Fiori per Walter Pinwick_Alejandro Solozabal, Barcellona(Spagna)

_Racconto vincitore Premio Energheia Espana 2012.

 Traduzione di Laura Durando.

 

Walter Pinwick si alzò una mattina sentendo un fastidio sul cocuzzolo. Non era un dolore tipo contusione, né un’emicrania. Era piuttosto un fastidio, un pizzicore, una puntura. Walter pensò questo palpandosi il bozzo tra i ciuffi di capelli castani: è solo una puntura. Siccome era tardi, dovette sistemarsi e vestirsi in tutta fretta, e non pensò più al suo fastidio per tutto il giorno.

Il giorno dopo, non appena mise un piede per terra, mentre la sua mente emergeva controvoglia dagli abissi di Morfeo, le sue mani si diressero da sole verso il cocuzzolo: il fastidio continuava a esserci, e più intenso. Stavolta si prese alcuni minuti per esaminare la questione. Nella stanza da bagno, cercò di ispezionarsi la testa usando gli specchi a parete e a mano. Poiché non riuscì, si cimentò in un gesto di scuse e urgenza e svegliò Lidia, la sua fidanzata.

– Linda, ho un fastidio sul cocuzzolo e non riesco a vedermelo allo specchio. – disse, con l’ansia negli occhi.

– Vediamo, fammi vedere – rispose lei, prendendo la testa di Walter -. Bé…sì, c’è qualcosa. Non lo vedo bene; accendo la luce. Meglio. Vediamo… ma… Santo Cielo, Walter… è verde!

– Come? – strillò lui.

– È verde… un foruncolo verde! Da quando ce l’hai?

– Sento un fastidio da ieri, ma oggi è andato aumentando.

– Santo Shangai… devi andare dal dottore, tesoro, non è normale.

Chiamo il dottor Minkovich; tu chiama l’ufficio e preparati un succo.

Alcune ore più tardi, il dottor Minkovich, col suo pizzetto bianco e gli occhiali in resina, riceveva un Walter spettinato e con le occhiaie.

– Walter, ragazzo – salutò, cordiale -. Linda mi ha chiamato e mi ha spiegato il problema. Come ti senti?

Quando un dermatologo ti chiede questo, il paziente è solito limitarsi a spiegare il proprio problema. Ma il dottor Minkovich era un vecchio amico della famiglia di Walter, e aveva trattato le pelli della maggioranza dei suoi zii e nipoti, per non parlare dei suoi genitori e fratelli. In virtù di tale confidenza, Walter si prodigò in spiegazioni sul suo bozzo e i suoi altri trecento settanta e un problemi principali a parte quello, classificati metodicamente negli ambiti Professionale A, Professionale B, Famigliare, Coniugale, Psicologico, Psicotropo e Politico-internazionale. Il dottore ascoltò pazientemente mentre si lisciava il pizzetto, ma passati trenta secondi si sconnesse per pensare al sesso tra rettili.

Tornò alla realtà quando Walter arrivò al problema che aveva portato al consulto.

– … e da ieri mattina noto questo fastidio sul cocuzzolo e pur trattandosi di un fastidio mi preoccupo, come potrei non preoccuparmi, e Linda mi dice: Devi andare dal dottore perché è verde! È verde la pustola, non lei, dottore. E sono qui.

– Lo stress potrebbe essere la causa di questa e delle tue eruzioni antecedenti. – disse il medico, pulendo gli occhiali – . Non credo si tratti di nulla di grave, alla fin fine. Vediamo, mostrami il cocuzzolo. Hm… Sono sulla buona strada?

– Un po’ più a destra, dottore. – Disse Walter.

– Ah, sì… Arrivato? Questo è… cos’è questo? Cazzo, è una pustola verde!

Effettivamente, lo era. Solo che non sembrava una pustola. Era piuttosto una specie di cisti, o qualcosa di simile, che formava un piccolo monticello teso e molto,

molto verde, brillante e vivace. Superato lo sgomento e dopo un esame superficiale, il dottor Minkovich iniziò l’arduo compito di tranquillizzare Walter.

– Non devi inquietarti, Walter, si tratta certamente di un’inoffensiva cisti sebacea.

– Ma, è verde! – strillava Walter.

– Bhè, questo deve dipendere da una colorazione naturale poco frequente, o a qualche sostanza chimica presente nel pus o nel grasso accumulato.

– Bhè, ma non è normale. Che posso fare?

– Innanzitutto, ti faremo varie analisi e un check-up completo. E poi aspetteremo un po’ di più per vedere come si evolve il… bhè, questa cosa. Ti ripeto che non devi inquietarti. Di sicuro non è nulla di grave.

Ma Walter non era tranquillo. Si sottopose a tutte le analisi e solo alle undici di notte accettò, malvolentieri, di tornare a casa a riposare. Anche se non aveva fame, mangiò un panino di tacchino che Linda gli aveva preparato, e anche se non aveva sonno, accettò di prendersi delle pastiglie e cadde stravolto alle 00:54. La mattina, si scatenò il disastro.

– Parla Minkovich! – disse la voce dall’altro capo del telefono.

– Dottore, sono io, Walter. Sono in piena crisi nervosa. Il brufolo… il brufolo si è aperto.

– Tranquillizzati, ragazzo. È normale che i brufoli esplodano in un dato momento. Pulisci bene la ferita e disinfettala. Vieni a…

– Dottore, non capisce… il foruncolo è germogliato! – ululò Walter.

I brufoli non germogliano: scoppiano, si seccano, si infettano, ma non germogliano. Questa legge empiricamente appoggiata in secoli di certezze rimbalzava sulle pareti del cranio del dottor Minkovich mentre aspettava nel suo studio che Walter arrivasse. I brufoli non germogliano. E tuttavia, era terribilmente vero: la cisti di Walter si era aperta, e un timido peduncolo verde di un paio di millimetri, come un minuto corno verde, sorgeva dal cuoio capelluto.

Il dottor Minkovich lo esaminò per due ore facendo varie analisi per cercare di spiegare la natura della collina verdastra e il suo tentacolo neonato. Nel pungerlo un pochino con l’ago ipodermico scoprì che Walter era sensibile al dolore e tendeva a soffrire una reazione nervosa su tutto il corpo.

Cercò invano di prelevare un campione senza sedare la testa del paziente, perciò finì con l’addormentarlo e prelevò una minuscola porzione della pelle del cranio. La mandò al suo laboratorio personale e ricevette i referti nel giro di un’ora.

Contemporaneamente, arrivarono gli esiti delle analisi del giorno prima. Armato di documenti, il dottor Minkovich svegliò Walter.

– Walter, svegliati. Su, svegliati, ragazzo. Siediti e ascolta. La situazione è parecchio grave, ed è del tutto nuova nella storia della medicina in generale e della dermatologia in particolare. Cercherò di dirtelo in modo che tu possa capire: ti sta crescendo una pianta sulla testa.

Quello fu il momento che Walter scelse, con riuscita considerevole, per svenire.

Ci vollero ore per convincerlo sulla veridicità della situazione. I referti rivelavano che il campione era tessuto vegetale sano e ben alimentato: un promettente germoglio primaverile. Le sue analisi del sangue e degli altri fluidi erano normali, tutto andava meravigliosamente bene a eccezione dell’anomalia verde sulla testa, davanti alla quale il dottor Minkovich si mostrava ottimista. Suggerì un periodo di attesa per osservare la sua evoluzione naturale: “Perché è molto probabile, Walter, che svanisca senza aggiungere altro”. Propose anche un taglio di capelli molto corto e un progetto di potatura regolare in caso non fosse sparita in modo naturale. Walter, ai limiti del suo buon senso e del suo instabile sistema nervoso, non poté ne seppe dir di no.

Linda lo consolava a base di coccole e lunghe chiacchierate. Prima di dedicarsi al design di abbagliamento per cani era stata psicologa, e le veniva bene far vedere che ascoltava, come a tutti quelli della sua professione. Convinse Walter sull’utilità di essere pazienti e rimanere in attesa, con fiducia nel futuro. Confortato dalla sua fidanzata, bombardato di consigli dal suo medico, Walter finì con l’accettare, e attese, dopo aver chiesto a lavoro un anno sabbatico.

Il primo mese si preannunciava come il più difficile. I cambiamenti potevano essere inattesi, bruschi, e i suoi effetti sulla nervosa personalità di Walter del tutto inesorabili.

Tuttavia, il processo si sviluppò in modo graduale, passo a passo. Il primo passo fu la sete. Walter la sentiva da giorni.

Beveva di continuo, ma qualcosa andava male: non era una sete usuale, come quella che abbiamo tutti e che sembra sorgere da qualche meccanismo impossibile da situare nel nostro organismo. Walter aveva sete nei piedi. Per calmarla, iniziò a usare secchi d’acqua, lasciando a mollo i piedi per ore.

In seguito, aumentarono i piccoli germogli verdi, frattanto che i capelli incominciavano a scarseggiare. Perse gradualmente l’appetito; smise di mangiare carne e pesce, e i pasti con Linda si fecero più tesi. Il suo progressivo abbandono delle abitudini umane lo alienava e accresceva la crepa con la sua fidanzata che continuava ad appoggiarlo e gli massaggiava i germogli per aiutarlo a mantenere la calma.

Comunque, persino per Linda, tutto ciò cominciava a essere troppo. La loro comoda vita di coppia adulta responsabile usciva dal seminato per riemergere sotto forma di un episodio tanto inquietante quanto grottesco di Ai confini della realtà. Linda era una persona normale, con gusti normali e un progetto di futuro maturo e senza soprassalti nel menù. Le faceva male pensarlo, ma riteneva ingiusto che fosse proprio il fidanzato di una ragazza come lei ad aver avuto la disgrazia di convertirsi in un fiore mutante.

Provò un’apprensione particolare quando le orecchie di Walter iniziarono a espandersi e a lisciarsi, adottando un tono incarnato ogni volta più prossimo al violetto. Era intollerabile: Linda amava quelle orecchiette morbide, le considerava opere maestre dell’ingegneria della cartilagine, e stava perdendo anche quelle. Per non parlare della libido, quella di lei soprattutto. Già a Walter risultava difficile andare a letto con Linda nelle attuali circostanze, ma per lei non era

affatto facile eccitarsi nell’essere montata da un uomo con dei germogli in testa e i piedi umidi.

Passati alcuni mesi, il dottor Minkovic continuava a insistere nell’aspettare e osservare il processo, chiedendosi dove avrebbe portato quel caso straordinario. Lui e gli altri medici che Walter e Linda consultarono si rifiutavano di provare qualunque trattamento, ammettendo la propria ignoranza su ciò che accadeva. Walter si opponeva all’aspettare, ma la sua malattia era più poderosa. Non poteva passare un giorno senza prendere il sole per ore, e anche se si rifiutava di ammetterlo, cominciava a preferire il concime ai popcorn come aperitivo mentre guardava dei film a casa.

Cosciente del fatto che la faccenda gli sfuggisse progressivamente di mano, Walter decise di mettere da parte la passività del trattamento medico e decise di agire per conto proprio. Aveva bisogno, prima di tutto, di informazione.

Iniziò le sue ricerche cercando su Internet fino a consumare i tasti. Sembrava che il suo caso fosse unico al mondo, e dopo due settimane cominciò a perdere la speranza. Un pomeriggio, consultando pagine su malattie rare, si imbatté in un link a un articolo di associazione di poco più di un paragrafo. Parlava succintamente di Horacio Buñuelos, un medico paraguayano che aveva trattato un curioso caso di mutazione vegetale. Elettrizzato dalla sua scoperta, Walter si mise in contatto con il dottor Buñuelos, e il suo giubilo sbottò nell’apprendere che si trovava in città come relatore per una serie di conferenze mediche. Insistendo senza tregua, riuscì a parlare con Buñuelos in persona e combinò un appuntamento.

Il dottore ascoltò il suo caso con la testa inclinata e gli occhi molto aperti. Dopo una drammatica pausa, parlò.

– La sorprenderà sapere, signor Pinwick, che il suo caso non è unico in assoluto. Ce ne sono molti altri, ma sono deliberatamente ignorati da tutto il mondo. – sentenziò, in un triste sospiro.

– Ma perché? – indagò Walter.

– Che ne so… non mi piace la “cospiranoia”, ma i governi occultano questi casi per risparmiarsi il dovere di trattarli. Nell’insieme sono pochi, ma come comprenderà sono il pasto preferito dalla cronaca e dalla stampa sensazionalistica. Con i tempi che corrono, a nessun governante è permesso ammettere che tutti i nostri problemi sono malattie che debbano essere riconosciute e coperte dai servizi sociali. E ancor meno se tuo cugino si è trasformato in un carciofo.

Walter maledisse il potere, quel lontano ma onnipotente trono legale insensibile alle tribolazioni dei suoi cittadiniverdura.

– Mi parli degli altri casi, per favore! – disse, dopo una pausa.

– Io ne ho trattati solo due personalmente. Uno è quello di Tatsuhiro Pikachu, un turista giapponese che ha iniziato a mutare mentre viaggiava per lo Yucatán. Me lo portarono affinché lo trattassi, mezzo convertito in un uomo-porro, ma potei far poco. È morto da poco di influenza; i porri mal sopportano i cambi di temperatura.

– E l’altro?

– Era un’americana di mezza età di nome Rowena Coogan. Sperimentò un processo lento di mutazione, simile al suo. Rinunciò alle cure mediche che le proposi a due mesi dal manifestarsi di questi, e in qualche modo riuscì a superare lo shock psicologico. Per quanto ne so, vive a Chicago e ha vari gatti, ai quali non sembra importante che la padrona sia un’immensa pannocchia di mais che indossa costantemente abiti in tessuto fantasia.

Walter ringraziò infinitamente l’aiuto del dottor Buñuelos, e poi si procurò un biglietto per Chicago. La signora Coogan viveva in un quartiere residenziale pulito e tranquillo.

Apparve molto gentile e comprensiva con Walter, e lo invitò a bere una tisanina per rendere piacevole la conversazione.

Questo aiutò un po’ a deviare l’attenzione di Walter dal suo anfitrione. Rowena Coogan era mutata fino a convertirsi in una pannocchia di due metri, gialla e costellata di grossi chicchi brillanti e appetitosi. La sua pelle si era ricoperta di foglie verdi e allungate che scricchiolavano al camminare.

Tra i chicchi, riposavano delle labbra molto umane, e nei suoi occhi brillava un’espressione viva di pienezza e pace spirituale. I suoi gatti la guardavano di sbieco di tanto in tanto, ispezionando con l’olfatto il cibo nei loro piatti in cerca di un qualche tipo di condimento allucinogeno.

La conversazione si protrasse per tutto il pomeriggio, e toccò argomenti personali e quotidiani più che scientifici o genetici. In un dato momento, la signora Coogan indirizzò il povero Walter, che agitava disperato i piedi nudi in una pentola piena d’acqua, cortesia della donna gialla.

– Le darò un consiglio personale. – disse lei, in tono confidenziale -. Nessuna cura mi ha aiutata. Fui io stessa, tormentandomi interiormente, a vedere chiaramente la verità. Cercai aiuto e consiglio, peregrinai in Nepal per visitare il maestro Singap Chandramandra, e il maestro mi illuminò con la sua saggezza. Mi disse che la natura reclama i suoi figli prodighi e li avvicina alla terra disonorata. Dovevo accettare il mio destino e imparare a essere, una volta di più, un tutt’uno con la Terra.

Walter sentì le lacrime scorrere sulle proprie guance, e si lasciò abbracciare dalla mostruosa pannocchia cosmica chiamata Rowena Coogan. Il suo cuore batteva al ritmo della Terra adesso che comprendeva il suo difficile destino. Doveva accettarlo: era un eroe tragico, trascinato dalla forza degli elementi superiori a lui, sottomesso al viavai dell’universo e al polso di una terra che si rifiutava di lasciare che i propri figli traviati, gli uomini, si perdessero per sempre.

Con la mente offuscata di filosofia e con il fermo convincimento del suo ruolo nella vita, Walter tornò a casa assomigliando più che mai a una giovane violetta, ma irradiando felicità. Spiegò la sua esperienza a Linda che lo ascoltò attentamente, ma con lo sguardo perso e le commessure basse. Sarebbe stato difficile convivere con un malato come quello, uno che aveva fatto della sua malattia un canone vitale.

Ma adesso che lo aveva accettato e che corpo e mente non si opponevano, la sua mutazione si scatenò. I capelli finirono di cadere, i germogli della sua testa si convertirono in un nuovo cuoio, e le orecchie raggiunsero la completezza come petali violacei solcati da venature bianche. Sulla fronte e sul mento nacquero due petali in più, la cui crescita accelerata raggiunse presto le dimensioni delle vecchie orecchie. Il tronco si stirò e le braccia mutarono la peluria e la sostituirono con foglioline aerodinamiche e soffici, così come le gambe, mentre le dita dei piedi scurivano e si allungavano fino a diventare gonfie radici. La pelle prese il colore verde della testa, e la sete aumentò.

Ciò nonostante, Walter si sforzò di conciliare la nuova vita con quella vecchia, con i suoi doveri di fidanzato e uomo adulto. Linda osservava, giorno dopo giorno, il suo fidanzato mutante, e notte dopo notte abbracciava il cuscino e si masturbava in solitudine. Walter cercava di soddisfarla, e molte volte, accompagnato dalla brezza estiva, cercava di impollinare Linda tra un eccesso di passione silvestre e l’altro. Eppure no, il sesso non era più lo stesso.

Linda se ne andò a fine estate, in un momento di calo di spirito di Walter. Pianse molto la sua partenza; lesse e rilesse la sua lettera d’addio tra i singhiozzi sconsolati, sfogandosi in lunghe chiacchierate con le coccinelle e le formiche che gli facevano il solletico nelle radici. Si depresse. Erano già poche le occasioni in cui si sradicava per scendere a cercare qualche rivista di botanica o prendere un piatto del suo concime preferito.

Il dottor Minkovich gli faceva visita dei pomeriggi e lo teneva al corrente sulle novità nel quartiere, oltre a incaricarsi delle pratiche affinché il caso di Walter venisse accettato come malattia ufficiale. Ma le autorità non ammettevano la cosa, e pertanto Walter continuava a essere un cittadino con i suoi doveri e i suoi diritti.     Secondo quanto spiegò il medico, e come sospettava Walter, il governo voleva metterlo a tacere, e lo condannò all’ostracismo concedendogli una pensione di invalidità. Walter si sentiva più solo che mai. Si rendeva conto che i suoi ultimi lacci con il proprio passato umano si rompevano. Accettava con felicità la sua nuova condizione, ma era doloroso vedere tutto ciò che si lasciava dietro. Però, qualcuno lo riscattò.

Fu Linda che ritornò un prezioso pomeriggio di ottobre.

Si era tagliata i capelli e sembrava felice e vivace. Parlarono per ore del passato, del presente, di tutto ciò che era successo, del suo amore… Linda gli chiese scusa: una lettera non era l’addio giusto per un uomo come Walter Pinwick, disse. Era tornata perché gli voleva bene? Bhè… gli avrebbe sempre voluto bene, ma non poteva tornare con lui. Il suo percorso, lo stesso Walter doveva saperlo, era quello di un essere errante. Lui annuiva, con lo sguardo triste e un sorriso amaro.

In casa si sentiva così solo… ma che scema, avrei dovuto iniziare da lì! Linda raccontò a Walter che c’era una fattoria nel lontano e selvaggio Oregon dove altri uomini e donne verdura facevano delle proprie vite un progetto pedagogico e vitale. Walter si drizzò su tutto il suo stelo, i suoi occhi scintillarono, i petali pletorici riflettevano il sole moribondo.

Il resto della storia è già ben conosciuto. Linda portò Walter alla fattoria, dove conobbero altri mutanti vegetali molto gentili e con gusti diversi che tenevano incontri, corsi e seminari sul miglioramento delle condizioni del campo e la vita sociale della frutta. Walter si occupava dei piccoli corsi di cucina con concime per microonde e un corso completo di fertirrigazione ecologica. Alla fine Linda si accomiatò, promettendo di tornare ogni volta che poteva per fargli visita.

E così, in quel bel giardino dell’Oregon, attorniati dalla Natura raccolta nella seta della libertà selvaggia, Walter e gli altri trovarono consolazione e felicità per le loro tormentate anime. Il Cosmo aveva loro concesso una missione di ritrovo e pienezza, di pace con i loro stessi io, di educazione per il futuro dell’umanità traviata. E accettavano il proprio compito fervidamente nel gran potenziale degli uomini e delle donne, nella speranza che, alla fin fine, erano umani e non asini imprudenti che avanzavano diritti verso il precipizio.

Adesso, nell’eden dell’ovest, compiranno la loro missione. E lo fecero, fino a quello sfortunato bombardamento di napalm coreano, durante l’ultima guerra. E certamente, fu l’ultima.