Di madre ignota_Paola Malagoni, Bologna

_Menzione Giuria seconda edizione Premio Energheia_1994_

Preme le mani sul ventre pieno per aiutare la sorella di Emma che non riesce a spingere fuori, verso la luce, il piccolo corpo ancora sconosciòto di suo figlio. Nina si aggrappa al lenzuolo bagnato e grida, senza forze. Lui non la sente, sommerso dal breve silenzio tra i gemiti, già carico del pianto che tra poco sboccerà nella stanza. Come un fiore. Doveva essere Emma ad aspettare con lui che il dolore si sciogliesse, sospeso al confine tra il silenzio e il miracolo di quella voce. Il figlio di Emma. Nascerà da una donna col suo viso, senza il colore dei suoi occhi. Scacciando le ombre, Bruno affonda le mani nella pelle venata d’azzurro, tira, preme, dilata, guida i movimenti e il respiro di Nina, che ad ogni nuova contrazione rovescia mezza faccia nel cuscino e stringe convulsa la mano di Dario.

Mezza faccia di Emma. Spaccata contro il parabrezza. Emma al margine della vita con le mani aperte sul ventre per proteggere il suo bambino. Dario si rivede accanto a lei tra le lamiere accartocciate, risente la propria voce chiamare il suo nome. Emma. Amore. La macchina sfasciata contro il muro dell’ospedale, la corsa con Emma tra le braccia, e la sua testa, troppo pesante, abbandonata sulla spalla. La stava accompagnando da Bruno per una visita di controllo. Come sempre aveva voluto guidare lei. “Non sono malata, sono incinta. Ti prego, non soffocarmi.” Un’anima strana come le nubi, felice di quel figlio che poteva essere di Dario, il marito di sua sorella. Rideva. Non aveva visto la moto che all’improvviso le tagliava la strada davanti al cancello dell’ospedale. Dario aveva gridato, afferrato il volante troppo tardi. L’aveva portata di corsa al pronto soccorso, ma lei aveva già cominciato a morire.

Ricorda Bruno chino sotto le lampade della sala operatoria, con la faccia affondata nella stoffa insanguinata, le mezze parole strappate dal dolore e i baci appiccicati su quello che restava della faccia di Emma. Era rimasto in disparte a guardare il dolore dell’amico, del tutto uguale al suo, violento, incontrollabile, sgorgato dallo stesso amore. Un amore che a lui non dava il diritto di dirle addio. Dario rivede la scena come un pallido sogno dell’alba, sbiadito dal vuoto accecante dell’assenza. Lui e Bruno, smarriti insieme nell’ultima immagine di Emma, entrambi lordi del suo sangue. Poi Bruno gli aveva chiesto di uscire. “Ti prego! È l’ultima cosa che posso fare con lei. Per noi.” Senza capire, Dario aveva chiuso la porta per sempre su quella donna che non poteva appartenergli nemmeno nella morte.

Nina grida, spezzando un solo filo di ricordi che lega la mente dei due uomini. Non ha pensieri se non per quel figlio che tanto fatica a venire al mondo, per quel calore che le scorre dentro, confuso con un dolore vasto come il mare, che tende le sue corde per liberarsi e liberarla. Nina chiude gli occhi per vedere la faccia di suo figlio e dimenticare gli spasimi segreti del suo corpo. Un piccolo viso nel buio rosato dietro le palpebre, piccoli occhi ancora chiusi, immersi nella languida oscurità del suo ventre. Nina esplora con lo sguardo interno il minuscolo corpo ancora avvolto nel suo, ossa, muscoli e pelle, e la prima impercettibile consapevolezza di esistere, sbocciata sull’onda nera di quella spinta sconosciuta verso la luce. Nelle brevi pause del dolore Nina si chiede quali sensazioni lo percorrono. Di che colore sarà il suo sorriso. Se avesse già un pensiero, quale sarebbe. Apre gli occhi e il piccolo viso mai visto sfuma nei tratti familiari della faccia bruna di Dario. “Mio Dio, ti prego. Fa’ che gli occhi di mio figlio assomiglino ai suoi. Anche se per uno scherzo del tempo forse suo padre è Bruno.”

 

Dopo la morte di Emma, Nina aveva percorso un lungo tratto oscuro della propria storia. Era molto legata alla sorella, con cui da sempre aveva condiviso i rapidi bagliori e le lunghe ombre dell’insistenza. Quasi identiche d’aspetto, se non per le trasparenze azzurre delle pupille di Emma con cui Nina avrebbe volentieri cambiato il verde antico del proprio sguardo, le due sorelle danzavano sulle onde della vita con uguale leggerezza, sospinte dagli stessi slanci o frenate da un’unica morale privata. Dopo la morte dei genitori non avevano voluto separarsi, avevano continuato a vivere, l’una per l’altra, nella grande casa sul mare, ciascuna lasciando la propria impronta personale sulla molle pasta della realtà. Un giorno Emma aveva conosciuto Bruno, un giovane medico che faceva le guardie in ginecologia. Si erano innamorati senza fretta e sposati subito dopo averlo scoperto. A Bruno piaceva la casa sulla spiaggia, lambita dalle onde del mattino, e gli piaceva Nina e il magico rapporto che univa le sorelle, in cui si era insinuato senza rumore, attento a non turbarne l’inquilibrio. Nina non si era mai sentita di troppo tra loro, appagata dall’assorbire ogni giorno il tiepido riflesso della loro dilagante felicità. Amava Emma per la sua allegria, per il suo modo di ridere abbracciata alla vita. E amava Bruno perché l’amava, senza condizioni. Bella e difficile, Emma ribaltava l’ordine di priorità delle cose. La sua attenzione selettiva per la vita la spingeva ad ignorarne i grandi eventi, distratta da ogni minimo dettaglio che conferisse alla realtà il colore del sogno. L’ala di un gabbiano battuta sulla spuma di un’onda aveva per lei più spessore di una guerra. Emma s’infiammava ogni giorno di passioni tanto intense, quanto passeggere, alle quali si dedicava anima e corpo per poi lasciarsele alle spalle senza rimpianti. Solo loro, Nina e Bruno, sapevano aderire così strettamente alla sua anima da riuscire a seguirne le follie, gli umori incostanti e raggiungerla negli abissi emozionali in cui tanto spesso si rifugiava. Nina e Bruno, legati dalla stessa curiosità di sondare incessantemente i labirinti del suo cuore.

Quando il dolore si ferma, Nina si lamenta. I segni del dolore sul suo viso annullano gli unici tratti che la distinguevano dalla sorella. Bruno la guarda. Con gli occhi chiusi e i capelli biondi disegnati sul cuscino, potrebbe essere Emma. In un angolo remoto dell’anima continua a sperare nel miracolo di quell’azzurro oltre le ciglia, perché, sepolta sotto la ragione, una parte di lui rifiuta caparbiamente di sacrificare alla realtà il sogno impossibile del suo ritorno. Non ricorda un solo istante della sua vita in cui non l’abbia amata, anche prima di incontrarla, perché lei riassumeva e amplificava ogni suo amore. Amante di una notte o compagna di gioco, amica dei suoi segreti o giudice delle sue colpe, Emma ogni giorno interpretava per lui nuovi ruoli, per colmare i suoi vuoti ed insegnargli a camminare al suo fianco. Bruno lasciava che lei lo guidasse senza esigere spiegazioni. Non chiedeva che di stringere la sua mano, ma pur amando Bruno con tutta se stessa, Emma considerava la sua totale devozione come un segno di debolezza, un gioco pericoloso che li avrebbe fatti soffrire. Lo tormentava alternando attenzioni ossessive con la più completa indifferenza perché si abituasse, gli diceva, all’idea che forse un giorno lei avrebbe smesso di amarlo. Bruno non le badava, accettava le sue stranezze come espressioni del suo spirito libero e non se n’era mai preoccupato, nemmeno quando, nell’ultimo anno vissuto insieme, l’aveva sentita allontanarsi, entrare in una dimensione in cui quasi mai riusciva a raggiungerla. Non l’aveva mai sfiorato il pensiero che ci fosse un altro uomo nella vita di Emma. Un amore così non poteva finire. Emma l’aveva ignorato nelle lunghe giornate d’instate, e lui rimpiangeva i loro discorsi sfilacciati senza direzione, le risate, le corse sulla spiaggia. Ma ogni notte scioglieva le proprie reticenze nelle pieghe famigliari del corpo di Emma, caldo e sensuale come sempre, come se niente fosse cambiato. Era lei a cercarlo, a chiedergli di abbracciarla. La sua gravidanza aveva dissipato ogni possibile dubbio. Bruno sapeva che lei non avrebbe mai accettato quel figlio se non l’avesse davvero desiderato.

 

Aggredita da una nuova ondata di dolore, Nina stringe forte la mano di Dario, per non lasciarsi sommergere. Una parte della sua mente è concentrata nello sforzo di sciogliere il legame che trattiene la piccola vita nel suo ventre, mentre liberi, in uno strato più profondo della coscienza, vagano i ricordi, frammenti del passato che con dolcezza la trascinano indietro nel tempo, fino al primo incontro con Dario. Il suo sorriso nella neve. Un’amica l’aveva invitata a trascorrere il Natale in una baita tra le montagne. Lei non avrebbe voluto lasciare Emma e Bruno, ma le loro insistenze l’avevano convinta. Due teste bionde rimpicciolite dalla distanza dietro il treno. Era la prima volta che Nina si allontanava dalla casa sulla spiaggia e da Emma. Era smarrita e felice. Il tempo sulla neve scorreva più lento, e la sua pelle non era abituata al contatto con il freddo. Quel clima per lei innaturale la rendeva euforica, carica di aspettative. In qualche modo presagiva che quella vacanza avrebbe smosso le acque calme della sua vita. Si erano incontrati in un pomeriggio più freddo degli altri, sotto un cielo senza nuvole, e non si erano più lasciati. Dario le aveva chiesto di restare e Nina aveva scritto a Emma che non sarebbe tornata. Era tutto così semplice. Ancora non capisce cosa li avesse allontanati. Sotto la pelle tesa, Bruno sente con le mani il corpo di suo figlio. Figlio suo. Figlio di Emma. Non di Nina, che senza saperlo l’aveva ospitato dentro di sé, crescendolo, frutto di quell’unica notte passata ad abbracciarlo. Per scacciare i ricordi. Emma era morta da poco tempo e nessuno dei due sapeva come riallacciare i fili spezzati della propria vita. Bruno non trovava pace. Nina aveva smesso di lottare per risvegliare in Dario quello stesso amore che in lei ancora bruciava con tanta forza. Da quando avevano lasciato la baita per trascorrere un periodo di tempo con Emma e Bruno nella casa sulla spiaggia, Dario era cambiato, come se quell’amore fatto di neve non avesse resistito al sole della costa. Non la toccava da mesi. Avvicinati dalla disperazione e da un affetto profondo, Nina e Bruno si erano ritrovati, quasi senza volerlo, in una molle spirale di carezze che si erano offerti reciprocamente per una sola notte, ciascuno rimpiangendo il proprio amore perduto. In quel periodo Nina aveva cominciato a sentirsi male, ad accusare dolori addominali sempre piùfrequenti e dopo averla visitata, Bruno le aveva consigliato un piccolo intervento, che avrebbe eseguito lui stesso. Qualche giorno prima dell’operazione, seduto accanto a Nina davanti al camino acceso, Bruno aveva accarezzato per la prima volta l’idea terribile e meravigliosa di sfidare Dio e la natura per amore di suo figlio. Congelato in un vaso di vetro. Ricordava con precisione il percorso del bisturi sul ventre immobile di Emma, pochi minuti dopo la sua morte, guidato dall’urgenza di raggiungere quella vita tanto preziosa che ancora le respirava dentro. Ora quell’essere minuscolo, ancora senza volto e senza pensieri, avrebbe potuto crescere nel corpo di Nina, così simile a quello della sua vera madre, e da lì raggiungere la luce. Sì, una parte di Emma avrebbe potuto tornare a vivere per lui. Doveva farlo all’insaputa di Nina, approfittando di quell’occasione. Non poteva permettersi un suo rifiuto. Guardando il suo viso, reso identico a quello di Emma dai bagliori incandescenti del fuoco, Bruno aveva deciso.

 

Dall’orologio cadono i minuti, goccia a goccia, formando cerchi sulla superficie della coscienza, e in ognuno il tempo si dilata fino ad abbracciare un’ntera vita. Libera dagli spasimi intermittenti del corpo, la mente di Nina si allontana per inseguire i ricordi che affiorano e svaniscono, bolle leggere sulle acque calde della memoria. Il ritardo del ciclo, e il primo debole sospetto. La sua incredulità. Non poteva aspettare un bambino. L’aveva tanto desiderato, ma voleva fosse di Dario. L’affetto profondo che la legava a Bruno non poteva bastare a farne il padre di suo figlio. Ancora un’ora e il colore del liquido nella provetta avrebbe disperso ogni possibile dubbio. Un solo momento di tenerezza. Una lunga stagione d’amore. Quel ritardo. Forse causato dall’intervento. Non poteva essere di Bruno. Con la provetta stretta nella mano, Nina si era rivista con Dario nei boschi fasciati dalle nebbie del mattino, quando affondavano nella neve tenendosi per mano, e il vento freddo confondeva i loro pensieri. Un solo istante di debolezza. Un figlio non può nascere per errore. Avrebbe aspettato il ritorno di Dario, l’avrebbe costretto a ritrovarla, a perdersi ancora con lei in un mondo che non aveva mai smesso di appartenergli. La mano di Nina si era aperta lentamente. Non ricorda il rumore del vetro infranto, solo il silenzio, solo il silenzio del liquido sulle piastrelle, ancora senza colore. Aveva scelto di non sapere. Quella stessa notte, nella grande casa fredda, Nina aveva atteso di riconoscere i suoni familiari del ritorno di Dario, lo scatto del cancello, come la ghiaia avrebbe risposto ai suoi passi, un soffio d’aria dalla porta socchiusa. Lui era entrato e l’aveva raggiunta dietro il buio striato dai riflessi rossi del fuoco. Senza parole, senza domande, si erano consegnati reciprocamente la propria amarezza in un vasto abbraccio, smarriti nell’odore del fuoco e del mare, ognuno intuendo nelle onde del corpo dell’altro le forme ancora imprecise di un amore ritrovato. Frastornata dalle ragioni del cuore, amplificate dall’inmozione improvvisata di quell’incontro, Nina aveva sepolto per sempre in un angolo remoto dell’anima quel piccolo, insignificante dubbio che non aveva piùalcun diritto né potere di incrinare la nuova armonia della sua vita.

 

Dietro le linee contratte del viso di Nina, Dario indovina il disegno di un sorriso. Per lui. Nina sussurra, tra i gemiti, cercando di liberare la voce dalla stretta del dolore e la mano dalla stanchezza accumulata nelle ore trascorse a combatterlo. Un cenno vago degli occhi e delle dita rivolto oltre la finestra dove, smarriti nella luce del mare, pochi gabbiani squarciano di bianco l’azzurro del cielo senza suoni. Una domanda sbocciata tra le sue labbra. Ricordi? La notte dei gabbiani. La chiamavano così, teneramente, per rinnovare nel grido degli uccelli la magia dei primi momenti trascorsi a ritrovarsi. Dario non può dimenticare la luce rossa disegnata sulla curva del suo fianco accanto al fuoco. Attraversando il buio verso di lei, ne aveva percepito l’amore e lo sgomento, ma nel raggiungerla si era visto brillare nei suoi occhi e aveva saputo con certezza che il tempo vuoto delle nostalgie lasciate da un’altra donna era finito. Fuori gridavano i gabbiani. Disciolti nell’onda calda dello strano ardore rinnovato in cui Nina l’avvolgeva, i pensieri di Dario spiccavano il volo staccandosi, l’uno dopo l’altro, come uccelli da un’isola, da quello spazio vigilato della sua mente che aveva contenuto l’inssenza di Emma, e a cui nessuno mai aveva avuto accesso. Abbandonandosi al richiamo delle sensazioni che Nina non si stancava di far fiorire sul suo corpo, si era lasciato trasportare un’ultima volta da ricordi che ormai appartenevano soltanto a lui. Emma sdraiata nuda sulla sabbia, con tracce di mare nei capelli. Emma che si apriva per lui come un fiore, per giocare nell’ombra. Emma che forse non lo aveva amato. Quel figlio che era morto con lei poteva essere suo, ma lui non l’avrebbe mai saputo. Immerso nella dolce intimità del corpo di Nina, Dario si era lasciato scorrere nella mente il nastro d’mmagini che da mesi gli infestava la memoria, per esorcizzare con quell’ultimo tradimento il fantasma di un’illusione. Ora la voce di Nina, assottigliata dalla sofferenza, gli riporta nel cuore la dolcezza dei giorni successivi alla notte dei gabbiani, le tenerezze che colmavano l’aria tra loro, le parole rotonde come frutti che si scambiavano per tenersi vicini. Quando Nina, abbassando gli occhi, gli aveva rivelato di aspettare un bambino, lui l’aveva abbracciata forte per scacciare i suoi timori, e la gioia che l’aveva invaso in quel momento rappresentava l’ultima conferma. Emma era morta. Ora anche per lui.

 

Le prime ombre calano nel mare, goccia a goccia, invadono la stanza assorbendone i colori. Lontano, il grido dei gabbiani. Dai sussulti che scuotono il corpo di Nina, Bruno capisce che l’attesa è finita. Tra pochi istanti suo figlio si affaccerà nella parte luminosa della realtà. Con rapidi gesti meccanici accelerati dall’ansia, si prepara ad accogliere quel figlio a cui due volte ha donato la vita, prima posandolo come un fiore nel morbido tepore del ventre di Emma, più tardi strappandolo alle forze malvagie che cercavano di trascinarlo con lei verso le ombre. Guarda il viso di Nina, frugandole con gli occhi l’ultimo dolore, e Dario chino su di lei, tenero d’affetto. Non l’avrebbero saputo. Li avrebbe invitati a restare nella casa sul mare, accontentandosi di una vita parallela a quella di suo figlio, senza complicazioni, senza rivelazioni. La meravigliosa verità della sua nascita sarebbe rimasta per sempre un privilegio riservato soltanto a lui. L’aria densa dell’odore del mare si spezza in un grido diverso, assoluto, subito annegato nel silenzio. Il preludio della vita. Il corpo di Nina s’inarca. Immobile al suo fianco, Bruno segue col pensiero l’ultima spasmodica fatica di suo figlio, incastrato tra due mondi, che preme la sua

via verso la luce. Un attimo. La piccola testa, rossa di sangue, sboccia tra valve rosa di conchiglia; ora più grande, verso di lui, fiorisce tra le gambe convulse. Bruno l’afferra e il piccolo corpo vischioso sguizza tra sangue e umori con guizzi di pesce nelle sue mani. Bruno stringe il neonato tra le braccia. Macchie di sangue sul bianco. Preme le labbra sul piccolo viso insanguinato. Come sul viso di Emma. Nina e Bruno lo guardano in un lungo istante d’immobilità. Si ferma anche il grido dei gabbiani. Il silenzio drappeggiato come un velo, restituisce le loro emozioni ingigantite, sospeso un istante nella stanza prima di frantumarsi nelle infinite vibrazioni del primo vagito, che dilata e comprime l’aria che li separa invadendo le loro menti fin nelle pieghe più profonde. Bruno si scuote all’improvviso, si costringe a staccarsi dal corpicino fremente e lo consegna a Nina, senza guardarlo, prendendo coscienza per la prima volta del significato assoluto di quel gesto che sancisce la definitiva rinuncia al riconoscimento della propria condizione di padre. Per sempre.

Nina guarda suo figlio, ne assorbe l’inssenza in un lungo abbraccio e nella sua vita, sconvolta dalla preziosa novità di quel contatto. Poi incontra lo sguardo di Dario, sopraffatto dall’inmozione di quel sentimento totale, con i sensi tesi a cogliere le forme e i movimenti del piccolo, quasi a intuirne le sensazioni. Il padre di suo figlio. La notte dei gabbiani. La notte con Bruno. Assalita dai timori, Nina fruga con gli occhi la tenera pelle ancora lorda, cercando i tratti del viso di suo figlio ancora confusi tra le ombre scure del sangue di cui è striato. Rivive per un istante il lungo abbraccio in cui Bruno aveva avvolto il bambino appena nato, gli occhi smarriti in una strana emozione, troppo intensa. Per disperdere i dubbi, solleva il bambino verso Dario, perché possa abbracciarlo, ma sono altre mani ad accoglierlo. Bruno l’afferra con gesti delicati, che tradiscono un’apprensione estranea alla sua abituale sicurezza. Lo immerge fino al mento nell’acqua tiepida di un bacile, gli passa un panno umido sulla faccia e sui capelli sciacquando via le prime macchie della vita, ansioso di scoprire l’impronta familiare dei lineamenti di Emma mischiati ai suoi, e finalmente perdersi nella realtà di quel viso che tanto spesso aveva ricomposto col pensiero, quando, davanti allo specchio, si costringeva a vedere in trasparenza il bel volto perduto sovrapposto al riflesso della propria immagine. Col cuore rotto dall’emozione, nell’azzurro acquoso delle minuscole pupille ritrova gli occhi di Emma, con quella strana inclinazione verso il basso che le dava un’aria pensosa, forse triste. Le stesse orecchie piccole, così aderenti al cranio da sembrare disegnate Le sue mani d’artista. Figlio di Emma, senza dubbio. Mai, nell’arco di una vita, Bruno ha provato una tale sensazione di onnipotenza. Il bambino è una sua creazione e, qualunque corso avessero preso le loro vite, gli sarebbe appartenuto per sempre. Sostenuto da quella nuova certezza e consapevole del proprio potere, Bruno solleva il bambino dall’acqua arrossata, lo avvolge in una coperta e lo consegna a Nina. Ora sa che può farlo.

Dietro l’azzurro, Dario si perde un istante nel bagliore del sorriso di Emma. Una traccia di nostalgia, che la mano di Nina cancella in tiepide carezze.

Smarrita nel dubbio, Nina accoglie suo figlio tra le braccia, odoroso di muschio e sapone, e nel guardarlo ogni incertezza si scioglie lentamente. La sua pelle. I suoi capelli. La piccola, meravigliosa, fossetta sul mento. Indugiando sulla soglia di ogni nuova scoperta, Nina percorre commossa la mappa sconosciuta del suo corpo, abbandonandosi alla stanchezza che le invade la mente sull’onda di quella nuova gioia. Ora può dimenticare quel frammento d’intimità condiviso con Bruno, trasformarlo nell’eco amplificata di un affetto fraterno. Stringe la mano di Dario. “Guardalo, amore, ti assomiglia. Il tuo ritratto. Se non fosse per quegli occhi. Rimarranno azzurri, come quelli di Emma?”

Bruno la guarda. Il suono delle sue parole gli giunge rallentato, come attraverso un filtro, e all’improvviso gli restituisce il senso della realtà. Si china a guardare da vicino il bambino assopito contro il seno di Nina e vede nascere sulla sua pelle come piaghe i segni incontestabili della sua somiglianza con Dario, sempre più riconoscibili. Senza speranza. Non può essere. Non aveva mai dubitato che l’impianto dell’embrione potesse fallire, ma ora le sue certezze si frantumano in cristalli di disperazione contro l’arroganza della realtà. Non è figlio suo, e soprattutto non di Emma. Ma quegli occhi. Quegli occhi. Oltre la finestra, guarda le ombre raggrumarsi sul profilo degli scogli e rivede, congelati nel buio, frammenti del passato, o forse della verità che aveva sempre scostato dalla mente. Le attenzioni che Emma rivolgeva a Dario. Le parole sospese. La sua freddezza. L’allegria di Dario e la sua crisi sentimentale. E il dolore compresso nei suoi occhi davanti al corpo immobile di Emma. Bruno sorride la propria amarezza contro il cielo nero. Aveva avuto la presunzione di far vivere ad ogni costo quel che restava di Emma, la testimonianza del loro amore. Che forse è solo la prova del suo tradimento. Guarda quel figlio concepito due volte e due volte perduto. Figlio di Emma o di sua sorella. Non può saperlo. La sola certezza che gli resta è di non esserne il padre.

Nina si alza dal letto col bambino in braccio e raggiunge Bruno accanto alla finestra. Gli sorride con la faccia di Emma. “Non ti sembra che sia identico a suo padre?” Bruno guarda lontano, oltre il mare. “Per me assomiglia a Emma.”

 

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