disperato.

Rimane il fatto che il primo colpo non andò a segno, ma il secondo ha colpito la signora. E non è questo il fatto più grave, del resto la donna se la caverà. La cosa che ci angustia, caro signore, è che poi ha rivolto l’arma contro sé stesso.

Lei deve essere caduto in uno di quei labirinti mentali che a volte colpiscono la specie umana. Si tratta di cortocircuiti informativi nella comunicazione infracellulare per cui si può precipitare in una metarealtà che, utilizzando solo frammenti di ciò che vi circonda li scompone e ricompone, distorcendo le capacità cognitive e producendo decisioni distorte. Purtroppo ci stiamo lavorando da tempo, ma non siamo ancora arrivati ad una soddisfacente soluzione del problema.

In poche parole, lei ha reagito ad una situazione che era diventata paradossale, parossistica e pericolosa, ma solo ai suoi occhi. Probabilmente, si sentiva frustrato. Aveva subito il fascino di quella donna, ma non sapeva come rapportarsi a lei. In questo caso il suo spirito artistico non le è stato d’aiuto, non ha saputo trasformare in un’azione creativa l’impotenza di fronte a una passione montante.

Reagiscono tutti come lei quando si rendono conto che, pur essendo padroni del proprio destino, non hanno trovato le chiavi per gestire al meglio la propria vita. Ma non deve lasciarsi prendere dallo sconforto. Ripuliremo la sua anima, la faremo crescere in una nuova identità e avrà la possibilità di partecipare un’altra volta al gioco della vita. Conserveremo nel suo codice genetico le informazioni che riguardano la sua vita appena trascorsa, insieme alle informazioni sulle altre vite passate. Purtroppo, salvo alcuni casi più unici che rari, non siamo in grado di far sì che queste informazioni siano di facile reperibilità nella vostra memoria. Stiamo lavorando anche a questo, ma posso tranquillamente affermare che abbiamo tutto il tempo che vogliamo per affrontare una ad una le problematiche che si manifesteranno.

Adesso si asciughi quel rivolo di sangue che le sta colando dal foro sulla tempia, è meglio essere puliti mentre si aspetta un’anima nuova.