Estate, Roberto Ditaranto_Terlizzi(BA)

_Racconto finalista ventitreesima edizione Premio Enerrgheia_2017
Menzione Giuria XXIII edizione del Premio Energheia

Prendo un lenzuolo, lo arrotolo su se stesso per farne una corda abbastanza robusta da reggere il mio peso. Ne faccio un cappio. Prendo una sedia dalla cucina, la metto al centro del salotto, in corrispondenza del grande lampadario, e ci salgo. Lego il cappio all’asta centrale del lampadario. Controllo la lunghezza del lenzuolo sperando che sia abbastanza corto da non farmi toccare il pavimento. Torno in cucina. Prendo l’accendino e il pacchetto di sigarette. Ne accendo una e torno sulla sedia. Infilo la testa nel cappio. Ci sono. Tiro l’ultima boccata alla sigaretta. Forse avrei dovuto comprare delle Gitanes. Sarebbero state più adatte. Dò un calcio allo schienale della sedia e cado. Resto appeso al lampadario. Mi manca l’aria. Il lenzuolo non è abbastanza robusto da spezzarmi il collo. Non respiro più. Il fumo dell’ultima boccata mi è rimasto nei polmoni. Vorrei tossire, ma non ci riesco. Il cappio è troppo stretto. Resto così, appeso. Non è il fatto di non riuscire a respirare a farmi paura. Sapevo che con molta probabilità sarebbe andata così. È il fatto di restare lì, sveglio, ad infastidirmi. Resto appeso, senza svenire. Con gli occhi aperti. Assistendo alla mia morte. Ho paura.

 

***

 

Apro gli occhi. Marta ha appoggiato la testa sul mio collo. Mi sposto leggermente. Riprendo a respirare. Un altro incubo. Sono mesi che non riesco più a dormire. E se bevo è peggio. Mi giro, ma non riesco a riaddormentarmi. Siamo troppo stretti sul divano. E ho la bocca troppo impastata. Quel sapore dolciastro del diabete. Mi alzo e vado a preparare il caffè. Ho una forte emicrania. Non ricordo molto dell’altra notte. So di aver annullato una cena di lavoro per restare con Marta. E continuare a bere. Gin tonic. Sapevamo bene entrambi cosa succede. Dopo il terzo gin tonic comincia l’amore. Eravamo andati a casa abbracciati, barcollanti. Non so se per restare in piedi o per la voglia di toccarci. Aveva aperto una bottiglia di vino. Un bianco dolciastro di pessima qualità. Era l’unica che aveva in casa. Ma non era il vino a interessarci. Parlavamo. Ne avevamo bisogno. Marta aveva acceso la musica. Carlos Gardel. Madreselva. Aveva iniziato a muovere i fianchi. Gentile. Continuando a bere. Ballava con la bottiglia in mano, portandola alla bocca. Mi eccitava molto. Si todos los años tus flores renacen / por queé ya no vuelve mi primer amor? La guardavo seduto sul divano. Con un occhio chiuso, per mettere a fuoco. Avevo voglia di piangere. Ero con Marta. Eravamo ubriachi. La guardavo ballare, ma avevo voglia di piangere. Mi aveva avvicinato la bottiglia alle labbra. Il vino scendeva con difficoltà. Il sapore dolciastro mi si fermava in gola. Mi ero spostato per farle spazio. Si era stesa vicino a me, portando la testa indietro. Mi ero steso anch’io. Su di lei. Il divano non era abbastanza grande per starci insieme. Eravamo restati così, fermi. Per paura che uno dei due decidesse di alzarsi. Mi abbracciava. Mi stringeva le mani sulla schiena. Avevo iniziato ad accarezzarle i capelli. Poi le gambe. Mi guardava con i seni piccoli ritti verso di me. Li accarezzavo. Lei mi baciava. Por queé ya no vuelve mi primer amor?

Sciolgo due doliprane in un bicchiere d’acqua. Lo svuoto e ci verso il caffè. Ho difficoltà a sentirne il sapore. Accendo una sigaretta, ma non mi piace. Mi spaventa. Guardo Marta. Non la vedevo da quasi sei mesi. Alcune settimane prima che partissi per Rennes avevamo pensato ad una cena. Un’ultima cena insieme. Per dirci addio. Avrei cucinato per lei. Una cena a base di pesce. Antipasto di crudo, spaghetti alle vongole e polpo alla brace. Una ricetta perfetta. Solo carboni ardenti, sale e una spruzzata di limone. Il pesce, lessi una volta in un libro di Montalban, è l’ideale per le sere d’amore. Rende salati i sessi. Come se il mare, attraverso il pesce, possa arrivare ai corpi aromatizzandoli. Avremmo cenato nel terrazzo di casa sua. Alla luce di candele alla citronella. Quelle candele gialle che invece di allontanare gli insetti, li attirano. Avremmo ascoltato musica. Camera a Sud, l’album che ascoltavamo sempre. Decise di lasciar perdere. E anch’io. Sarebbe stato un addio. E non lo volevamo.

Arrivai a Rennes un pomeriggio di metà agosto. Stranamente faceva molto caldo. Quell’anno, mi dissero, l’estate indiana era arrivata in anticipo. O almeno così avevo capito. Il mio francese era pessimo. Si limitava a poche parole. Bonjour. Un demi s’il vous plait. Merci. La mattina dopo, il sabato, andai al mercato. Il sabato, a Rennes, in Place de Lices, c’è uno dei mercati più belli di Francia. Ortaggi, fiori e pesce. Ostriche, soprattutto. Quattro o cinque euro la dozzina, a seconda della qualità. Quella mattina ne comprai alcune per l’aperitivo, oltre a un’orata per la cena. L’avrei preparata al cartoccio, come avevo imparato da mio padre. Con aglio, pomodori freschi e capperi. Bagnata da un bicchiere di vino bianco. Avevo bisogno di quei sapori. Di bagnare un pezzo di pane in quel sugo. Avevo bisogno di non dimenticare quei sapori. Avere l’impressione di non essere lontano dal mio paese. Il ricordo della propria casa passa anche dalla bocca. Passa anche dai pomodori e dai capperi, e da un pezzo di pane bagnato nel loro sugo.

Andai in un piccolo bar vicino Place Sainte Anne. Ordinai mezzo litro di Muscadet, un coltello per aprire le ostriche e uno strofinaccio. Il freddo dell’oceano mi scendeva in gola insieme alle ostriche, graffiato via dal vino ghiacciato. Il nord. Il posto per me, pensavo. Stavo bene. Pagai il Muscadet e iniziai a camminare, canticchiando preso dal vino. Estate. Che ha dato il suo profumo ad ogni fiore. L’estate che ha creato il nostro amore. Per farmi poi morire di dolor. Estate. Estate. Faceva caldo. La Bretagna non mi sembrava quella che avevo conosciuto.

Mi allontanai da lì. Place Sainte Anne il pomeriggio si riempie di gente ubriaca. Ragazzi incapaci di reggere l’alcol che provocano. E da italiano in Francia, quindi da straniero, non potevo permettermi una rissa. Non avrei avuto torto solo se avessi ricevuto una coltellata nello stomaco. Alcuni mesi prima, in quella zona, un buttafuori era stato sgozzato. Morì dopo essersi svuotato del suo sangue. E l’idea non mi piaceva. Continuai a camminare per un po’. Risolsi che mi sarei potuto concedere un paio di birre in un bar vicino casa. Fuori dal centro. Un bel bar con il nome di un uccello. Non ricordo quale. Un demi s’il vous plait. Tornando a casa comprai un paio di bottiglie di bianco. Decisi di aspettare un po’ prima di iniziare a cucinare. Non avevo ancora fame. In Bretagna, ad agosto non fa buio prima delle dieci. E non mi piaceva cenare con il sole. Misi un album di Pino Daniele. Nero a metà. Non ero campano, ma avevo la sensazione che riconciliarmi con Napoli mi avrebbe aiutato a vivere da straniero. Aprii la prima bottiglia e accesi una sigaretta. Faceva molto caldo. Quella notte, complici le due bottiglie di vino e un paio di Connemara, avrei dormito con la finestra aperta. La Bretagna non era la stessa che avevo conosciuto.

Abbiamo bevuto troppo. Ho caldo e sono affaticato. Ho l’affanno, non riesco a fumare. Ma sto bene. Sono in Italia e c’è Marta. Ho l’affanno, ma sto bene. Sono arrivato a Bologna ieri mattina. In aeroporto non ho avuto problemi. Da quando ero arrivato in Francia avevo sempre avuto paura di avere problemi con i documenti. Uno smarrimento, un furto. O delle incomprensioni durante un controllo. Non volevo rischiare di restare forzatamente a Rennes. Una sorta di enorme parcheggio buio e umido condonato da qualche mese. Controlli. L’idea non mi piaceva. Ero uno straniero.

Una mattina sentii il rumore di un elicottero. Volava basso, a qualche centinaio di metri da casa. Controllava la zona del centro a ridosso del mio quartiere. Una manifestazione contro la Loi Travail. L’ultima, assicurò la CGT. Molti negozi erano chiusi dalla sera prima. Le vetrine protette da spesse tavole di compensato. Si temevano scontri violenti come era successo durante le manifestazioni dei mesi precedenti. Come quando dei locali occupati dai manifestanti erano stati sgomberati dalle squadre d’assalto intervenute usando una gru. Centinaia di lacrimogeni lanciati ad ogni manifestazione. Il numero più alto di sempre. E proiettili di gomma. Un ragazzo ci aveva perso un occhio. E ci poteva scappare il morto. Le vie di fuga venivano bloccate. La vista era annullata dai lacrimogeni. Gli elicotteri coprivano ogni suono. E lì iniziavano gli scontri a colpi di manganello, proiettili di gomma e molotov. Prove tecniche per un massacro. Come a Genova nel 2001. Avere un elicottero sulla testa non mi piaceva. Io non avevo partecipato alla manifestazione. Ero in casa. Ma pensare di poter essere controllato e di poter mostrare solo un passaporto italiano non mi tranquillizzava. Aprii una bottiglia di rosso, per distendere i nervi. E in effetti ci riuscii. Mi svegliai alle sette con due bottiglie vuote affianco. Senza più l’elicottero sulla testa. E senza più saliva in bocca. Non è bello svegliarsi con i postumi di una sbronza il pomeriggio. Soprattutto quando fa caldo. La sensazione di tristezza è più forte. Specie se si vive soli. Marta. Non sarebbe stato facile vivere con lei. Non era quello il nostro rapporto. Ma sicuramente mi avrebbe aiutato a far passare i postumi. Magari scegliendo la musica al posto mio. Joya Landis, forse. Moonlight Lover.

Non avevo voglia di uscire. L’umidità calda di quel pomeriggio non mi avrebbe aiutato. Ma l’idea di una birra fredda sì. Decisi di darmi mezz’ora al massimo nel bar più vicino. Uno strano bar che a volte è un circolo di biliardo e a volte il luogo di incontro tra agenti in borghese e informatori. Uscii di casa senza chiudere la porta. Per costringermi a tornare presto. Feci la prima rampa di scale e tornai indietro. Chiusi a doppia mandata. Entrambe le serrature. Non si sa mai. Un demi s’il vous plait. Merci. Ero a Rennes da quasi un mese, ma il mio francese non migliorava.

Apro le persiane in cucina per far entrare un po’ d’aria. Il puzzo pungente di alcol stantio è troppo forte. Ho difficoltà a respirare. È una bella giornata. Fa molto freddo, ma il cielo è sereno. Come la scorsa domenica, a Cancale. Quella mattina mi sono svegliato presto. Di buon umore. Senza la tristezza alcolica di una domenica mattina passata a curare i postumi di una sbronza. L’aria era pulita, fresca. Nonostante il sole forte. Ho fatto colazione con una tazza di caffè, un pezzo di pane e pomodoro e due sigarette di tabacco Interval. Un tabacco biondo. Non ottimo, ma abbastanza leggero da poterlo fumare la mattina appena svegli. Ho deciso di radermi. Per celebrare la domenica. Una domenica soleggiata al mare. A Cancale. Un piccolo paese diventato da alcuni anni troppo turistico, che poteva però vantare alcune delle migliori ostriche di Francia. Magnifiche ostriche appena raccolte. Sui banchetti del mercato in riva al mare. Nei ristoranti come antipasto. Nei bar come aperitivo. In piccoli locali all’aperto che dall’aspetto facevano pensare più ad un giardino privato arredato per una festa di ferragosto. Lì le ostriche vengono aperte all’ingresso, su un banchetto in legno, usando una specie di grosso coltello collegato ad una leva. Vengono servite subito. Con l’acqua di mare ancora nel guscio, mentre con piccoli movimenti reagiscono ai tocchi dei coltelli. Bellissime ostriche perlacee. Fredde, vive. Non avevo mangiato molte ostriche in vita mia. Ma mi piacevano come se quei molluschi fossero delle cozze tarantine. Quelle cozze che da alcuni anni non erano più tarantine neanche a Taranto. Cozze spagnole. Quelle tarantine non erano più mangiabili per via delle polveri dell’ Ilva. Mi sentivo a casa. Lì l’oceano non sembrava così freddo. Il blu dell’acqua era più intenso e la roccia ricoperta di pini scendeva fino al mare. Non credevo in Dio, in nessun dio, ma lì era come se qualcuno avesse deciso di regalare all’oceano un pezzo di Mediterraneo per spiegare cosa fosse il mare. Era una bella giornata. Forse, pensavo, avrei dovuto mettere l’abito. Per rendere grazie a quel paradiso. Ero al mare, il Muscadet era più buono del solito e mi ero rasato. Non credevo in Dio, ma Cancale, quella mattina, mi faceva venire voglia di rendergli lode. A Dio. Alla bellezza del posto che aveva creato. Stavo bene. Avrei dovuto mettere l’abito, ma stavo bene.

Sono tornato a Rennes nel tardo pomeriggio. Avevo già bevuto parecchio, ma ho aperto un’altra bottiglia di bianco per accompagnare i gamberi che avevo comprato per cena. Gamberi già cotti. Vengono cotti appena pescati. Nelle barche, in grandi pentole di acqua di mare. Una specialità bretone difficile da accettare se si è abituati alla frittura mista. Paco De Lucia e Al Di Meola suonavano Mediterranean Sundance. Un flamenco. Perfetto in serate come quella. Accoglie l’ubriacatura. Ne cambia il gusto. Diventa meno aspro. Come l’aglio in un’insalata di peperoni. Dà un senso ad un banale ortaggio abbrustolito e spellato. Dà senso, il flamenco, alla terza bottiglia di bianco da tre euro e settanta. –Oui, alò? – Se fosse stato un film, se la mia vita fosse stata un film, quella sera sarebbe stata Marta a chiamarmi. Al secondo squillo del telefono Franco Battiato avrebbe iniziato a cantare Il cielo in una stanza. Avremmo parlato, ci saremmo raccontati. Nella scena successiva io sarei stato nella biglietteria della stazione con uno zaino sulle spalle. Ma la mia vita non era un film. A chiamarmi non era Marta.

– Nicola ci ha lasciati. La mia vita non era un film. La chitarra di Paco De Lucia continuava a suonare e io ero solo, zitto, a piangere in un bicchiere di Lagavulin, in un appartamento di rue de Belfort a Rennes.

Ho fatto una doccia. Sono le undici e decido di andare a fare una passeggiata. So che finirò in via del Pratello a bere alcuni spritz, e l’idea non mi piace. Mi disgusta. Ieri ho bevuto troppo. Marta dorme ancora. Le bacio la fronte, con calma, prima di uscire. La prima ventata fredda mi colpisce sulle tempie e il sole mi brucia gli occhi. Ho una fitta alla testa. Le doliprane non hanno fatto effetto, e sono ancora un po’ ubriaco. Ma nonostante il mal di testa, quella sensazione mi piace. Quella sensazione di leggero appannamento che si ha quando l’ubriacatura è solo all’inizio, come dopo tre o quattro pastis bevuti al sole una mattina di giugno. Mi piace quella sorta di limbo, quell’allegria malinconica per qualcosa che ancora non è successo. Quel limbo da cui si è certi di uscire, ma non si sa ancora come. Perché si continua a bere, o perché l’ubriacatura finisce. O perché a finire è l’allegria. Vorrei avere sempre quella sensazione. Essere sempre in quello stadio in cui mi piace la poesia. Non ho mai amato leggere poesie, ma quando sono in quel limbo mi vengono sempre in mente versi letti chissà quando. Pavese, Neruda. O Pasolini.

Solo l’amare, solo il conoscere conta, non l’aver amato, non l’aver conosciuto. Dà angoscia il vivere di un consumato amore. L’anima non cresce più.

Il pianto della scavatrice. È stata Marta a farmelo leggere la prima volta alcuni anni fa. Marta. È strano come sia riuscita a farsi amare, solo spostando una delle sue ciocche ricce dagli occhi. Grandi occhi scuri appena truccati di nero. È stato come se avesse aperto tutte le porte che avevo e le avesse lasciate così, per entrare ogni volta che ne avesse avuto voglia. Ed era entrata tante volte, e tante volte era uscita. Lasciandomi esposto al vento. Ad un caldo scirocco. O al vento freddo di gennaio. Era entrata, ed erano entrate altre donne. Maria. Una cantante spagnola di origine italiana. Suo padre era italiano. Era stato lui a darle quel nome. Non era credente suo padre, era comunista. Ma voleva rendere onore al suo paese. Santa Maria di Leuca. Un paese nell’ estremo sud est della puglia. La ascoltai cantare una sera in un bar di Rennes. Core ‘ngrato. La cantava con la passione di chi canta le proprie origini in piccoli bar. Una voce calda, graffiata da troppe sigarette. Cantava, accompagnata da un chitarrista troppo innamorato per starle dietro. La guardavo. Le offrii una sigaretta. Mi raccontò, in un italiano stentato, di voler tornare in Italia. Nel paese di suo padre. Sperava che il bambino che stava aspettando potesse conoscere quel Mediterraneo in cui suo padre non aveva mai potuto bagnarla. Ti ho amata Maria. Ti ho amata, ho amato il tuo bambino. Vi ho amati una sera a Rennes. Ti ho amata per il tempo di una sigaretta. Maria.

Prendo un caffè al bar della stazione. Accendo una sigaretta e guardo i monitor con gli orari dei treni. Ho lasciato i bagagli a casa di Marta. Dovrei chiamarla.

Quando mi sono svegliato, la mattina dopo, Rennes era coperta di nebbia. L’umidità mi entrava nei polmoni rendendomi difficile respirare. La prima pagina di Ouest-France parlava di un uomo lasciato con dei proiettili in petto nel parcheggio di un ospedale. Forse un regolamento di conti tra giostrai. O una delle tante risse tra ubriachi finite male. Sarei dovuto tornare in Italia. O non sarei dovuto partire. Ero un disoccupato che spendeva i suoi unici soldi in alcol. Un italiano che non aveva ancora imparato a parlare francese. Troppo lontano per salutare per l’ultima volta un amico. Nicola. Sentii la sua voce mentre pagava il primo giro di birra. Due raffo in bottiglia. La sua voce. Quella voce che mi prendeva in giro. Quando mi diceva che ero un comunista e sembrava che stesse parlando di una malattia. – La Francia ti piacerà. Starai bene. Ma vorrai tornare, vedrai. – Me lo disse la sera prima che partissi.

Parlammo poco. Avevo fretta. – Ci vediamo a Natale. Mi raccomando. – Cazzo, Nicola, non abbiamo bevuto un’ultima raffo insieme. Non riesco a immaginarti con un abito e i capelli ordinati. Fermo in una cassa. Nemmeno un’ultima raffo. Nicola. Sarei dovuto tornare in Italia. A Rennes non ero nessuno, se non uno straniero da chiamare cous cous. Un pretesto, cous cous, per scatenare una rissa. Dovevo tornare in Italia. Ho prenotato un volo per Mestre, la mattina successiva. Avevi ragione Nicola. Sarei tornato.

Mi siedo su una panchina del binario otto della stazione centrale di Bologna. Senza zaino sulle spalle. Accendo una sigaretta. Guardo il monitor alla mia destra. I regionali sembrano tutti in orario. Alcuni pendolari si avvicinano ai binari. Un uomo sulla sessantina vestito come Cary Grant in una vecchia foto degli anni cinquanta, guarda le barrette di cioccolato della macchinetta dietro di me. Ne compra una, la spezza e la offre a sua moglie. Mi guarda e mi sorride. Mi giro, guardo a terra. Aspiro una boccata di fumo dalla sigaretta. Prendo il telefono. Nessuna chiamata. Forse Marta dorme ancora. Marta. La felicità possibile. Una felicità troppo grande da poter essere vissuta. Così grande da lasciarla implodere. Una felicità da lasciar consumare in alcuni gin tonic. Devo chiudere le porte, Marta. Dovrei tornare a casa. Portare dei cornetti alla crema per colazione. Preparare il caffè. Stendermi affianco a te, su quel piccolo di divano due posti. Dovrei spostarti i capelli dagli occhi. Sfiorarti un orecchio con la punta delle dita. Poi le labbra. Dovrei baciarti. Ci ameremmo, oggi. Solo per oggi. Dovrei tornare a casa, ma devo chiudere le porte che hai aperto. Ho freddo Marta.

Il treno regionale per Parma delle ore dodici e quarantacinque è in arrivo al binario otto della stazione di Bologna Centrale.

Mi giro. L’uomo vestito come Cary Grant parla con sua moglie. Gli sorrido. Guardo il treno arrivare. Marta, ho paura. Mi alzo, aspiro un’altra boccata dalla sigaretta e mi avvicino ai binari. Chiudo le porte, Marta. Prendo la rincorsa. Supero la linea gialla. Marta.

“Si buttò come fosse stato, all’improvviso, spintonato.”

Andrea Pazienza