Elissa. Nulla sarà come prima_Assunta Morrone, Trenta(CS)

_Miglior racconto da sceneggiare quindicesima edizione Premio Energheia 2009.

Il racconto nasce dall’idea di narrare la stessa storia da diversi punti di vista. Motivi ispiratori nel cinema di Akira Kurosawa (vedi RASHOMON) o in uno degli ultimi romanzi di Paulo Coelho, La strega di Portobello.

 

Anna, sorella maggiore di Elissa.

“Non dimenticherò e non dimenticherà mai il 27 aprile. Ha pensato di morire e non è morta, sembrava lasciare il suo corpo e mi ha fatto paura. Eravamo sedute, parlava e piangeva.

Poi è sbiancata, mi ha guardato smarrita ed è svenuta.

Ho chiamato il mio vicino di casa. Le ho buttato dell’acqua in faccia, si è ripresa. Il vicino è arrivato subito, le ha misurato la pressione e mi ha chiesto di accompagnarla immediatamente in ospedale. Non ho mai guidato come in quel maledetto 27 aprile e sono arrivata davanti al Pronto Soccorso senza fiato.

Non si reggeva in piedi e non parlava. Avevo paura, non sapevo perché stesse male, mi guardava con due occhi colmi di lacrime. Qualcuno mi ha chiesto di aspettare fuori. Non ho idea di cosa le abbiano fatto. E’ uscita dopo due ore e il medico del Pronto Soccorso mi ha chiesto di seguirlo, io chiedevo e lui camminava, nessuna risposta. La mia piccola e muta sorellina, pallida e senza sorriso veniva spinta su una sedia a rotelle e continuava a non parlare. Dopo mille insistenze il medico mi ha guardato come se mi vedesse per la prima volta e mi ha detto che Elissa mi avrebbe raccontato tutto. Mi ha poi chiesto di farle firmare delle carte, mi ha spiegato che potevo portarla a casa e che adesso non correva alcun pericolo. Avevano fermato l’emorragia. Ho sorriso a fatica alla mia piccola per non far emergere il terrore che la parola emorragia mi aveva provocato, ho guardato Elissa e l’ho abbracciata. Sembrava una piccola bambola di pezza senza vita e il suo fremito era ancora troppo debole. Siamo tornate a casa e si è messa a letto. Mi ha sussurrato che sarebbe partita comunque e che non dovevo raccontare nulla, né alla famiglia né a lui. Cosa avrei dovuto dire? Anche se qualcuno mi avesse chiesto, io non sapevo cosa fosse accaduto. Le ho rimboccato le coperte e l’ho sentita piangere. L’ho tenuta stretta e i suoi singhiozzi mi entravano nel petto, come lance acuminate. Singhiozzava come un bambino in fasce che nessuno coccola. Le ho chiesto spiegazioni. Mi ha guardato e si è stretta ancora di più per cercare conforto, l’ho cullata e si è addormentata. Ho vegliato il suo sonno per tutta la notte. Al mattino le ho chiesto ancora cosa era davvero accaduto e il perché dell’emorragia. Non mi ha saputo o voluto rispondere. E’ partita, come aveva deciso.

La vedevo andare pallida, fragile, troppo sola. Mi ha rassicurato con il suo solito sorriso. Ho ancora paura, come se nulla potesse adesso, a distanza di qualche mese, tornare come prima”.

 

Il medico del Pronto Soccorso.

“E’ arrivata in Pronto Soccorso nel tardo pomeriggio del 27 aprile. Era pallida, di un pallore spettrale. Ho pensato immediatamente di misurarle la pressione. Ho chiesto a chi l’accompagnava di aspettare fuori. Distesa sul lettino ha finalmente parlato e quello che mi ha detto mi ha fatto capire che stava succedendo qualcosa di grave, i sintomi di cui mi parlava erano inequivocabili. Ho immediatamente controllato, un’emorragia in corso metteva a repentaglio la vita di quella giovane donna e ho fatto un’ecografia con una fretta che mi è inusuale. I miei dubbi erano ormai certezze. Le ho parlato, le ho spiegato cosa stava accadendo, mi è sembrata imbarazzata e inconsapevole. Ho chiamato l’anestesista, la paziente era vigile e ha dato il suo consenso all’intervento. Piangeva di un pianto che il silenzio nasconde. L’ho rassicurata, non era in pericolo ma l’emorragia andava arrestata. Sarebbe stato un piccolo intervento di routine e senza nessuna conseguenza.

Le ho chiesto se avesse figli, mi ha risposto di sì e le si è illuminato il viso per un attimo che mi è parso infinito. Non potevo chiederle di più ma il suo volto nascondeva ormai a fatica un dolore indicibile. Gli uomini come me riconoscono il dolore del corpo, ma faticano a riconoscere quello dell’anima.

Le ho chiesto cosa sentiva e ha stretto le mani sulla sua pancia. Poi si è come spaventata, ha urlato il mio nome ma non poteva saperlo, non portavo il cartellino. Eppure mi aveva chiamato per nome tra i singhiozzi. Avrei voluto confortarla per ringraziarla di quel sorriso che prima, spontaneamente, mi aveva regalato pensando ai suoi figli. L’abbiamo adagiata su una sedia a rotelle, le ho spiegato cosa le era successo e che sarebbe stato meglio se si fosse fermata per la notte. Mi ha chiesto se poteva essere dimessa. Le ho detto di sì, bastava che rinunciasse al ricovero, ma doveva rassicurarmi sul fatto che avrebbe preso i farmaci e che si sarebbe fatta controllare dopo qualche giorno. Ha accettato le mie condizioni ma non potevo sapere cosa davvero sarebbe accaduto appena fuori dall’ospedale. La signora che l’aveva accompagnata mi chiedeva qualcosa ma non ho risposto subito. Non ero in grado di capire cosa legasse le due donne, non sapevo se era giusto raccontare l’accaduto, ho guardato la mia paziente e i suoi occhi mi hanno ordinato di tacere. Non l’ho più rivista dopo quel 27 aprile. Spero abbia seguito le mie prescrizioni e spero che si sia ripresa nell’anima, oltre che nel corpo. Qualcuno le deve aver fatto molto male e quel qualcuno si chiama come me. Non potrò più dimenticare le sue labbra e il suo sorriso.

L’ho detto ad alta voce senza rendermi conto. Ha sorriso di nuovo e poi le lacrime sono scese ancora. Non so perché, ma per lei nulla sarà mai come prima”.

 

Luigi, amico di Elissa

“Ha accettato il mio invito. E’ partita con me. Non potevo crederci. Mi sembrava un sogno che si stava avverando. In stazione mi sono spaventato. Era pallida e faceva fatica a reggersi in piedi. Le ho chiesto se stava bene. Mi ha detto che era solo stanca. Sapevo che stava passando un brutto momento, che l’uomo che amava l’aveva lasciata. Dovevo farla sorridere e ci sarei riuscito. Ricorderò sempre quegli ultimi giorni di aprile, il treno, l’arrivo a R., i costi dei taxi.

Sono impressi nella mia memoria i minuti e le ore, anche quelle in cui mi ha lasciato per incontrare una persona appena conosciuta. Mi sembra di rivivere le brevi passeggiate, le cene, il mare lontano e il sole cocente di un aprile strano che stava per finire. Chi può dimenticare quella maglietta con i cuoricini che ho comprato per lei, i gattini sulle magliette che le ridavano brevi e splendidi sorrisi, il sogno di averla vicino che è rimasto un sogno? Al ritorno la mia dolce e giovane amica non era felice e mi sembrava anche molto provata.

Così pallida non l’avevo mai vista, non sapevo se chiederle spiegazioni. Ho cercato di farla sorridere, per un po’ mi è sembrato possibile. Il tempo è stato tiranno, i tre giorni sono passati troppo in fretta e la serenità troppo effimera. Poi ha ricevuto o ha fatto una telefonata e ha pianto tanto. Non ho chiesto spiegazioni, ma mi sono sentito inutile e inadeguato.

Le voglio un gran bene, non vorrei mai vederla soffrire, ma non sono in grado di aiutarla. Se solo mi permettesse di tenerla per mano ma le sue mani non sono più sue, è come se non le appartenessero. Le ha donate e non le rivuole indietro, come il suo cuore. Nulla sarà più come prima”.

 

Cassandra, amica di Elissa.

“Ho conosciuto Elissa solo tre anni fa. Mi ha rapito. Ha un suo strano modo di coinvolgerti. E’ un ciclone che ti investe.

Fa tante cose. Troppe. Non smette mai di raccontarsi e non ti fa parlare. Poi, all’improvviso, ti spiazza perché ti conosce meglio di chiunque altro. Mi ha tediato negli ultimi due anni con quello che pensava fosse il suo Grande Amore. Ho ascoltato i suoi sorrisi e le sue lacrime, fiumi di parole. Sapevo che questo amore l’avrebbe distrutta ma non ho saputo convincerla, bastava che non entrasse nella vita di quell’uomo fragile e immaturo. Vorrei ritrovare la mia amica e poetessa, la colta studiosa che non si perde per le banali carezze di Amore. Io vivo un’altra dimensione, ho superato quella fase che lei sta vivendo adesso. Mi auguro che superi il momento. E’ capace di volare alto, non può farsi distruggere dalla mediocrità.

Deve andare oltre e nulla sarà come prima fortunatamente”.

 

Beatrice, amica di Elissa.

“Elissa deve smetterla di piangere. Morto un Papa se ne fa un altro. Il mondo è pieno di uomini molto più interessanti.

Basta non farsi coinvolgere dai sentimenti. Quell’uomo non la meritava. Non ha capito con chi aveva a che fare. E poi, non le ho mai detto, ma non era un granché. Doveva stendere un tappeto rosso al passaggio di una donna colta e intelligente, piacente e sensuale come lei. Elissa merita di meglio. Adesso deve pensare a sé stessa, alla sua carriera, alla famiglia. Noi siamo ragazze normali, ma più intelligenti della media. Gli uomini hanno paura di noi. Niente deve essere come prima”.

 

Sofia, amica di Elissa.

“Elissa è famosa tra chi la conosce per la caparbietà e il desiderio di emergere, ma si fa amare per la sua disponibilità.

Io so che può essere molto fragile a volte, tanto quanto è forte nella sua professione. Le donne sono spesso troppo buone con gli uomini. Non si accorgono della loro mediocrità. Elissa si è fatta prendere da quel manto di dolcezza falso-borghese di un uomo troppo piccolo per lei. Spero che si rialzi, fiera e forte, come è sempre stata, può farcela, deve farcela. Non le avrei mai detto che aveva fatto una scelta azzardata, la rispetto troppo. Adesso credo che sia stato meglio così. Avrebbe dovuto chiudere prima. Un uomo così non doveva nemmeno avvicinarsi alla nostra Elissa. Ah, l’Amore… quale fuggevole chimera! Spero che tutto ritorni come prima che Elissa conoscesse l’uomo che l’ha messa in difficoltà”.

 

L’ex di Elissa.

“Ho lasciato Elissa. Stavamo insieme da due anni. Abbiamo cominciato per caso, ci siamo semplicemente dati la mano e siamo diventati inseparabili. Una donna diversa, colta, intelligente, sensuale in modo disarmante. L’ho amata? Non credo, considerato che poi è cambiato tutto. Non me la sono sentita di continuare. Qualche mese fa si è verificato qualcosa che ha messo in discussione le sue e le mie certezze. Sono sincero, mi sono comportato da vile, non potevo continuare con questa storia. Credo di averla lasciata perché ho scoperto di non amarla abbastanza, forse non l’ho mai amata. Io devo sentirmi libero e non oppresso da una donna, io che una donna ce l’ho già, una, due, cento donne. D’altra parte anche Elissa non è libera. Cosa pretendeva da me? Che mettessi ancora una volta in discussione la mia vita? Negli ultimi due mesi mi ha reso la vita un inferno e in questi ultimi giorni non ne ho proprio potuto più.

Quell’ultima scenata poi, a teatro!

Ma chi si crede di essere per controllare la mia vita?

Io voglio e devo stare con chi mi pare. Non posso essere seguito come un bambino. Non le avevo promesso nulla e mi pareva giusto uscire con i miei amici e con le mie amiche.

Quella sera a teatro, poi, mi è sembrata più folle del solito.

Che avevo fatto di male?

Ero tranquillamente seduto vicino a quella creatura, quella dolce collega tanto rilassante. Arriva lei e si mette al centro dell’attenzione. Mi ha stancato. Non ne posso più. L’ho accompagnata a casa (e non volevo farlo!) e l’ho lasciata definitivamente.

Non significano nulla le giornate vissute insieme, io non ho mai provato un vero sentimento, certo avevamo una storia, ma non ho mai detto di volermi legare, né di volere delle responsabilità. Sono sicuro di questo. Certo, potevo evitarmi di farmi coinvolgere, ma sono un uomo e se una donna ci sta… belle labbra, belle tette, mi sono fatto prendere.

Adesso devo pagarla per tutta la vita e chiudere con la mia vita precedente?

Non posso e non voglio farlo. Non sono preso da lei, non la amo, non l’ho mai amata. Basta!

Deve smetterla di perseguitarmi, io rivoglio la mia serenità.

Sono stato costretto a prendere degli psicofarmaci e sono anche andato da una psicologa. Non so che farmene del suo romanticismo, delle poesie che scrive, dei suoi sogni impossibili, delle lacrime che mi appesantiscono le giornate, dei ricordi che sono solo suoi. Dopo che avevo deciso di farla finita con questa storia l’ho avuta alle calcagna come una gatta in calore. Mi ha tentato con il corpo e con lo spirito, ma sono stato irremovibile, continua ad essere grossolana e offensiva, non posso permettere che accada ancora. Mi ha detto che volerà alto senza di me. Glielo auguro. Conosco i miei limiti. Io non sono nessuno. Non mi chiama da qualche giorno, spero che abbia capito che non esiste più per me. L’ho cancellata dalla mia vita e mi sento finalmente in grado di respirare. Con lei non tornerò mai indietro. Nulla può essere come prima”.

 

Elissa.

“Oggi è il 27 luglio. Le cose cambiano repentinamente.

Tre mesi dalla fine.

Ho conosciuto un uomo.

Ci siamo innamorati, o così ho creduto.

Abbiamo vissuto quasi in simbiosi.

Mi sembra lontano l’inizio, mi sembra ancora vicina la fine.

Una storia che non avevo chiesto, di cui potevo fare a meno.

Non ci sono colpevoli a parte la sottoscritta. Ho rincorso un sogno che aveva la faccia di un uomo all’apparenza diverso, che poi si è rivelato uguale a milioni di altri uomini. Non mi aveva promesso niente, ma mi aveva insegnato a dare importanza alle azioni e non alle parole e le sue azioni mi hanno falsamente sussurrato l’Amore. Tanto Amore e tanti giorni, delicatissimo sfiorarsi di due anime, di due solitudini, di due luci nel buio. Così sembrava.

Poi la fine.

Poi il nulla.

Poi il 27 aprile.

Dovevo riguardarmi, ma non sapevo nulla di quello che stava accadendo dentro di me.

Nessun sintomo, nessun allarme.

Sono sempre stata distratta e in questi ultimi mesi ancora di più.

Inaspettato, l’epilogo.

Fino al 27 aprile il corpo era un contenitore inutile.

Poi, improvviso e accidentale, il dolore mi ha ricordato che avevo anche un corpo. Ho pensato che i miei ormoni ballerini avessero preso il sopravvento, mi sentivo debole, guardavo senza vedere e il cuore mi pareva impazzito. Il ciclo mestruale era saltato ma avevo pensato che fosse normale, considerato il brutto momento che stavo attraversando, adesso sarebbe tornato tutto alla normalità, volevo che fosse così e mi sentivo rassicurata. Ho perso i sensi, all’improvviso. Non so se per il forte dolore o per il sangue che scendeva copiosamente. Non ricordo bene cosa è accaduto subito dopo. So per certo che mi sono trovata in ospedale. Gli occhi del medico su di me sono l’unica cosa gentile che ricordo, mi è stato spiegato di avere un’emorragia in corso, mi sono state indicate le cause scatenanti e le soluzioni.

Stavo perdendo un bambino, un bambino che non sapevo esistesse dentro di me.

Ero talmente presa dal mio dolore di donna innamorata e ferita, da non sentire più il mio corpo in tumulto. Ero senza parole, non mi aspettavo una tragedia simile, non in quel momento, non dopo la fine. Il dolore fisico si è legato al dolore dello spirito. Mi ricordo di avere urlato un nome, il nome del dolore, il medico si è girato di scatto verso di me come per rispondere al mio richiamo. Sulla cartella clinica ho poi letto il suo nome e ho capito. I nomi possono essere un’assurda coincidenza. Mi sono sentita come svuotata, davvero vuota.

Sono partita il giorno dopo, senza cambiare i miei piani. I farmaci erano nella mia piccola borsa da viaggio. Volevo fuggire via, le immagini di un sogno svanito mi perseguitavano e qualcuno che non avrebbe mai avuto un volto mi additava come l’unica colpevole. Alcuni amici, quelli veri, mi hanno aiutato, Riccione mi ha accolto con la sua estate precocemente iniziata, e l’aver conosciuto una persona splendida di cui ignoravo l’esistenza, che vive da sempre su una sedia a rotelle, mi ha fatto pensare a quanto sono fortunata, io che ho le gambe per fuggire via, nonostante non mi senta ormai in grado di correre davvero. In queste ultime settimane ho tentato di cancellare tutto. Il mio dolore è apparso ai più come insensato e inutile. Nessuno di loro sa. Non conosco il senso di tutto questo, ma so che sicuramente c’è, e forse avrei potuto fare a meno di scrivere. Ma scrivere è il farmaco che mi salva ancora una volta la vita. Ora mi sento sola, nonostante ciò, devo riconoscere che sono stata coccolata dai miei carissimi amici che non mi hanno chiesto alcuna spiegazione. Ringrazio paradossalmente anche chi mi ha sfiorato la pelle con le mani e con le labbra, tante volte in due anni e poi quel lunedì, mentre io sentivo una fitta acuta dentro, lo ringrazio per i sorrisi e per le lacrime, grazie anche per aver deciso di dire basta e di avermi preferito ad altre donne, forse stimabili per la loro banale mediocrità, per la falsità che evidentemente le rende normali e degne di considerazione, ma indegne di essere paragonate a Elissa. Lo ringrazio per essersi allontanato da me, mentre l’ultima volta tentavo di accarezzare il suo corpo distratto e per avermi evitato di vedere e sentire la menzogna che mi stava raccontando. Lo ringrazio per avermi voltato le spalle un mercoledì qualsiasi, inconsapevole del dolore che mi ha provocato e che continuerà a provocarmi.

Ho amato un uomo mai esistito.

In tutto questo, l’Amore rimarrà l’unica forza vera, degna di essere ricordata.

Ringrazio la vita che continua a sorridermi attraverso gli occhi meravigliosi dei miei figli, mentre io non sono capace di ricambiare fino in fondo il sorriso.

L’uragano ha divelto il cuore, nulla sarà come prima, ma l’Amore continua ad essere caparbiamente in signoria della mia vita.

Mi sento come questo fiume che mi scorre davanti, in un tumulto senza posa.

Una voce mi sta prendendo l’anima. Vorrei non sentire, ma è come se mi stesse ridando la vita. Non importa quello che dice, ascolto il suono e adesso vedo due occhi grandi e onesti che chiedono spiegazioni delle mie lacrime.

Ho voglia di crederci. Mi merito di più, nulla sarà mai davvero come prima”.

 

Epilogo

Il viandante

Mi trovavo a Roma da qualche giorno.

Avevo deciso di uscire non troppo presto quella mattina e solo per fare una sana e lunga passeggiata.

Era una mattina di luglio.

Ricordo il caldo e la gente che prendeva più in là il tram.

Speravo di tornare già l’indomani a M. Mi mancava la mia città, mi mancavano le strade familiari, gli odori inconfondibili, le singole pietre. Avevo deciso che il ritorno sarebbe stato per sempre, questa volta.

All’altezza di Ponte Garibaldi mi stavo fermando a guardare lo scorrimento eterno del Tevere, gli occhi colmi dell’isola Tiberina.

Sul ponte mi aveva incuriosito la presenza di una giovane donna che guardava fissa nel vuoto. L’avevo vista subito.

Era lì, appoggiata sulla ringhiera, guardava davanti a sé.

Sembrava piccola e spaurita.

Mi sono avvicinato, avevo come la premonizione che fosse in pericolo.

Non vedevo il suo viso, nascosto com’era dai capelli ricci e scomposti, di un dolce castano chiaro.

Una Medusa che non mi guardava e, anzi, sembrava presente con il corpo e lontana con l’anima.

Mi sono avvicinato ancora e le ho chiesto se aveva bisogno di qualcosa.

Non mi ha risposto.

Ho tentato di provare con una battuta.

“Chi è quello stupido che ti fa piangere?” – Non l’avessi mai detto!

Si è voltata improvvisamente e mi ha fulminato con gli occhi colmi di pianto.

Mi sono sentito un verme.

C’era nell’aria una strana movenza del vento, c’era il profumo di quell’estate ancora piccola e timida. Il sole quasi a picco sul mezzogiorno, la calura ormai soffocante.

Ti amo – le avrei voluto dire, meravigliando anche me stesso per quelle parole che non avevo mai detto a nessuna, preferendo dolci e melense parafrasi più leggere.

Eppure l’avrei detto, avrei volentieri garantito per me stesso, avrei accettato qualsiasi compromesso, ma l’avrei finalmente detto ad una sconosciuta.

Sarebbe stato da ridere se me l’avessero raccontato, ma stava capitando a me, proprio a me.

Ho guardato nello stesso punto, dove pensavo stesse guardando lei. Avevo nella testa i suoi occhi tra il verde e il castano, gonfi di pianto. Mi sembrava di sentire le lacrime, ma non riuscivo più a vederle.

Le ho toccato una spalla.

Mi aspettavo un ceffone.

Si è girata.

Mi ha abbracciato senza dire una parola.

Sono passati due anni da quel giorno.

Attimi che hanno segnato le nostre esistenze.

Ho saputo solo dopo qualche tempo che sul Ponte Garibaldi l’ho inconsapevolmente salvata da sé stessa.

Non le ho chiesto di dirmi nulla del suo passato.

Oggi è la voce che dà respiro ai miei pensieri, una voce sciocchina e impertinente, ma di cui non posso fare a meno.

Non so se è serena.

Io spero soltanto che non pianga più.

Per me e anche per lei, tutto è cambiato, davvero nulla è come prima.