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I racconti del Premio letterario Energheia

Flusso di coscienza_Luca Oronzo, Fiumicino(RM)

_Racconto finalista decima edizione Premio Energheia 2004.

 

Eccola. E’ l’onda che increspa il mare piatto, alla ricerca dell’ispirazione. La riesco a seguire in tutta la sua vita: dalla nascita fino al suo apice, in cui la schiuma, sua unica creazione arriva fin su la riva, testimonianza della sua esistenza.

Qualche bolla sulla sabbia umida, non rimarrà che questo, ma ricorderò tutta la sua potenza. Questa è l’idea che ho dentro: l’ispirazione che mi trasporta, inerte, fin dove viene intrappolata dalla normalità. Momento interminabile di lucida follia, che muore nella mancanza di quell’attrito necessario allo scorrere della sua esistenza.

Ogni immagine che vedo ora è un freno, sono circondato dalla vita che non voglio vivere. Cerco la chiave, l’unica strada per uscire da me stesso, reietto dalla vita. Rifuggo dalla natura, matrigna crudele che mi circonda senza scampo. Ma è qui la mia fortuna, la possibilità di posare il mio sguardo dove nessun occhio arriverà mai. E’ lì che ho trovato me stesso, la superba bellezza che la natura non ha potuto negarmi.

E’ il mare della mia mente, dove talvolta le onde delle mie idee riescono ad uscire, moriranno certo, ma sarà ormai troppo tardi; perché quella schiuma rimarrà impressa in una storia, e nessuno potrà mai distruggerla.

Chiudo gli occhi. Non più contrasti forti, è la sinuosità che cerco: ogni colore si attenua, invisibile se non ad un’attenta analisi; i rumori, così fastidiosi nel costringermi al mondo reale, si fondono in una soave melodia.

Eccola. La noto da un leggero oscuramento della superficie. E’ ancora un leggero incurvamento, ma già ne sento l’incomparabile potenza.

Nessuna distrazione. Devo solamente vegliare sulla sua creazione, perché sarà questa che presto mi porterà: sarà un dolce abbraccio che ne nasconderà l’impeto. La velocità sarà tradita solamente dalla leggera brezza che avvertirò, appena, la potenza da qualsiasi cosa, le si opporrà.

Non devo aver paura, non passerà finché non mi condurrà ancora nella realtà. Un tempo lungo un sospiro, il momento in cui gli occhi si abituino di nuovo alla luce.

Eccola. La sento. Ora la riesco a comprendere. La mia mente si suggerisce ogni parola, come leggesse su di un foglio già scritto; le mie mani si muovono da sole per disegnare le immagini di un film. Io, semplice spettatore di me stesso, rimango ammirato di fronte alle iperboli della mia mente.

Non riesco più a staccare gli occhi da quel fiume impetuoso di parole, che scorre sotto di me.

Ma… eccola. Ancora non è morta, ancora non si è arresa alla crudeltà della terra. Lei, così fluida, dolce, non ha mai affrontato l’insostenibile pesantezza della rude forza. Arte, leggerezza contro la ragione e la staticità della secca brutalità.

Così fragile, è proprio in punto di morte che imprime se stessa, che regala la scintilla nel momento preciso in cui si richiude.

Eccola. Finita, e ancora pulita da qualsiasi correzione. E’ questo il momento più bello, la possibilità di leggere la prima stesura; quella scritta di getto, quella che non ha alcun bisogno d’alcun pensiero per nascere.

Solamente semplice ispirazione.

Ora è il momento in cui nessun critico, nessun lettore può permettersi di esporre la sua visione della mia arte. Sono io, solo io che riconosco le immagini che saltuarie parole mi evocano.

E’ una storia, un racconto fatto di tanti momenti separati.

Le parole sono solo un collante, il letto del fiume su cui può scorrere fluida…

Eccomi. Ancora una volta immerso nella mia mediocrità, ancora sporco della normalità. Riesco nuovamente a specchiarmi nelle migliaia di volti che indistinti scorrono davanti ai miei occhi. Dov’è quell’unicità che mi trascina nella vita come trionfatore? Dov’è tutto quell’orgoglio che si sprezza della stessa vita? Ancora una volta torno mesto in quel mondo che m’ingloba, crudele sedativo per ogni mia creatività.

Eccomi. Infimo tra i peggiori, incapace di accettare me stesso. Cosa credevo? Di essere pura perfezione? Neanche questi fogli pieni di storie sono esenti da errori. Tra loro albergano migliaia d’imperfezioni, piccole sviste che li sporcano di quell’umanità così familiare, rassicurante.

Eccomi. Rinchiuso in una fortezza impenetrabile, soltanto per potermi riconoscere nell’oscurità. Chiudere gli occhi; dovrebbe essere sufficiente per guardarmi. Eppure il buio è il mio compagno. Le luci della notte sembrano ormai così accecanti, la sua vita così assordante…

Basta. E’ finito il torpore; le idee sono ormai irraggiungibili.

Gli occhi si riaprono e nasco infine ancora una volta.

Eppure tutto quello che vedo, sembra diverso. Ogni cosa, prima, nascondeva un suggerimento, un piccolo incitamento ad ogni mia idea; era pronta a condurmi a chissà quale collegamento pur di migliorare la folgorazione iniziale. Ora tutto appare vuoto: mi sento improvvisamente così solo, immerso in una stanza che sembrava stretta.

Mi affaccio alla finestra. Un’eternità quella passata dall’ultima volta che ho visto il mondo: sempre lo stesso paesaggio, le persone potrebbero persino apparire identiche. Sono io stavolta che sono cambiato, non ho più gli stessi occhi.

Il mondo: piccolo oggetto che credo di poter guardare come più mi aggrada! Mi pare così abituale, forse è solo quello che voglio vedere.

Aria mattutina di un mondo che si deve ancora alzare e abbandonare il tepore del proprio letto. Una leggera foschia spegne ogni colore forte e lo armonizza con l’ambiente.

Non saprei dire quante tonalità riesco a vedere, sembrano tutte nascondersi dietro la totalità, indistinte perché tutte così simili.

Ma non è tra loro che dovrei ricercare l’origine di questa sensazione, piuttosto gli odori appaiono ora, così misteriosi.

Chiudo gli occhi… Mi accorgo che non riesco a sentirli se resto distratto dalla visione della mia finestra. Evoca troppe sensazioni fuorvianti, ricordi che mi guidano verso altri pensieri.

Non è facile non vedere. Il buio non riesce a liberarsi dall’ultima immagine impressa nella mia mente.

Tenace, rimane aggrappata alla vita, prima di finire nell’oblio della mia memoria. Forse morirà, troppo simile a tutte quelle che l’hanno preceduta; forse sopravvivrà, cancellerà tutte quelle immagini che ora le stanno usurpando il posto.

Ed è proprio mentre si allontana che gli odori cominciano ad acuirsi, strane emozioni prendono vita, sinuose.

Vorrei cercare di concentrarmi su di esse, cercare di analizzarle con raziocinio; ma so bene che esse sparirebbero: come una bolla di sapone esplode al minimo tocco con la realtà, anche queste fuggono se la mente non rimane sgombra.

Il buio. E’ strano: non riesco a ricordare qualcosa che mi è familiare. Emozioni già provate, momenti già vissuti. Sento l’infanzia, forse mia madre, immagini ingiallite dal tempo… ma non riesco a ricordare. I sapori, gli odori appaiono ancora troppo lontani, sbiaditi dal tempo.

C’è qualcosa nell’immensità della mia mente che si frappone nella strada verso quella sorgente. O forse sono proprio io, questo stato mentale che mi ha chiuso l’unica porta che volevo solcare.

Ho perso il treno. Peccato. Non sono più in grado neanche di controllare me stesso. Sono mie le emozioni che provo e a cui non riesco a dare una spiegazione. E’ buffo: ho bramato tanto che il mio corpo crescesse, che non mi sono accorto che la razionalità stava impregnando la mia anima.

La Fantasia: quella che ti permette di viaggiare solamente rinchiudendosi in se stessi, forse è, proprio, questa che mi manca.

Suona strano che sia proprio io a dire una cosa del genere, che ne traggo vita. Sento che c’è qualcosa di diverso: le mie sono soltanto visioni; un film che scorre e che posso cogliere solamente ad occhi aperti. Sono costretto ad abbandonarmi alla visione della sensibilità per poter usarla: ho ancora bisogno dei frammenti di ricordi per sintetizzarne altri. Questa non è la Fantasia. E’ solo una fervida immaginazione, semplice immaginazione, un semplice surrogato.

Riapro gli occhi. Devo infine tornare alla realtà. Ma… questa… non è la MIA realtà!

Un’enorme distesa di sabbia finissima. L’infinità nell’alternanza tra questo mare e i leggeri pendii delle sue dune. Un deserto sterminato mi circonda, eppure proprio adesso sento forte quella sensazione che pensavo aver smarrito.

Una dolce melodia mi distrae: soffice, costante, quasi surreale. Non credo d’averla mai sentita, eppure questi odori, le sensazioni che evoca, sembra farla mia già da tempo immemorabile.

… Il mare. E’ la prima volta che riesco a vederlo: mia madre mi raccontava sempre che quando ero piccolo mi ci portava spesso ed io, ogni volta, ne rimanevo ipnotizzato. Io, così giocherellone ed energico da bambino, subivo tutto il suo magnetismo.

Fantastico. Sembra quasi dormire: davanti a me un’immensa distesa, un enorme desiderio di volare che non riesce a vincere la forza di gravità. Il cielo è quello che vorrebbe e lo insegue fino all’orizzonte. Una sfida infinita di cui non conosco l’esito. Cerca la leggerezza, ma è ancora troppo attaccato alla realtà, per poter aspirare all’assoluto. La sua impagabile bramosia non è appagata nemmeno dall’illusione che regala ad ogni suo essere. Non è al suo interno che dimora la volubilità, quella vera.

La melodia. Ora la sento bene: sulla battigia il suo respiro si espande, si comprime come fosse musica.

Attende. Si riposa, per poter mostrare nuovamente la sua potenza; capriccioso, può amare o odiare con quell’inconsistenza che è permessa solo a ciò che è divino.

Ora capisco, finalmente comprendo che sbagliavo, finalmente, comprendo che sbagliavo, finalmente prendo coscienza che è questa la mia realtà.

Un’onda. E’ l’eleganza che la introduce. Ogni macchia scura, frutto dei giochi della luce, sembra quasi unirsi su di una lunga linea trasversale. Appare stanca ma, seppur con fatica, inizia ad alzarsi; è un movimento dolce, aggraziato eppure così sontuoso; in pochi attimi raggiunge una maestosità stupefacente. Ciò che era una piccola ombra, ora appare come un’interminabile montagna, sotto di lei il vuoto per metri.

E’ la più grande che io abbia anche solo immaginato. Rimango piccolo di fronte ad una tale potenza, eppure è proprio ora che la mia mente si sente oppressa dai suoi stessi limiti; appena un attimo prima che la maestosità si manifesti. E’ buffo come proprio i suoi vincoli rendano la sua forza così assoluta.

Si avvicina ad una velocità impressionante. Mi guarda: vuole cercare di prendermi, ma non si rende conto di quanto io sia lontano; non potrà mai arrivare finoa me. Sarà quel mondo che non le appartiene che la fermerà.

Non potei dire dove potrebbe arrivare: la prorompente schiuma comincia a lottare contro la sabbia.

Nonostante sa che lì è scritto il suo destino, non accenna a frenare il suo impeto: è una lotta contro i suoi stessi limiti, contro quelle forze che la schiacciano lontano dal cielo.

Non ce la fa. Non ce la può fare, seppur appare ora così vicina non potrà mai raggiungermi con le sue semplici forze umane. Purtroppo morirà a pochi metri dal suo obiettivo; anche con tutta se stessa non è riuscita a realizzarsi, ed è costretta ad una lenta agonia.

Un odore: lo stesso odore che non ero riuscito a capire in precedenza. Riesco finalmente a sentire ancora la gioia di aver compreso ciò che non riuscivo a capire. Provo l’emozione della verità, seppur mia per quanto non possa essere assoluta.

Ha aspettato, provato con tutta se stessa per crescere ancor di più. Ha capito che non sarebbe stata sufficiente la sua forza.

Così mi ha raggiunto.

Un odore; quello salmastro, dell’acqua marina, quello che si mostra soltanto se il mare lo puoi toccare.

Lo vedo. Finalmente lo vedo e lo sento.

Riapro gli occhi. Solco ancora quella soglia della realtà: la prima barriera verso me stesso. La finestra. La riapro per guardare fuor: per vedere ancora quel mondo. Sempre uguale, unica cosa fissa nella mia mutevole esistenza. Nulla è cambiato eppure tutto è completamente nuovo.

Diverso. Non ho bisogno di molte parole per descrivere come mi sento. Come se fosse la prima volta che riesco a vedere ciò che mi circonda. Non è nulla di nuovo, solo ora capisco. Migliaia d’immagini m’incidono, eppure riesco solo adesso a vederle.

Ho sbagliato. Tutto, qualsiasi scelta. Non riesco più ad accettarmi perché non sono io ad essere cambiato, è il mondo intorno a me che si muove.

Tocco le tegole del tetto, dal terrazzo volante, mi sporgo dal cielo e vedo più sotto un volo breve, troppo, non abbastanza, per ricordare, non abbastanza per sentire l’abbraccio del vento.

Stringo la coperta, mi siedo all’ombra del sole freddo, all’ombra della schiena voltata, all’ombra dei miei pensieri.

Salgono come una piena calda e sulle guance si sciolgono piano, le lacrime, piccoli iceberg di cuore che i nodi mai sciolti trasformano in gocce.

Passano minuti ed ore, la coperta è fredda, ora sono stanco e vorrei solo chiudere gli occhi, non sentire il peso di questo momento.

Bambino all’angolo d’antichi castighi e impossibilità di concedermi a me stesso, non più girotondo d’innocenza ma la verità di specchi che si riflettono all’infinito dentro fuori, dentro fuori fino a sfumare attraverso i colori delle lacrime.

Vorrei solo di nuovo quella mano nei capelli, la carezza che sa di casa, voci consuete che si rincorrono, spente dagli anni passati, che qui non ascolterò mai più.

Non basta più il calore della coperta, voglio uscire, torno a casa.

Solo un pensiero per il viaggio di ritorno: aria nell’aria, un breve volo, e poi rabbie sciolte lasceranno il posto a scomode quotidianità, i fantasmi torneranno, non c’è nessuno tranne me stesso a cacciarli via.

Salirò ancora questi piani e dalla terrazza volare, nove piani sotto, tegole di muschio verde sconnesse dopo l’ultima carezza.

Quanto sei pronto a rischiare?

Quanto potresti puntare per poter vivere la tua vita, per essere sicuro che ogni volta che ti guarderai indietro, nessuno ti potrà vedere errori. Credere la tua esistenza, il tempo in cui preferire i rimorsi a qualsiasi rimpianto.

Neanche un minuto. Chiudersi nella soffice coperta della normalità, dipingere le proprie mura dell’opaco bianco della mediocrità.

Cosa vedi davanti a te? Non c’è nessuno intorno, eppure non riesco a vedere il vuoto. Palpo l’inconsistenza del nulla e me ne sento avvolto, coperto in maniera opprimente. Mi sento affogare tra i sussurri di queste infinità di voci inconsulte…

Ho paura. Sono terrorizzato dal freddo. Stringo la coperta.

Disegni incompleti.

Rimasugli luminosi d’infiniti fasci, immersi nell’eternità.

Non riesco a distinguere la spazialità nella semplice visione bidimensionale dei miei fallibili sensi. Non riesco a distinguere che vedo oltre l’apparente caos.

Che siano le immagini della vita o semplici parole? Simboli che mirano a disegnare dei pensieri che ambiscono all’eternità.

Tra loro dovrei leggere il mondo, vedere Dio manifesto nella luce dei suoi punti. Che sia lui, che primeggia per grandezza ed estensione? Racchiuso nella banalità della supremazia, sarebbe limitato alla mia mente insulsa. Non riuscirà a chiudere i miei occhi con la vastità del suo bagliore scarlatto.

Me ne sento rapito ma riesco a sostenere il mio sguardo.

Sento che ogni dolore è solo una reazione del mio spirito.

Un ghigno. E’ l’espressione ultima della mia immagine.

Sovrastato da pensieri più grandi di me solo per giustificarmi, per non accettare che la felicità si trovi nella semplicità. Sono momenti. Nessuno direbbe mai che questi possano essere scorci di vita che mi appartengono. Quanto è difficile ora quella banalità! Mi chiudo per conoscermi, voglio sapere ciò che cerco. Eppure è così che mi allontano ulteriormente da ciò che desidero.

Lascio la piccola casa, scendendo una delle due brevi scale gemelle che salgono all’entrata.

Ancora una volta mi chiedo perché siano due.

Se sia un caso, il vezzo di un architetto, o sia, voluto; per dare ad ognuno una possibilità in più di raggiungere quella porta e di entrare negli occhi e nella vita di chi avrebbe aperto.

Mi volto abbracciando con lo sguardo gli alberi, e la cancellata di ferro che si era aperta molte volte per me.

Me ne vado.

Così poco tempo per capire veramente, per accettare o negare quello che era stato convenuto.

Così, troppo poco tempo da ricostruire, tra una parola e l’altra.

Tra un incontro e l’altro.

Via…

Via.

Lascio che la macchina mi guidi a casa, senza realmente badare al traffico, galleggiando mille metri al di sopra di tutto.

Perduto in poche immagini, poche parole, che si rincorrono scontrandosi a volte; e schizzando via come lampi furiosi, deviando dai loro stessi significati nel tentativo di costruirne di nuovi.

Vertigini, che non trovano punti d’equilibrio.

Se non nell’accettare quanto accadeva, e quello che sono diventato, lasciando che accadesse.

Lasciando che non ci siano limiti alla comprensione, e in quello che sento di dover fare; per preparare una strada semplice e piana, che non lasci dolore e mi porti via lontano e indietro.

Sino al punto di partenza, per non aver più nulla da cercare.

Nulla da volere.

Credo che ancore adesso, le due scale gemelle siano rimaste ad aspettare l’arrivo di qualcuno.

Anche il mio, forse.

E chi potrà scegliere quale delle due salire, quale parte della casa accostare per prima.

Ma non saprà mai quando sarà realmente arrivato il momento di scenderle.

E quale ultimo gradino, lo allontanerà poi.

Per sempre.