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I racconti del Premio letterario Energheia

Fericopio era astinente_Gianluca Valenti, Roma

_Racconto finalista ottava edizione Premio Energheia 2002.

 

“Fericiopo era astinente. Beh, sì, un po’ di sfringuellacchere e riboli cosmiti, ma, quasi sempre susulpà. Cosa fare? Verdetto impegnativo, a parer nostro. Forse può essere anche esfuliato grazie a qualche remistio (sempre che non si tenga conto dei primi quattro settimi del suo tempo, abbastanza glurci). Chissà… In conclusione, pensiamo, destinazione H524 III bis. Arc. Magellano, n. 44723950.

Sempre e comunque rispettando il volere della “cosa buona”.

Decisamente approssimativi, questi aiutanti, pensò la cosa buona, che era tutto e tutto racchiudeva (tranne un piccolo angolo dello Spazio), nella notte in cui il tempo era stato già creato.

E così Fericiopo è diventato Penitente appena prima di aver terminato il ciclo (la cosa buona ormai aveva imparato a decifrare le strane lettere che i suoi Arcangeli le inviavano, piene di errori e forme dialettali). E così questo Fericiopo, dicevamo, vuole una seconda opportunità, dopo aver gozzovigliato e fatto baldoria per buona parte del suo tempo.

La cosa buona acconsentì, e Fericiopo nasce in questo istante su H524.

 

1

 

Irene sta camminando, nell’anno del Signore 2002, per le strade di Roma, un ridente paesino di H524; un narratore onnisciente, lontano da lei migliaia di anni luce e centinaia di galassie (che mi assomiglia vagamente) la intravede mentre insulta un automobilista che non le ha dato la precedenza. O se preferite mentre, passeggiando tra macchine e fumo e scippatori, si ferma un istante per cogliere un fiore e contemplare la bellezza dell’universo.

Irene comunque cammina. Ed ha 22 anni, un’età perfetta per un protagonista alla ricerca del senso della vita e del mondo (prima siamo troppo stupidi, dopo troppo disillusi). Mentre cammina al centro della strada, riflette su se stessa: buona preparazione culturale (un punto), molti amici (due punti), qualche ragazzo che non ha ricambiato l’immenso amore che lei si sente istintivamente portata a donare a chiunque (nota dolente, l’altro sesso: avrebbe di gran lunga preferito essere bassa, cicciona, piena di brufoli e al tempo stesso amata da un ragazzo che in lei apprezzava la parte morale più del corpo), una buona famiglia e via dicendo.

E – non ci crederete, ma è così – non si sentiva completamente felice.

Esaurita in poche righe la parte introspettivo-psicologica di una comunissima ragazza del XXI secolo (malato), il nostro cinico scrittore si accinge a mostrare al pubblico interdetto qualche pillola di vita quotidiana (pregasi notare come tutti i sostantivi di questo periodo siano accompagnati da almeno un aggettivo che li caratterizza).

1. Irene è concentrata sul suo libricino intitolato “La fenomenologia dello Spirito” (da ___________ apparire, e ____ (___discorso) di un certo Hegel, quando di punto in bianco, senza nemmeno finire di leggere la frase, chiude il libro e si mette a piangere. Continua poi per circa dieci minuti, si soffia il naso, beve un bicchiere d’acqua, apre il libro e ricomincia a studiare.

2. Irene sta guidando la macchina, quando vede un motorino per terra e un’ambulanza vicino al motorino. E istintivamente si mette a piangere (può sembrare a prima vista una ragazza molto sensibile, ma lo scrittore – che la conosce meglio di chiunque altro – è pronto a giurare che il suo è un pianto esclusivamente egoistico, in quanto frutto di un inconsapevole terrore della morte, che la accompagna da sempre. Da quando è nata. Per la verità da 22 anni).

3. Irene è sdraiata sul letto, al buio; un ragazzo è sdraiato accanto a lei; i due hanno appena finito di fare l’amore. Il ragazzo sta dormendo, e con i piedi cerca di avvinghiarsi ai piedi di lei, forse perché la sente lontana e non vuole farla fuggire ancora di più. Lei invece accetta quella gabbia che le imprigiona i piedi, passivamente, non si divincola e non partecipa al gioco. Sta pensando a come sarebbe stato buffo osservare i suoi genitori mentre ripetevano, trent’anni prima di lei, i medesimi meccanici gesti d’amore. Fine della giornata.

 

2

Fericiopo era esilarante. Usciva tutti i giorni con il suo amico invisibile sulla spalla, e salutava chiunque incontrasse (pure quelli che non conosceva, che non erano molti ma formavano ugualmente un gruppo considerevole) con un inchino o con una linguaccia. Aveva sempre fame, e si raccontava in giro che un giorno lontano egli avesse addirittura mangiato tre nuvole una dopo l’altra, ma ovviamente nessuno credeva a queste dicerie. Fericiopo diceva inoltre di volersi convertire ed entrare a far parte della cerchia dei Penitenti, che ai suoi tempi erano numerosi come mai prima di allora (e questo era un buon segno).

Poi concluse il ciclo, e i livelli alti ritennero più saggio mandarlo su H524. Gli amici più intimi si riunirono e pregarono per la sua anima, quando videro il numero III scritto tra le stelle.

3

Irene ha l’ossessione della morte, che la perseguita da diversi anni: la vede la sera, nel letto, prima di addormentarsi; la sente nei titoli del telegiornale; la assapora a pranzo, a cena, mentre inghiotte con fatica piccoli bocconcini di carne. Non le sono servite a niente le sedute psichiatriche, le sedute spiritiche, la filosofia la religione le maghe che leggono il futuro nelle mani. Irene è una tipica atea non convinta, che vaga per gli universi aspettando di trovare un’illuminazione che le permetta di affermare – con sicurezza, con certezza, con assoluta serenità – di aver toccato Dio (o l’Idea, l’Assoluto, lo Spirito Immortale). Il suo più grande desiderio è quello di poter arrivare a “comprendere” (capire e raccogliere) l’essenza di Dio, ma questa affannosa ricerca è destinata ciclicamente a fallire per due ragioni:

1. a volte le sembra che la gente sia stata spinta ad inventare gli dei per non trascorrere una vita tragicamente inutile, se destinata a concludersi con una morte che – per quanto tardi possa arrivare – è l’unica vera certezza dell’uomo. Molte persone con cui ha parlato (sacerdoti, politici, studenti, barboni, poeti) le sembravano rassegnati all’idea dell’esistenza di un dio. Rassegnati perché si erano inconsciamente resi conto che la speranza di una continuazione della vita terrena ad un livello spirituale è l’unico modo possibile per superare qualsiasi difficoltà; che la fede, per quanto priva di certezze, è il male minore.

2. il suo Dio, nei limiti del possibile, vuole arrivare a capirlo con la razionalità (l’istinto è stato messo in disparte da tempo); le risulta difficilissimo immaginare, per esempio, quale possa essere lo scopo del mondo (data per certa l’esistenza di un dio, dobbiamo necessariamente essere stati creati per la realizzazione di un progetto a noi ignoto, e in questo progetto deve quindi rientrare la storia tutta della Terra, che – è impossibile negarlo – da qualche parte sta procedendo, (anche se nessuno sa dire in che direzione).

Ci sono certe domande che il genere umano si pone da millenni, ma mentre i più ne ricercano degli abbozzi di risposta, Irene si concentra proprio sulle domande stesse; è convinta infatti, che, se così tante persone hanno la percezione di questo dio immaginario, al di là delle angosce individuali forse esiste in tutto ciò anche solo un barlume di verità.

Ed è proprio a questo barlume che si è aggrappata, disperatamente, mentre è sdraiata sul letto ad accarezzare il suo coniglio.

 

4

Fericiopo era titubante. Si avvicinavano gli ultimi sprazzi di tempo (che si misurava in Tempi, poiché non esistevano i minuti, i giorni, gli anni…) e non era poi tanto sicuro di essersi attenuto alle regole della cosa buona. Cominciò a comportarsi bene, a seguire i comandamenti, fu presto dichiarato ufficialmente Penitente (e questo era un buon segno). I suoi amici più intimi si rallegravano, perché lo vedevano meno gioioso, meno solare, meno svampito anche, ma nutrivano per il suo futuro qualche speranza in più che non in passato.

Non voleva essere relegato in un angolo dello Spazio, Fericiopo; chiedeva almeno la seconda opportunità, anche se sapeva il prezzo che avrebbe dovuto pagare.

5

Provate a seguire adesso questo ragionamento (il ragionamento di Irene): “per quanto intensamente io riesca a provare una qualsiasi emozione, questa non sarà mai interamente reale; o meglio, sarà reale nella finzione di questo mondo, che è destinato presto a sparire insieme ad un enorme sacco pieno di emozioni”. Irene riesce ad attenuare così qualsiasi tipo di sentimento, buono o cattivo, guardando avanti al giorno in cui sarà irrimediabilmente scheletro in una tomba.

Le si producono, in seguito a questo ragionamento, due reazioni diametralmente opposte. Certe volte, sprofonda nell’apatia più totale, si siede nel letto e fissa la parete, immobile (ma in realtà sta ruotando assieme alla Terra e ai pianeti e all’universo intero!), mentre si ripete a bassa voce che è tutto inutile, questo affannarsi, questo arricchirsi, se un giorno poi dovremo morire. E qualsiasi azione fatta per gli amici, per i parenti o per i posteri è altrettanto inutile, perché destinata ad avere delle conseguenze (buone o cattive) su persone che dovranno anch’esse morire.

L’altro estremo lo raggiunge quando esce per strada, nuda, e si mette a ballare tra le macchine, o quando insulta chiunque non le vada a genio – non importa se suo parente, professore, o personaggio famoso – consapevole che qualsiasi conseguenza scaturisca dalla sua follia sarà presto dimenticata quando il suo corpo verrà sotterrato nella buca.

Un timido sorriso si affaccia sul viso di Irene, mentre si immagina questa vita, la vita che vorrebbe al posto della sua pallida esistenza, che è solo il monotono susseguirsi di gesti e parole meccaniche e sempre uguali (e solo perché non ha la forza sufficiente per imporsi sul destino che le si è appiccicato addosso).

 

6

Fericiopo era impertinente (a volte). Rispondeva altezzosamente a gente cui avrebbe dovuto portare maggior rispetto, ma il suo non era un gesto di superbia; voleva semplicemente (almeno così crede un narratore improvvisato psicologo) indicare che tutte le anime sono uguali, che non esiste nessuna graduatoria di meriti, che forse anche il comportarsi bene ed il comportarsi male – che sembrano a noi essere così nettamente divisi – a volte coincidono, a volte si scontrano per poi riallontanarsi. Voleva forse con la sua arroganza esprimere tutto ciò, o forse solo staccarsi sempre più da un mondo che non lo vedeva come modello da imitare: di fatto, questo era uno dei suoi difetti maggiori (o forse uno dei più appariscenti; o forse un pregio), ma lui non ne parlava mai con nessuno.

7

Prima ancora che fosse inventato il tempo c’era la Cosa.

Non esisteva nient’altro al di fuori di essa.

Nella sua perfezione si ergeva, bella, stabile, immobile.

Prima ancora che fosse inventato il tempo ci fu un’immensa esplosione (all’interno della Cosa, che era e racchiudeva tutto) che divise la Cosa in due parti distinte. Inizialmente esse provarono a ricongiungersi, ma quando videro che non era più possibile iniziarono una gigantesca battaglia per affermare ciascuna la propria superiorità sull’altra. La cosa colpì la cosa, mandando, una parte di essa, in frantumi. La cosa ferita, allora, scagliò un terribile colpo alla sua rivale, che prima ancora che fosse inventato il tempo, venne segregata, impotente, in un angolo dello Spazio.

La cosa vittoriosa si ritrovò, dopo questa guerra metafisica, mutilata di una parte enorme e di miliardi di altre parti infinitamente più piccole (i frammenti della parte ferita), che sentivano il bisogno di ricongiungersi con la loro madre. Non era più possibile, però, appiccicare i vari frammenti alla rinfusa, che erano diventati nel frattempo imperfetti (staccati dalla cosa perfetta) e disordinati (si erano mischiati tra loro, ed era difficilissimo ristabilire la giusta sequenza).

Fu allora che la cosa inventò il tempo.

Poi inventò lo spazio e nello spazio mise il mondo, e nel mondo mise i pezzettini della cosa frantumata, chiamati convenzionalmente da quell’istante “uomini”.

La cosa che uscì vittoriosa da quel conflitto si autoproclamò “la cosa buona”, imponendo alla sua avversaria il ruolo di “cosa cattiva”. Non penso sia il caso di sottolineare quanto arbitraria possa essere questa distinzione, decisa unilateralmente e portata avanti nei secoli (nei millenni) come dogma inattaccabile. Forse la cosa cattiva tifava per il genere umano, perché voleva fargli condurre una vita spensierata e senza regole, prima di ricongiungersi con lei, ma quest’ipotesi non potrà mai essere dimostrata da nessuno. La cosa buona impose agli uomini una serie di rigidissime regole da rispettare per poter ritrovare la Perfezione (quella maiuscola) e ricongiungersi con essa; il mondo inventato dalla cosa buona – se vissuto applicando quelle regole – avrebbe dovuto procedere costantemente verso uno scopo ultimo, raggiunto il quale tutte le parti piccole sarebbero tornate al loro stato originale, purificate, si sarebbero potute riunire alla cosa buona.

Dopo che fu inventato il tempo, la cosa buona vide che quelle regole erano troppo difficili da rispettare, e che gli uomini (pur perfettamente coscienti di tutta la storia, e del destino che li attendeva, e delle regole imposte) preferivano vivere liberamente e diventare quindi, al termine della loro vita, parte della cosa cattiva (il che avrebbe dovuto essere visto come una punizione, ma molti non la pensavano così: in fondo era la cosa cattiva che li aveva liberati dalla schiavitù in cui li teneva prigionieri la cosa buona, ed era grazie a lei che ora avevano l’opportunità di scegliere il loro destino).

La cosa buona decise che doveva trovare un rimedio per impedire di perdere ancora troppi frammenti, e diede agli uomini (intenzionati a ricongiungersi con essa, ma che non erano riusciti a rispettare le regole) una seconda possibilità di salvezza su altri pianeti, in altre galassie, in altri universi, creati espressamente per loro (tra cui la terra). Le differenze principali tra questi secondi mondi rispetto al primo, erano due: – la percezione di un fine ultimo, che rimaneva nelle anime, in quanto, ricordo della vita precedente, era completamente errata. I secondi mondi, infatti, non avevano nessuno scopo ed erano destinati presto a scomparire; servivano solo come periodo di purificazione delle anime (bisogna fare un’altra distinzione: i generi I e II, che sulla terra erano i vegetali e gli animali, dovevano solo scontare questo periodo di transizione, ma poiché agivano con l’istinto si sarebbero – al termine della loro vita terrena – sicuramente salvati e ricongiunti con la cosa buona. Il genere III, il genere umano, aveva invece piena libertà di scelta tra il bene ed il male, ma non era completamente cosciente dell’esistenza di una cosa al di sopra di se stesso, e non poteva individuare con precisione il cammino da seguire per purificarsi; avrebbe dovuto procedere a tentoni seguendo il vago e confuso ricordo della sua prima vita). – l’amore era un sentimento nuovo, completamente assente nel mondo precedente, e non creato dalla cosa ma sorto spontaneamente tra gli uomini: era la semplice ricerca del pezzetto complementare, quasi a voler esprimere un bisogno delle anime di volere essere parte di un meccanismo più grande di loro.

8

La cosa buona si ergeva (dalla notte in cui creò il mondo) a giudice infallibile su qualsiasi oggetto e forma di vita, in qualsiasi mondo di qualsiasi universo. La cosa buona, per esempio, aveva stabilito che il pronunciare il nome vero della cosa cattiva (che era, in realtà, lo stesso della cosa buona, essendo state le due un tempo una Cosa unica) avrebbe comportato l’esilio immediato su uno dei mondi-senza-scopo, e più precisamente su R749, dove tutti gli uomini erano muti e non sapevano scrivere.

Erano state dettate nella notte del Tempo queste regole basilari, il cui adempimento consentiva la purificazione ed il conseguente ricongiungimento dei frammenti con la cosa buona:

1. Distingui ciò che è giusto da ciò che è sbagliato.

2. Agisci per il progresso del mondo e non per scopi tuoi personali.

3. Tratta i Nobili 1 con maggior rispetto possibile.

4. Pensa prima al bene della società, poi a quello del singolo.

5. Non nominare mai il nome originario della cosa cattiva.

6. Non insultare la cosa buona e gli Arcangeli 2.

7. Sii sempre pronto ad aiutare i Penitenti 3.

Erano stati poi fissati nel particolare i canoni di ciò che era bene e ciò che era male in una serie di innumerevoli regole, stampate sulla volta celeste, alle quali nessuno si sarebbe dovuto sottrarre. Con il tempo le abitudini (e le tradizioni) avevano consolidato alcune usanze assolutamente inutili, ma che causavano un generale senso di sdegno e disprezzo contro chi non le rispettava. Veniva considerato obbligatorio, per esempio, nutrirsi solo di materia gassosa (anche se la cosa buona aveva creato il cibo proprio per quello scopo), a causa di una frase scritta nel cielo: “Non mangerai più di quanto il tuo stomaco possa contenere”. E naturalmente, secoli dopo secoli, gli stomaci si erano così rimpiccioliti da poterci immettere solo aria. Ed era ancora più tragico il fatto che, la cosa buona non intervenisse mai per correggere quei travisamenti così ottusi delle sue regole.

N.d.A. 1 ~ inteso come più vicini alla ricongiunzione della cosa buona.

N.d.A. 2 ~ pezzetti riunitisi alla cosa buona, a cui veniva affidato l’incarico di sorvegliare le altre anime del mondo.

N.d.A. 3 ~ coloro che erano destinati a nascere su un altro mondo.

9

Fericiopo era astinente (che in antico dialetto degli angeli significa letteralmente: incapace di assumersi le proprie responsabilità).

Dai suoi comportamenti si poteva notare il cambiamento che stava cercando di effettuare, (in positivo) sul suo carattere, ma dalle pietre non nascono farfalle, come dice un noto proverbio boliviano, e per quanto si sforzasse di migliorare, la sua natura lo portava a respingere le regole dettate dalla cosa buona, preferendo ad esse l’allegro disordine della cosa cattiva.

Non era particolarmente intelligente, Fericiopo, e non si preoccupava più di tanto di quale sarebbe stata la sua destinazione futura. Pensava al presente, diceva in continuazione, senza rendersi conto che gli era stato concesso (insieme con gli altri abitanti del primo mondo) un dono immenso: la conoscenza.

Conoscere la storia degli universi, la storia del tempo, conoscere le cause della sua nascita e della sua futura morte, i due destini opposti a cui sarebbe andato incontro. Tutto questo e molto altro gli verrà negato nella sua seconda vita, che lo vedrà procedere a tentoni come un cieco nella stanza degli specchi.

Ma Fericiopo non ci pensa, e ride, e i suoi amici si preoccupano per quale direzione prenderà, quando tutti lo chiameranno Irene.

 

10

La cosa cattiva in fondo era buona anch’essa. Se proprio le si voleva muovere un rimprovero, si sarebbe potuto dire che non era buona secondo i canoni, secondo ciò che era dogmaticamente catalogato come “buono”; era buona in modo sbagliato.

La cosa cattiva aveva un suo particolare disegno del primo mondo: un luogo remoto, in cui veniva data alle anime la massima libertà, dove esse non erano condizionate da alcuna regola imposta. Se avessero seguito (inconsciamente) le direttive della cosa buona, si sarebbero unite a lei, e lo stesso valeva per la cosa cattiva; sarebbero anche potute restare in quel mondo, se veramente lo desideravano (ma era mai possibile?).

La cosa cattiva contempla il suo angolo di Spazio, che va ingrandendosi giorno dopo giorno, e si compiace di essere stata segregata in quel posto – nella notte in cui il tempo non era che un’idea astratta – dalla cosa buona. Tutto è pace. Tutto è guerra. E cibo e fame, e odio e luce. Tutti gli opposti sono concentrati in un remoto angolo di Spazio, perché gli eccessi sono sbagliati (negativi; riprovevoli) e si ammassano lì, dove tutto è frutto di un errore.

Pensa a quando non c’era differenza, la cosa cattiva. Non era quiete, non era noia, non era la banalità dei giorni che si trascinano lentamente, che scivolano silenziosi sulla monotonia.

Era la Cosa; era tutto e nulla (ma prima, gli opposti venivano giudicati, diversamente). Era il sole d’estate sulla pelle e la neve gelida della montagna. Il canto del grillo e l’urlo del bambino. Il mare in tempesta, il mare immobile, prima dell’alba.

Non piange, la cosa cattiva, ma solo perché non conosce le lacrime (è già un’immensa punizione quella di dover governare in eterno miliardi di pezzetti non degni della cosa buona!).

Guarda in lontananza, al di là del primo mondo, al di là dei secondi, guarda le anime che siedono, pazienti, nell’anticamera della vita, aspettando di nascere e decidere e morire e ricongiungersi con la cosa buona o la cosa cattiva. Quelle anime sono sempre di meno. Quei pezzettini, prima o poi, finiranno, e ciascuno avrà trovato la sua strada, e diverranno inutili tutti questi universi, queste galassie, questi mondi, questi fiori. E la cosa cattiva (che si limita a ricevere ordini dalla cosa buona, ma è all’oscuro dei suoi progetti) non capisce cosa succederà dopo, perché ormai il tempo è stato inventato, e dovrà esserci per forza un dopo, e le sembra impossibile che tutto questo agitarsi e districarsi e riposarsi e ricominciare a correre non abbia portato a niente, e grida, e piange, e nessuno la sente.

La cosa cattiva ha paura, mentre dei pezzettini infinitamente più piccoli di lei gioiscono per un gemito d’amore o si disperano per un rimprovero immeritato.

 

11

Fericiopo era III bis. Il numero III si riferiva al genere con libertà di scelta (nel suo caso quello umano), mentre con “bis” si era soliti indicare uno specifico sesso da adottare nel nuovo mondo. Nel primo, infatti, tutti erano destinati a nascere (e siccome anche la concezione di tempo era molto lontana dalla nostra, possiamo dire che tutti nascevano nello stesso istante) solo per volontà della cosa buona, che non ebbe quindi bisogno di fare una ulteriore distinzione tra le anime. Negli altri mondi i generi erano sempre divisi in due gruppi, che solo attraverso la loro unione avrebbero potuto creare una nuova forma di vita.

La cosa buona diede a chiunque (dalla notte in cui creò il tempo, inteso come lo intendiamo qui sulla terra) un forte istinto a riprodursi, ma se per assurdo ogni essere decidesse nel medesimo momento di non fare più figli, la vita stessa morirebbe, e le anime in attesa di venire mandate su H524 sarebbero costrette a vagare in eterno in uno stato di continua sofferenza, non ricongiunte con la cosa buona o con la cosa cattiva, e nemmeno prigioniere di qualche pianeta ai confini dello Spazio (poco prima del suo angolo). E la vita stessa morirebbe.

Ma Fericiopo (che era III bis, e si chiamava Irene) non poteva rallegrarsi della sua sorte (nato due volte, quindi destinato in ogni caso a ricongiungersi con una delle cose) perché non ne era a conoscenza, aveva la mente offuscata, confusa da ricordi di cui non possedeva che una vaga percezione.

E intanto guarda la città dalla finestra della sua casa.

 

12

I Penitenti, all’epoca in cui viveva Fericiopo, erano moltissimi (come mai prima di allora, e questa era una cosa buona).

Le “classi sociali” – se il lettore comprensivo ci scuserà di aver deformato il termine per rendere il testo meno contorto – erano quattro, e tutte perfettamente distinte tra loro. Gli Slabri erano coloro che (pienamente consapevoli, come gli altri, della storia del mondo) trasgredivano appositamente le regole dettate dalla cosa buona, per ricongiungersi con la cosa cattiva nell’angolo dello Spazio; questi formavano piccole sette (di numero ridotto) sparse per il mondo, e il loro unico scopo era convertire più uomini possibile alla loro idea, e se questo risultava troppo difficile provavano almeno a far trasgredire le regole (puntando sulla loro rigidezza) per consegnare il maggior numero di anime alla cosa cattiva (nell’angolo dello Spazio).

Gli Ingiavi erano – a nostro avviso – la classe più spregevole (ma purtroppo anche la più numerosa); non si sbilanciavano da nessuna delle due parti, ma bilanciavano nel miglior modo azioni buone e malvagie, sperando di capire in fretta quale fosse effettivamente la cosa più potente (al di là delle formalità, anche la cosa cattiva governava buona parte di spazio; era infatti molto più di un angolo, ma la cosa buona decise di chiamarlo così).

I Nobili, al contrario, erano fermamente convinti della veridicità delle Scritture, e dell’amore sincero e disinteressato che la cosa buona mostrava nel volersi ricongiungere con i suoi pezzetti. Rispettavano le regole, non odiavano gli Slabri (come invece accadeva dal versante opposto) ma provavano pietà per loro, povere anime destinate alle fiamme eterne che non avevano possibilità di salvezza.

Tra gli Ingiavi ed i Nobili vi erano i Penitenti, in cui si contavano i più differenti tipi di persone, ma tutti con una caratteristica comune: prima di ricongiungersi con la cosa (buona o cattiva) sarebbero nati su un altro mondo, dove si sarebbe deciso il loro destino. Potevano essere anime che – pur volendo – non erano riuscite a rispettare le regole della cosa buona, o altre che cominciarono a seguirle troppo tardi, o Ingiavi che avevano chiesto personalmente (per non dover scegliere con la consapevolezza delle loro azioni) di avere questa opportunità. Naturalmente i Nobili erano pochissimi, e i Penitenti furono la vera vittoria della cosa buona, che spedendoli su questi mondi-senza-scopo, con una vaga ed indefinita percezione del giusto e dello sbagliato, li indirizzò quasi tutti verso le sue regole, strappando numerose anime all’impero (all’angolo dello Spazio) della cosa cattiva.

13

Guarda la città dalla finestra di casa, Irene, mentre sospira nostalgica ai suoi 74 anni. Sta pensando, non la disturbiamo.

“Non siamo noi che scegliamo il posto in cui vorremmo nascere, non scegliamo l’epoca in cui voremmo vivere, il ceto sociale, i parenti, il sesso. Non ci chiedono neanche se vogliamo venire al mondo. Ma si sta così male, dove siamo prima?”

Irene pensa a tutto questo e non capisce, e vorrebbe una spiegazione, sente di averne il diritto dopo 74 anni di alloggio forzato in questo mondo. Anche se gli uomini vengono buttati qui, uno dopo l’altro, senza ricevere un obiettivo, un motivo, un semplice indizio, essi si battono con tutte le loro energie, si incazzano, gioiscono, si deprimono, non sapendo nemmeno se quelle reazioni siano giustificate. O se è tutto inutile. O se la strada giusta (ancora il bene. E il male) era un’altra.

“Lasciando da parte quelli che passano la loro vita ad arricchirsi, sacrificando la vita stessa per il denaro – che per Irene sono solo stupidi, e li compatisce, non è una loro colpa – gli uomini lottano quasi tutti per: un ideale; il successo personale; il bene degli altri. I primi non vinceranno mai, i secondi hanno pochissime probabilità, i terzi (che non agiscono per un impulso innato di fare del bene, ma secondo le leggi delle varie religioni che hanno scelto di seguire), se veramente credono in ciò che fanno, sono quelli che hanno la maggior percentuale di riuscita.”

Irene non pensa a queste cose per qualche motivo preciso, ma le capita sempre più spesso, negli ultimi tempi, di porsi una serie di domande che per troppi anni ha cercato in ogni modo di respingere. Ma ora chi vuole ingannare, il tempo che le resta è poco, questa malattia la sta sfiancando, si è addirittura dovuta allontanare dalla finestra per adagiarsi sul letto, tanta era la pesantezza del corpo. E non le resta ancora molto, ci vuole pensare intensamente al motivo della sua comparsa sulla terra, di cui – tra massimo 100, 150 anni – resterà solo un nome negli archivi a lasciarne le tracce.

Pensa molto anche a come sarà la sua morte, cosa proverà, dove andrà a finire, se ricorderà qualcosa o se la sua vita intera sarà stata vana; pensa che è inconcepibile temere la morte, che resterà sempre l’unica vera certezza del genere umano, e per la prima volta dopo 74 anni non ne prova paura.

E in questo istante, per la prima volta dopo 74 anni, Irene muore.