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I racconti "brevissimi di Energheia"

I brevissimi 2017 – Fuori Tempo Massimo di Vincenzo Di Francesco_Guidonia Montecelio(RM)

anno 2017 (I colori dell’iride – rosso)

Le itteriche pareti di quella stanza odoravano di malato. La fòrmica turchese della panchina su cui alloggiava, sapeva di estenuante attesa. L’aria sterile era asfissiante.

L’orologio a muro era fermo agli anni settanta. La statua della Vergine col Bambino troneggiava in un angolo oppressa dai fiori.

Odiava trovarsi lì. Come odiava quella pancia che cresceva deformando instancabilmente il suo agognato corpo.

Propria ora che il coraggio di togliere utero e ovaie si era fatto rintracciare, si trovava a competere con una gravidanza indesiderata.

Non lo voleva. Quel maledetto frutto che cresceva nel ventre suo lo detestava. Ci aveva provato ad accettarlo, a sentirlo come parte di sé, della sua carne, però niente.

Era figlio di uno stupro, ma indipendentemente da questo, era un qualcosa che non faceva parte dei suoi desideri.

L’istinto materno non era nel suo essere. Lo spirito del concepimento non aveva mai abitato la sua anima.

Sbuffava. L’orologio bordato d’arancione, nella sua innocua fermezza, pareva scandire un tempo dilatato.

Si sentiva fuori luogo. Come fuori luogo considerava la presenza della Vergine in quella specie di limbo epatico. La trovava impertinente. Arrogante. Con i suoi occhi eterei di un celeste sincero, privi di qualsiasi peccato, sembrava palesemente giudicare certe scelte.

Ci aveva pensato a lungo. Ci aveva pensato così tanto a quella scelta, che solo l’intercessione del denaro poté ripristinare la legalità. Era fuori tempo massimo per quella decisione, ma partorire sarebbe stato come subire una seconda violenza.

Già ogni mese, sopportare la comparsa delle mestruazioni significava dover sopportare un abuso.

La manifestazione di quel sangue uterino era devastante per la sua psiche. Quel flusso tracotante si trascinava dietro fastidiose consapevolezze. Era un estraneo che prendeva la sua faccia e gliela sbatteva contro uno specchio di false apparenze fino a farla sanguinare.

Per questo l’inevitabile scelta dell’isterectomia. Sarebbe stata il passo definitivo verso la rinascita. Portare a termine una gravidanza, invece, lo avrebbe ricondotto alle porte dell’inferno, dove il suo lungo cammino era iniziato.

Dove il testosterone si azzannava con gli ormoni per rivendicare i propri spazi. Dove le forme maschili si nascondevano timide sotto a quelle femminili. Dove quell’aspetto muliebre non gli apparteneva. E dove quella materna pancia sarebbe stata visibilmente più coerente.

Oramai di quell’icona donnesca era rimasto ben poco. I seni prominenti si erano trasformati in virili pettorali. I fianchi voluttuosi erano marcatamente più vigorosi. La cortese mascella sorreggeva una ruvida barba.

Tutto sapeva di maschio, nonostante il florido ventre si ostinasse a dire il contrario.

Uno scricchiolio lo fece sobbalzare. Una porta truccata di grigio si aprì chiamandolo per nome.

Si sollevò. Sotto un generoso pullover di lana verde, le rotondità materne si addentrarono in quel grigiore listato a lutto.

Un eco severo seguì la chiusura della porta. Un piccolo sussurro di vento smosse quell’aria soffocante e paglierina. La Santa di gesso continuò ad appoggiare il proprio sguardo inerme sulla turchina seduta ormai vuota, mentre un’inquieta sirena d’ambulanza, pulsava sempre più prepotente tra le indolenti mura di quell’asettica stanza.