I brevissimi 2018 – Fango di Luigi Brasili_Tivoli(Roma)

_Anno 2018 (I sette colori dell’iride – Il giallo)

È una notte grigia. O meglio, un’alba che sembra una notte grigia. Nel cielo gonfio di bitume le poche stelle visibili sono gocce d’olio, pesanti e immobili.

La bambina aspetta, le mani in grembo, i piedi celati sotto l’ampia veste azzurra, punteggiata di ricami dorati. Quelli sì, brillanti come vere stelle. È così bella. Incredibile che alcuni “esseri umani” possano arrivare a definirla muso giallo. Ce ne fossero di musi così. L’unica cosa che ha di giallo, è solo un riflesso della sua luce, un raggio di sole nella cenere che colora il mondo.

Lei mi fissa, ma senza guardarmi davvero, quasi io fossi trasparente. Sfuggo allo sguardo, incapace di fronteggiare quegli occhi strani, giovani e antichi al tempo stesso. Attorno a noi il rumore di un silenzio fatto di macerie e fango, che rimbomba nel petto più violento di un’esplosione. Un silenzio che è ovunque, inarrestabile, definitivo.

Questa è la mia terra?, sussurra la bambina, poi tace.

Restiamo così, lei a guardarmi e io a voltarmi cercando qualcosa da dire, da fare.

È il vento improvviso a venirmi in soccorso.

Lei si scosta i capelli dagli occhi e inizia a camminare, a scivolare, anzi; come se pattinasse su ghiaccio immacolato. Io le barcollo dietro, inseguo la sua luce cercando di evitare gli artigli di legno e metallo che a tratti spuntano dal fango per afferrarmi.

Il vento si alza ancora, inizia a cadere la pioggia. Una pioggia dura, fango e olio, come lacrime di stelle fangose. Il terreno sale, cado più volte, lei invece procede spedita, senza mai inciampare, sembra una nave nella tempesta senza la tempesta; di più: un sole, l’unico visibile.

Vento e pioggia mi martellano, tremo; ma lei si muove sicura, incurante di tuoni e lampi.

A metà altura i piedi invisibili si fermano. Gli occhi strani mi guardano ancora. Le dita che prima sfioravano i capelli ora sfiorano l’orizzonte.

La mia terra, ripete.

Il grigio del mare bagna il grigio del cielo. E nuvole grigie, di fumo, salgono dal mare laddove il mare sembra tossire. Una tosse incolore, di fuoco grigio; un fuoco che non vuole saperne di spegnersi nel mare; un fuoco che brucia l’aria, la mangia. E brucia e mangia il mare.

 

Saliamo ancora, vento e pioggia aumentano, sferzano corpo e anima. Sulla cima, un arco imponente svetta nel nulla. Dal nulla.

Al riparo della pietra, di colpo vento e pioggia scompaiono. Ma tutt’intorno continuano a urlare, a cadere. Anche il mare si gonfia, le onde divorano fango e fuoco.

Una goccia scorre lenta sul volto pallido. Faccio per asciugarla ma poi mi fermo.

Questa è la mia terra?, chiede ancora la voce.

Chiudo gli occhi, tremante, impotente.

Quando li riapro, c’è un silenzio diverso; dal mare soffia una leggera brezza e il fragore lontano del tuono e del fuoco è solo un ricordo. Le stelle fangose si sono sciolte e il cielo è limpido e chiaro. L’alba non è più notte. È un’alba vera.

Le dita affusolate si tendono ancora. Vedo i primi raggi di luce. Il mare cambia colore e di grigio resta soltanto la terraferma. Cielo e mare hanno il colore del giorno. E il calore. E il sole è giallo come lo ricordavo.

La bambina sorride, mi tende la mano. Sulle sue guance ci sono altre gocce, ma non vanno asciugate. Poco dopo il sole ci inonda di tepore, e di vita. Socchiudo gli occhi per resistere all’intensità della luce, mentre da qualche parte si alza il richiamo degli uccelli marini.

Volto la testa in basso, cercando di trattenere le lacrime, tutta colpa della troppa luce.

E intanto le voci risuonano tra la pietra; uomini donne e bambini si raccolgono attorno a noi. A migliaia.

La bambina annuisce e si muove verso il mare tenendomi la mano. La sua stretta è forte.

Domani sarà ancora più forte.

Io attingo forza dalla sua forza.

 

Lei mi guarda. Gli occhi risplendono come il sole. Come l’oro.

È questa, la mia terra…

 

Le onde ancora non si placano ma presto anche il mare sarà di nuovo calmo.

Come il mio cuore.

Presto.

Domani.

 

 

 

 

Dedicato alla gente di Fukushima, e alle vittime delle alluvioni, delle guerre, dei disastri ecologici, dell’idiozia umana.