Delirium tremens, Lorena Lozano Ortega, Barcellona

Racconto vincitore Premio Energheia Spagna 2018

Avevo lasciato Parigi avvolto dai vapori dell’assenzio. Chiusi gli occhi per un minuto e vidi il cucchiaio sul bicchiere. La zolletta di zucchero minuscola e perfetta che, con le sue fiamme blu, si scioglieva lentamente sull’elisir. Tutte le fate di Montmartre tornavano a me, puntando le gambe al cielo.

Il treno si fermò a Sheffield prima di arrivare a Leeds, ma non salì nessuno. Ci rimettemmo in moto e il treno iniziò a procedere attraversando rumorosamente il cielo grigio. Uscii dalla mia trasognatezza quando il tremore iniziò ad accentuarsi. Tutto il sangue del mio corpo cominciò a ristagnare in un’unica vena, quella della mia fronte, che pulsava a ritmo proprio. La sentivo palpitare ferocemente, allora mi schiacciai la fronte con la mano, cercando di incanalare il torrente sanguigno. Chiusi gli occhi di nuovo, sta volta schiacciandoli con forza, e ricordai il treno che mi  aveva condotto a Parigi anni prima. Non appena arrivato, mi ero affacciato sulla soglia della bohème e il panorama che scorgevo mi aveva impressionato. Poco a poco avevo imparato a sfiorarla, con finezza, per non impaurirla. Poi, sia lei che io perdemmo il senso del decoro e allora la prendevo dalla vita, la sedevo sulle mie gambe e le sussurravo cose oscene. Lei, che era ballerina di can-can, mi aveva mostrato più di quanto speravo di vedere in quella città. Ora stavo tornando alla mia tetra casa in un treno austero, dimenticandomi per sempre il suo nome.

Giunsi a Leeds alle dodici del mezzogiorno. La città era cresciuta e dalla mia partenza si era convertita in un’amalgama di edifici ombrosi. C’erano molti luoghi che a mala pena riconoscevo, pensai che li avessero messi lì per deconcentrarmi. Una carrozza mi aspettava all’angolo della stazione per condurmi fino a casa di mio padre, a Roundhay. Ci vollero un’ora e quarantacinque minuti per arrivare, visto che dovetti fermarmi a vomitare per strada varie volte. Faticai a riconoscere l’edificio dai mattoni scuri che si ergeva davanti a me. Scesi dalla carrozza e attraversai il giardino scivolando sull’erba umida. Ero cosciente di quanto fossi trasandato. Temevo che nessuno mi avrebbe riconosciuto, così ci misi un bel po’ di tempo a bussare alla porta. Afferrai con la mano tremula il freddo batacchio di ferro e lo feci suonare contro il legno. Una domestica seria e vecchia che non riconobbi mi aprì la porta con riluttanza e mi fece attendere nell’ingresso. Dieci minuti dopo mio padre mi ricevette nel suo ufficio. Lo studio di mio padre era scuro, dalle forme strane. Non c’era parete dove non ci fosse un’enorme libreria e non c’era libreria in cui mancasse un solo libro. Il soffitto era alto e inquietante. A metà della stanza c’era un tavolo da scrivania di legno massiccio perfettamente incerato. C’era una sola finestra ma le tende erano chiuse e la stanza era a malapena illuminata dalla luce leggera diffusa da alcune candele.

Il quieto tintinnio della luce delle candele mi trasportò a Jeanne. La vedevo davanti a me, con le guance arrossite artificialmente. Stava avvicinando una candela al suo bel viso e, facendo una u con le labbra, emetteva dalla bocca una brezza eterea e calda, perfetta e rosea. Fece lo stesso con tutte le candele, finché non mi lasciò completamente al buio. Mio padre mi fece accomodare su una delle poltrone di fronte alla scrivania. Lui rimaneva seduto al lato opposto, su una poltrona enorme, perfino per lui. Era un uomo robusto, dalle spalle larghe e baffi all’inglese. Immerso nelle tenebre della stanza, trovai a stento la poltrona e cercai di accomodarmi.

 

  • Figlio mio – disse, avvicinando una delle candele per vedermi meglio.
  • Sì, padre?
  • Hai le convulsioni?
  • Il viaggio fin qui è stato tortuoso, padre. In alto mare la nave non smetteva di sobbalzare. Il tragitto in treno è stato troppo lungo. Sono giunto qui in carrozza, lo avete ordinato voi stesso, padre. E voi sapete già che in questo periodo dell’anno tutte le strade dello Yorkshire versano in pessime condizioni. Il fango non faceva che bloccare le ruote della carrozza.

 

Il silenzio si dilatò per alcuni secondi e riuscii a vedere come mio padre alzava gli occhi al cielo. Poi, si risistemò sulla sedia e tornò a rivolgersi a me:

 

  • Hai scritto tutto ciò che volevi scrivere a Parigi?
  • No, padre, non ho scritto niente.
  • Hai dipinto?
  • Sì, padre, ho dipinto. Venti quadri e almeno novecento disegni. Acquerelli, soprattutto.

 

Mio padre annuì, strizzando e ritorcendo nervosamente la punta dei baffi.

 

  • Padre… – mormorai debolmente – Sono venuto per prendere le distanze dalla città. Vi devo confessare che lì ho preso alcuni vizi. Ho peccato, padre. Ma desidero tornare, desidero restare. L’aria di campagna mi gioverà. Ho bisogno del vostro aiuto, padre. Se lasciate che io torni vi prometto che dipingerò paesaggi. Posso andare al parco per trovare ispirazione. Come fanno gli altri: a pennellate spesse e tonde…

 

Mi stavo disperando, mi ritorcendo sulla sedia, madido. Cominciai a toccarmi nervosamente i capelli, lisciandoli e arrotolandoli tra le dita.

 

  • Per l’amor di Dio, Henry, sei malato.
  • No, padre. Ho solo bisogno di un po’ di riposo. É così. Riposo, null’altro.
  • Tutti i tuoi effetti personali sono già nelle tue stanze – disse severamente -, resterai lì finché non avrai abbandonato i tuoi vizi. Non uscirai di lì. A meno che non sia io ad ordinarlo.
  • Sì, padre. Grazie, padre.

 

Concentrai tutte le mie forze per alzarmi dalla sedia e uscii dallo studio vacillando. Salii le scale a carponi e gli scaloni cigolarono tutti: uno ad uno. La seconda porta a destra era quella della mia camera da letto. Entrai senza nemmeno guardare e piombai sull’enorme letto a baldacchino. Mi accorsi che la febbre mi stava azzannando dai piedi alle orecchie. Cominciai a svestirmi e mi celai sotto le coperte e le lenzuola che erano state perfettamente stirate. Erano morbide e avevano un buon odore. Avevo quasi dimenticato com’era dormire fra lenzuola pulite. Tornai ad avere delle convulsioni, talmente scomposte da far quasi venir giù il baldacchino. Anche le pareti tremarono, e così il pavimento. Notai uno dei quadri bucolici appeso alla parete. Il pastorello del quadro divenne di colpo pallido e cominciò a tremare. La pecora che aveva tra le braccia, con il muso scomposto, rabbrividiva, spaventosissima. La piuma che riposa sulla scrivania traballava da un lato all’altro. Strinsi il volto e mi sforzai di dormire.

Al termine di un secolo mi svegliai dalla siesta. Jeanne era ai piedi del letto e mi guardava con amore.

  • Jeanne, mia cara! – gridai.

 

Guardava verso un luogo lontano: un punto tra la parete e l’infinito. La osservai a lungo. Jeanne. La mia Jeanne. Indossava il vestito bianco, fluido, con le maniche bombate. I capelli dorati erano raccolti in uno chignon pomposo. I guanti, di raso bianco, si arrampicavano su per le braccia fino a toccare la stoffa dell’abito. Della sua pelle riuscivo appena a vedere il bel collo, pallido e ritto, il dolce viso e le orecchie. Aveva le gambe  avvolte in calze delicate, scure come la notte o come lo studio di mio padre. All’improvviso, si alzò e si mise a correre. Mi alzai dal letto in un balzo e, nudo com’ero, uscii dietro di lei, ignorando il divieto di mio padre.  Scappai lungo il corridoio, dove avevo visto sventolarne il vestito. Scesi le scale e uscii dritto verso la strada. Mi avventurai per la via principale. Corsi un miglio, scalzo, fino ad arrivare al parco, dove la persi di vista. Se si fosse nascosta lì sarebbe stato impossibile trovarla. Settecento acri di selva tropicale erano inesplorabili per un uomo malato come me. La lasciai andare. “Jeanne tornerà” mi dissi, e tornai sui miei passi. Avevo lasciato che se ne andasse cento volte ed era sempre tornata. Discutevamo e lei se ne andava di casa. Il massimo fu per sette giorni e al ritorno mi trovava buttato su qualche marciapiede, circondato dalla sporcizia, con una sbornia infernale. Jeanne mi trovava sempre, che fossi a Parigi o a Londra.

  • Mia cara – le dissi quando, nel ritornare a casa la trovai profondamente addormentata nel mio letto -, magari potessi trovarmi come mi trovi tu. Come vorrei guardarmi allo specchio e vedermi con i tuoi occhi. Come desidererei trovarmi ogni volta che mi cerco, come fai tu. Mi piacerebbe poter rimanere con me, lottare per me, scegliermi, come fai tu. Ma è tardi. Sono avvelenato. Jeanne, sto morendo.

 

Mi stesi al suo fianco, singhiozzando. Sommersi il viso nei suoi capelli, che ora erano sciolti, e mi inebriai del suo odore. La strinsi dai fianchi e intrecciai le gambe tra le sue. Poi chiusi gli occhi e mi addormentai. Feci il sogno più meraviglioso della mia vita. Eravamo nel mio studio, in una via sporca di Montmartre, io ero dietro a una cavalletto che sosteneva una tela enorme, con una tavolozza in mano e un pennello nell’altra. Dipingevo il quadro più bello del mondo. Dall’altro lato del cavalletto, Jeanne posava su un sofà coperto da una stoffa rossa. Era nuda e mi sorrideva.

Mi svegliai nella mia stanza e lei non era più a mio fianco. Stordito e sudato, vomitai nel catino che c’era sotto al letto. Le lenzuola erano fradice. Ad un tratto mi accorsi che il pastorello del quadro era terrorizzato. Tutte le pecore che lo attorniavano, compresa quella che teneva tra le braccia, giacevano morte, con gli occhi aperti e la lingua fuori. Cominciai a tremare di nuovo, questa volta dal panico. Mi girava la testa e non riuscivo a capire niente di ciò che stava accadendo.

 

  • Jeanne! – gridai – Jeanne, aiutami! Non mi lasciare da solo. Dove sei? Perché te ne vai sempre? Non rimani mai! Mi lasci qui, a morire. Non è l’alcol a uccidermi, Jeanne, è l’ira. È la mia stessa bile, che mi corrode le viscere. Non vedi?

 

Piansi e gridai e piansi ancora, ma nessuno venne in mio aiuto. La stanza non aveva né porte né finestre. Chiamai Jeanne fino a rimanere senza voce. Esausto e senza risposta alcuna, crollai sul letto. Avevo perso il controllo del mio corpo. Mi agitavo senza volerlo, sobbalzavo spasmodicamente e mani e braccia si ritorcevano grottescamente. Il petto voleva volare mentre la mia bocca cominciò a emanare zampilli di un vomito verde e colloso seguito da una strana schiuma bianca. Quando il mio fu troppo esausto per sopportare tale frenesia, si fermò.

Nell’aprire gli occhi vidi che la stanza era piena di piccole luci che incantavano la sala come piccole lucciole. Jeanne era in piedi di fronte al mio letto. Non indossava più il vestito bianco ma uno nero che le copriva le braccia e il collo. Attorno al suo corpo si attorcigliava un serpente minaccioso ricamato di colori appariscenti. Una lucciola si avvicinò al suo bel viso e, facendo una u con le labbra, emise dalla bocca una brezza eterea e calda, perfetta e rosea. Fece lo stesso con tutte le altre lucciole, finché non mi lasciò completamente al buio.