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I racconti del Premio letterario Energheia

Estate di sangue a Bombingham, Adele Rollino_Luserna San Giovanni(TO)

Racconto finalista Premio Energheia 2021_XXVII edizione – sezione giovani

Mi chiamo Ellen Fray, ho diciassette anni e vivo a Birmingham, in Alabama.

È il 18 settembre 1963 e sono in piedi davanti alla tomba di Cyntia Wesley.

La voce di M.L. King risuona solenne nell’aria afosa di questo caldo e sanguinoso settembre: “Queste ragazze – rispettose, innocenti e belle – sono state vittime di uno dei più tragici e viziosi crimini commessi dall’umanità…”

Cerco con lo sguardo gli occhi delle madri delle vittime: sono in piedi in prima fila, una a fianco all’altra, con gli occhi lucidi ma con la testa alta, attente al discorso che King sta tenendo.

Il pastore ha iniziato a prendere a cuore la nostra situazione già nei primi anni ’60, agli albori della sua carriera politica. Noi neri non abbiamo certo una vita facile a Birmingham, che lui stesso ha definito: “la città più segregata degli Stati Uniti”. Negli ultimi anni ci sono stati talmente tanti attentati da parte dei segregazionisti, che i giornali hanno soprannominato “Bombingham”.

Ho sempre vissuto a Birmingham. Sono nata nell’ospedale per neri e ho sempre vissuto con i miei genitori e mia sorella in un quartiere per neri. Ho frequentato la scuola per neri finché non ho iniziato a lavorare da Miss Jackson, una donna bianca della ventitreesima strada. Ho svolto il mio lavoro di domestica per poco più di due anni, fino a quando Miss Jackson mi ha licenziata dopo aver scoperto della mia gravidanza.

Sento una serie di rumorosi singhiozzi soffocati provenire dalla prima fila. Mi sporgo in avanti tra la folla accalcata e vedo la signora Collins piegata sulle ginocchia, in balia di quello che sembrerebbe un attacco di panico.

La famiglia Collins ha sempre vissuto nella villetta a schiera di fianco a casa mia. La loro abitazione, se non fosse per le fondamenta inferme ed il tetto pericolante, potrebbe trovarsi tranquillamente in un quartiere per bianchi. È infatti insolito trovare un giardino così ben curato e rigoglioso come quello dei Collins in un sobborgo nero.

Addie Mae e Sarah, le bimbe dei Collins, passavano i loro pomeriggi a giocare a nascondino tra le siepi tondeggianti e i cespugli fioriti.

Guardo la foto di Mae Collins sulla lapide, appesa con le foto delle altre tre vittime.

Durante i primi mesi di gravidanza passavo parecchio tempo a fantasticare su come sarebbe stata la mia vita dopo l’avvento del bambino. Mi immaginavo seduta con Michael all’imbrunire nella veranda di casa mia, a fissare il cielo roseo tra i ricchi rami dei noccioli sorseggiando una bibita fresca, mentre guardavamo il nostro bambino rincorrere Addie Mae e Sarah nel giardino dei vicini, tra gridolini di gioia e risate divertite. Ripensandoci ora mi rendo conto di quanto fossi ingenua. Michael era stato arrestato un mese prima del funerale delle bambine: eravamo nel parcheggio del supermercato, quando un gruppo di uomini bianchi sulla cinquantina si era avvicinato a tre ragazzetti neri che stavano uscendo dallo Store. Probabilmente per il motivo che spinge inevitabilmente tutti i bianchi a riversare il proprio odio su di noi, gli uomini, dopo averli ricoperti di insulti, si erano lanciati sui ragazzi dando il via ad uno scontro violento ed impari.

Michael era sceso dall’auto e si era precipitato nella mischia, nel disperato tentativo di difendere i ragazzini. Effettivamente era riuscito a spostare l’attenzione verso di sé, dando tempo ai ragazzi di scappare, ma era inesorabilmente stato pestato a sangue. Io ero rimasta nella vettura a guardare la scena paralizzata dal terrore e, dopo essere faticosamente uscita dal mio stato di paralisi, avevo usato il poco ingenuo coraggio che mi era rimasto per chiamare la polizia. L’arrivo dei poliziotti però, come avrei potuto facilmente immaginarmi, non aveva migliorato la situazione. Michael, a carponi sul marciapiede, incapace di alzarsi in piedi o proferire parola, era stato nuovamente picchiato, per poi essere ammanettato e scaraventato, oramai svenuto, nel sedile posteriore dell’auto della polizia.

I tre ragazzi picchiati erano stati accusati dai bianchi di aver tentato di derubarli, ed erano stati condannati a tre anni di carcere ciascuno. Micheal, che la sorte avversa aveva voluto portasse con sé una Glock 29 (sebbene scarica e registrata a suo nome) nel momento del misfatto, era stato accusato di tentata rapina a mano armata e aggressione e, in assenza di testimoni e di una difesa, era stato condannato a dieci anni di carcere, da scontare per intero nel penitenziario di Montgomery. Di canto loro i sei bianchi erano stati risarciti di 12.000 dollari caduno, per danni fisici, quali probabilmente semplici lesioni procurate pochi giorni prima in qualche rissa da bar.

E così anche l’idea che la creatura che tenevo in grembo potesse crescere con padre e madre a fianco andava man mano dissolvendosi, lasciando spazio alla precarietà che l’assenza del padre di mio figlio dava al nostro futuro.

Il pastore ha finito il suo discorso, scende dal pulpito e si dirige verso le famiglie delle vittime in prima fila. Prende la mani della signora Robertson tra le sue e le sussurra all’orecchio quelle che penso che siano addolorate condoglianze e parole di conforto. La signora Robertson, conosciuta da tutti come una burbera afroamericana di importante presenza e dal carattere deciso, scoppia in un pianto straziante che fa sussultare l’intera folla sotto le lunghe e prepotenti ombre dei cipressi .

La figlia dei Robertson, Carole, si trovava nel seminterrato della chiesa battista della sedicesima strada di Birmingham e si stava preparando per il coro della messa domenica assieme ad Addie Mae Collins, Denise McNair e Cynthia Wesley quando, poco prima delle 10:30, era scoppiata una bomba che aveva portato alla morte di tutte e quattro le bambine.

Tutti a Birmingham sapevano che l’attentato era stato progettato e messo in atto dal Ku Klux Klan, e tutti sapevano chi tra i cittadini molto probabilmente ne faceva parte. Ma per un nero denunciare dei bianchi segregazionisti ad una polizia composta da bianchi segregazionisti, rappresenta non meno che una vera e propria condanna a morte.

Da quel tragico 15 settembre 1963 fino ad oggi, non ero mai più uscita di casa. Depressa e sconfortata, passavo le mie giornate nel letto ad ascoltare la radio. Ma le continue notizie di omicidi razziali che perseveravano in tutta America non migliorano certo la mia situazione. Attorno ai primi di ottobre, nella stazione ufficiale nazionale, era passata la notizia del rapimento, dell’uccisione di un ragazzino afroamericano di soli 14 anni. Nel giro di poche ore le immagini del viso dilaniato del bambino erano già sui giornali di tutto in mondo. Due giorni dopo si era svolta una protesta sull’accaduto e i poliziotti avevano liberato i cani contro la folla, provocando la morte violenta di cinque uomini, tutti neri.

Come posso trovare il coraggio di uscire di casa quando le persone di colore vengono brutalmente uccise senza motivo? Come spiegherò a mio figlio di dover stare attento a qualunque cosa faccia o dica per il solo fatto di essere nero? E come potrò spiegargli che neanche trattando i bianchi con sottomissione non avrebbe avuto la sicurezza di non venire ucciso senza motivo?

Ora siamo nel 2000, sono seduta con Michael i nostri tre figli di fronte alla tv nel salotto del nostro appartamento di New York.

Dopo la nascita del nostro primo figlio e la scarcerazione di Michael, capimmo che l’unico modo per vivere dignitosamente era trasferirci al nord. Il secondo figlio, Marthin, nacque il 7 aprile 1968, tre giorni dopo il tragico assassinio del pastore e l’ultima bambina, Addie Mae, nacque nel ’73.

La conduttrice televisiva sta annunciando l’arresto degli ultimi due dei quattro membri del Ku Klux Klan che il mattino del 15 settembre 1963 avevano innescato la bomba sotto la chiesa della sedicesima strada di Birmingham.

Nessuno dei genitori delle vittime è vissuto abbastanza a lungo per scoprire che, dopo 37 anni, finalmente la giustizia ha fatto il suo corso.

Ma so per certo che Sarah Collins, la sorella di Addie Mae Collins, è ancora viva, e ora me la immagino seduta davanti alla tv della sua vecchia casa dallo splendido giardino a Birmingham, finalmente soddisfatta perché, dopo 37 anni, giustizia è stata fatta.