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L'angolo dello scrittore

Ginocchia

racconto di Simonetta Sciandivasci

La nonna non muore.

L’anno scorso è rimasta in ospedale un mese.

Le cambiavamo la camicia da notte ogni mattina, perché siamo figlie e nipoti fanatiche – ce lo diciamo da sole e ce lo hanno detto anche le infermiere.

Una mattina si è alzata piena di macchie color prugna, si è spaventata e mia zia ha detto a suo marito di accompagnarle subito al Madonna delle Grazie, dove ha continuato a riempirsi di macchie ed abrasioni per quindici giorni.

Le è venuta la micosi in bocca, sotto le ascelle, dappertutto.

Come sta nonna? Meglio?

Non lo so. Oggi mi sono accorta che le sta venendo la micosi pure alla farfallina.

Dove?

Alla farfallina.

Al ventesimo giorno di degenza i dottori le hanno diagnosticato la vasculite. Lo hanno detto a mia madre perché lei era lì in quel momento, anche se quando ci ha spiegato cosa fosse io ho temuto che tutte pensassero che lei era la solita saputella.

Mia madre non è una saputella. E’ solo molto intelligente.

E’ più intelligente di tutti, sempre.

Anche di Maria Corti e di Maria Bellonci, le sue scrittrici più amate, che mi ha imposto per anni e che per anni ho fatto finta di amare anche io, per non farle pensare di aver cresciuto una figlia troppo stupida o troppo insensibile per apprezzarle.

Ora che scrivo anche io- e non so più leggere con l’amore, ma solo con l’interesse- mi sono accorta che, sebbene intelligente e sensibile, non avrei mai potuto appassionarmi a due scrittrici che non solo non sono mai andate oltre mia madre, ma che da lei sono state addirittura superate e surclassate.

Non è colpa loro se mia madre è una profetessa.

Sono sicura che se i medici di mia nonna avessero continuato a tentennare, lei, alla diagnosi di vasculite, ci sarebbe arrivata da sola.

Lo so io, lo sanno le sue sorelle, lo sanno i loro mariti e le loro figlie.

Mio padre no, ma mio padre la ama troppo per potersi accorgere di quanto è intelligente. A che gli servirebbe? A stimarla?

A che serve stimare qualcuno che si ama?

La stima è atea, va costantemente argomentata.

L’amore è divino, non ha ragioni ma ha ragione.

Non tutte le mogli sono amate: la maggior parte vengono stimate.

Stimate perché lavorano, producono, crescono figli e, nonostante tutto questo, fanno pure torte.

Mia madre è amata: suo marito non le tributa nessuna onorificenza per il carico inumano che ha sulle spalle. Non gliene frega nulla: la ama a prescindere.

E lei s’ innervosisce. Ogni tanto, vorrebbe essere una di quelle signore mesciate che vengono elogiate per una carbonara scotta.

Perché non si rende conto che a quelle signore non sarà mai concesso di dimenticare una carbonara, una permanente, un risparmio; dovranno sempre badare a dimostrare chi sono e non appena avranno un cedimento, saranno dimenticate e sostituite, o, alla meglio, sopportate.

Invece lei sarà amata sempre. Anche spettinata, smemorata,  puzzolente, inefficiente,  cascante, petulante.

Papà crede che a lei sfuggano queste sfumature, ma è perché lui l’ha solo sposata e non la conosce come la conosco io, che, anche se non me lo ricordo, le ho addirittura visto la pancia, l’ombelico e la farfallina. Da dentro.

Spesso sono stata tentata anche io di credere che mia madre non capisse quanto amore c’è nel non badare ai suoi meriti. Ho creduto più di una volta che fosse un po’ ingrata, un po’ femminista, un po’ permalosa, un po’ nevrotica, che avesse un po’ di sindrome del burn out ed un po’ di sindrome di Fedra.

Invece poi ho capito.

Che lei deve normalizzare il suo matrimonio per includere me.

Che lei vìola la lode all’inviolato di mio padre, per farmi vivere in una famiglia normale, con affetti misurati, ruoli imprescindibili, ascese veloci e non velocissime, premi e punizioni.

Mia madre contiene la sua straordinaria intelligenza e lo straordinario amore che suscita nelle persone, per mantenermi in equilibrio.

Fa la tradizionalista per darmi una storia da cui poter decidere di prescindere senza tradirla.

Fa la fanatica per consegnarmi un onore.

Fa l’ansiosa per abituarmi al fatto che la libertà non esiste.

Chiede le rose e le nuove cose per non farmi diventare una snob di quelle che non credono alle feste comandate, ma festeggiano il proprio compleanno come fosse Natale.

Fa la donnina media, per farsi superare. Ma io non la posso superare.

Bella, mia madre: fa la madre.

Io faccio la figlia: approfitto di lei, della sua intelligenza ( lei capisce, io scrivo), della sua forza ( lei mi difende, io combatto), della storia d’amore dalla quale mi ha fatta nascere ( lei l’ha vissuta, io la testimonio) e che mi piace tantissimo raccontare.

Mia madre ha imparato ad andare in bici a vent’anni.
Studiava giurisprudenza a Pisa ed era la fidanzata di mio padre da già cinque anni, quindi ha imparato a fare l’amore prima che ad andare in bicicletta.
Usciva di mattina, con una bicicletta che ho sempre dimenticato di chiederle di chi fosse, per raggiungere mio padre dall’altra parte della città.
Le strade erano piene di militari in divisa e lei ci andava a sbattere contro.
Avrei dato di tutto per essere uno di quei militari, vedere una ventenne che impara ad andare in bici e pizzicarle quella sua carne oriunda da uliveto in novembre.
Invece sono sua figlia: l’ho vista nuda, l’ho vista quasi morire e, se sarò fortunata ( non sopporterei non essere con lei in quel momento), la vedrò morire fino a che non morirà, ma non l’ho vista imparare ad andare in bici.

Spero tanto che mia madre faccia come sua madre e non muoia mai.

La porterò volentieri in tutti gli ospedali del mondo, le cambierò il pigiama tre volte al giorno, le laverò i denti, le leggerò Camilleri, le leggerò Omero, le riempirò le braccia con i miei figli, mi macchierò di accanimento terapeutico, rinuncerò a qualsiasi cosa.

E quando non basterà più, le allungherò la vita diventando ( o, almeno, provandoci) esattamente come lei.