I brevissimi 2019 – Frastuono, Ugo Criste_Genova

Anno 2019 (I colori dell’iride – Verde)

Quando la porta della cella si chiuse dietro le mie spalle, accostai i palmi delle mani al viso e, immaginando che potessero riflettere simili a specchi , cercai di osservare i contorni del mio viso. Volevo capire se ero proprio io quello finito dietro le sbarre. Volevo soprattutto capire se era capitata proprio a me di vivere quella assurda esperienza. A conti fatti avrei dovuto aspettarmelo, invece capitò che quell’evento mi sorprese, mi colse impreparato. Come se a me quella possibilità fosse risparmiata, neppure da mettere in conto.

   Tanti del mio tempo sono caduti dentro i fatti del mondo. Catapultati. Risucchiati. I grandi temi, come la guerra del Viet Nam, il post ’68, le aspre lotte operaie, li hanno attratti e a migliaia, e addirittura sgomitando per non esserne esclusi, si sono gettati al suo interno. Era vivere la rivoluzione la nostra aspirazione. È nell’inseguire quell’ambizioso sogno che abbiamo dato vita agli anni di piombo, facendoci in conclusione incarcerare e lasciando dietro di noi una scia di morte e disperazione.

   Sul palmo delle mani vidi riflesso un volto scarno. Dimagrito. Soprattutto affranto dalla delusione. Dal braccio della sezione detenuti politici del carcere giungevano urla, lamenti, ma pure, da parte dei compagni reclusi, saluti di sostegno. Mi dicevano di tenere duro, e che la vita in ogni modo sarebbe continuata. Che non sarebbe affatto terminata con la carcerazione. Crederci? Forse chi mi inviava quel messaggio ci credeva realmente? Più avanti, negli anni, ho avuto modo pure io di inviare quel messaggio. Ma devo essere onesto, non dicevo ciò che pensavo. Il carcere è la negazione della vita, è il suo annientamento. Si continua a vivere, tuttavia si è come morti in movimento. Poi giunse la prima sera. Un rumore ripetitivo, ossessivo, mi venne incontro. Un rumore compiuto da due corpi metallici che venivano in sequenza urtati: tre colpi e poi ancora tre colpi, come tre note di un tamburello. È quando quel frastuono arrivò a me che capiii di cosa si trattava: controllavano che l’inferriata fosse integra. Guardai la grata che bloccava la bocca di lupo e il colore di quelle sbarre si fissò dentro di me: verde. Sentii l’angoscia salirmi dentro. Un interminabile fremito m’impose di allungarmi sulla branda. Alle narici mi salì odore di orina, di sudore. Avrei voluto in quel momento terminare di respirare. Oppure, nonostante avessi poco più di vent’anni, essere già vecchio, decrepito, a un attimo da esalare l’ultimo respiro.

   Anni di carcere. Una primavera spezzata, uno spazio svanito senza lasciare nulla. Anni di carcere. Un balzo in avanti nel tempo compiuto a piedi uniti e concluso su anfore che infrante si riveleranno vuote. Anni di carcere. Una eternità con una conseguenza postuma, con una alienazione a sancirne il ricordo. Ancora oggi nella vastità della mia camera percorro, come se fossi ancora nello stretto della cella,  tre passi avanti e tre passi indietro, poi mi fermo e guardo in alto in attesa che quelle  sbarre verdi mi vengano incontro. Quel movimento veloce e sempre uguale mi provoca una sorta di mal di mare, tuttavia non riesco ad arrestarlo. Ci provo, ma lui è più forte di me. È quando mi distraggo che ricomincio a percorrere tre passi avanti e tre passi indietro con lo sguardo perso nel passato, e in direzione delle sbarre. Come una sentinella. Come una marionetta. Come chi non ha alcun luogo dove dirigersi, alcuna terra, in definitiva, a cui approdare.