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I racconti del Premio letterario Energheia

Croissant al cioccolato_Fabrizio Leggio, Ragusa

_Racconto finalista nona edizione Premio Energheia 2003.

I

 

Avrebbe preso quella sullo scaffale di sinistra.

Fece scorrere lo sguardo attorno a sé: una mosca ronzava, stordita dal forte aroma del caffè, e la luce azzurrognola del neon si rifletteva sul vetro dell’enorme frigorifero dal quale facevano capolino pacchi di surgelati e di bastoncini di pesce.

A parte il sordo mormorìo del frigo e la sigla del telegiornale, proveniente dagli anfratti del negozio, sentiva solo il sangue pulsargli nelle orecchie. Prelevò accuratamente la tavoletta e la ficcò nella giacca. Chiuse la lampo e si avviò verso l’uscita.

“Allora arrivederci signora Loren”.

“Oh caro, non prendi niente neanche oggi? Dammi giusto il tempo di arrivare. Magari non hai cercato bene ciò che ti serviva e…”

Una voce rauca e ansiosa si sentì arrivare dal retrobottega. “No, no, signora, rimanga sulla poltrona, lo sa che non deve affaticarsi, e poi quella sedia a rotelle è un disastro, dovrò provare ad accomodargliela come posso”.

“Oh, sei davvero un caro ragazzo… Bene, và, ma copriti bene che fuori si gela e salutami tua madre”.

“D’accordo signora”. Passò dalla cassa, aprì cautamente il cassetto e trovò una bella banconota da cinquanta dollari che mise immediatamente in tasca. Finalmente, eccolo di fronte alla porta che dava sulla strada: abbassò la maniglia, la aprì e uscì all’aperto.

S’incamminò per il marciapiede. Il crepuscolo stava lasciando spazio alla sera, e un vento penetrante gli sferzava il viso. Già i soliti barboni si organizzavano per accendere i loro falò nei bidoni arrugginiti, e le solite facce poco rassicuranti si defilavano all’ombra dei muri, come pantere fuori dalla tana per la caccia notturna. Non era la prima volta che faceva il furbo in quello, squallido negozio, ma in fondo non credeva che una tavoletta di cioccolata e qualche spicciolo arrecassero molto danno a quella vecchia. E poi ne aveva più bisogno lui di lei. Non vedeva l’ora di tornare a casa, da sua madre.

Era molto bello mangiare la cioccolata con la mamma.

Ormai si era trasformato in un rito: tutti e due, sedevano l’uno di fronte all’altra, e consumavano il dolce in silenzio, guardandosi negli occhi, senza mai distogliere lo sguardo, ascoltando il battito della pioggia sulla finestra o i clacson sulla strada. L’attimo in cui lui e lei si sentivano, veramente, una famiglia unita, e si rendevano conto di essere l’uno la vita dell’altra, l’unico motivo che li tratteneva dal gettare tutto al vento, l’unico modo per tirare avanti e non lasciarsi andare.

Papà la conobbe in Italia e se la portò a casa, ma l’abbandonò appena seppe che aspettava un figlio, così il bambino non l’aveva mai conosciuto.

L’aveva sbattuta sulla strada, lei, sola, nell’immensa New York, in un paese straniero, lei, che non capiva una parola d’inglese, lei, senza uno straccio di documento, senza un soldo, lei, incinta in balìa della grande città; riuscì a procurarsi un misero monolocale nei bassifondi della metropoli, e a trovare di che vivere in tutti i modi possibili. Erano già trascorsi undici anni. Finalmente giunse in vista del condominio. Una visione vagamente inquietante: la fioca luce giallognola della strada gli dava un’aria sinistra, e l’incolto giardino era il riparo preferito di molti vagabondi che si accampavano fra i cespugli per passare la notte. Aprì il cancelletto e avanzò lungo il selciato. Qualcuno aveva dato fuoco alla cassetta delle lettere, della quale non rimaneva che un ammasso di plastica informe. “Poco male”, pensò.

“Non ci trovo che sigarette e siringhe, mai una lettera o una cartolina”. Aprì il portoncino e iniziò a salire le scale.

Venne accolto da un tepore avvolgente. Anche oggi nessuno aveva pulito, e il sudiciume si era tenacemente incrostato sulla moquette. Attraversò il corridoio, passando davanti alle porte dei vari appartamenti. Ecco il suo. Infilò la chiave nella toppa, girò ed aprì. Una raffica di vento gli fece accapponare la pelle dal freddo. Le lampade erano tutte spente. “Mamma, guarda cosa ho portato!”. Nessuno rispose. Strano, forse la mamma era uscita, ma perché quel freddo, si chiese. Poi si accorse che la finestra della cucina era spalancata. La chiuse e accese la luce. La casa era identica a come l’aveva lasciata mezz’ora prima, e accanto ai fornelli c’erano già gli ingredienti per la cena.

Naturalmente in un condominio come quello il silenzio non era mai assoluto, c’era sempre uno stereo troppo alto, o il vicino polacco che sbraitava ordini alle figlie, o perfino le urla di un ubriacone. “Mamma! Mamma, dove sei?”. Chiese per l’ultima volta. Si allontanò dalla finestra e si diresse incerto verso la sua stanza. Accese la luce: tutto tranquillo. Lasciò la camera e si fermò sulla soglia del bagno. Anche lì, niente di insolito. Stava per chiudersi anche quella porta alle spalle, quando sentì uno scricchiolio, dei passi felpati che si facevano sempre più veloci, dei passi molto, molto vicini.

Impallidì. Gocce di sudore freddo gli imperlavano la fronte e si sentiva svuotato di tutte le sue forze, incapace di fare un movimento, inchiodato lì dov’era. Poi, improvviso, un colpo violentissimo, un urlo disumano e il grido terrorizzato, di una ragazzina. Il bambino sbuffò, sollevato. Era solo il polacco che sfogava le sue frustrazioni sulla sua famiglia.

Al bambino non rimaneva che l’ultima stanza nella quale controllare: quella di sua madre. Vi entrò. Anche qui tutto sembrava andare per il verso giusto. La sua attenzione fu attirata da un vecchio carillon al quale la mamma era molto affezionata; da piccolo si divertiva a rubarlo, e a farsi rincorrere per tutta la casa.

Alla fine si nascondeva sempre dietro l’armadio. Sorrise sognante e volse lo sguardo proprio lì. Il sorriso gli si gelò in volto. Il suo cuore si fermò, un dolore lancinante gli attanagliò lo stomaco e la ragione svanì. La mamma, bianca, con gli occhi neri sbarrati, i lunghi cappelli mori, scompigliati e riversati sulla faccia, in una pozza di sangue scuro. Il polacco continuava a rumoreggiare selvaggiamente nell’appartamento accanto. Il bambino non poteva sostenere quello sguardo inanimato e cadde anche lui in terra, svenuto.

 

II

“Ragazzino undicenne trova la madre brutalmente assassinata”.

“Ma guarda che cialtroni, la notte dell’omicidio assaltano la scena del delitto, e il giorno dopo non rimane che un articolo di fondo scritto dal primo cronista della domenica”.

Era mezzogiorno fatto, il sole brillava debolmente su Central Park, dove gente di tutti i tipi s’aggirava fra le foglie secche e svolazzanti; i piccioni tubavano e si precipitavano verso le molliche lanciate dal pensionato di turno e sui manifesti ammiccavano i volti dei candidati alle elezioni. L’uomo portava un’impermeabile verde scuro, sembrava fosse fatto solo di tasche e taschini, un cappello sgualcito in tinta con l’impermeabile e un paio di spessi occhiali tutti sporchi. Dalle maniche dell’impermeabile uscivano i polsini della camicia, giallina, striata di un grigio che aveva tutta l’aria d’essere polvere. Il nodo della cravatta arancione, pareva che non venisse aggiustato da settimane, un cappio al collo sarebbe stato più affascinante. Si era appena seduto su una panchina, vicino al chiosco, sorseggiava cappuccino e masticava un croissant alla Nutella, in modo da offrire lo spettacolo dei suoi denti che maciullavano e riducevano in poltiglia il tutto.

Era pallido, gli occhi di un azzurrino acquoso, gonfi e attorniati da livide occhiaie, sembravano aver trascorso una lunga nottata insonne. Inciampavano, stanchi, sulle righe che qualche imbrattacarte aveva buttato giù a proposito della vicenda a cui lui aveva lavorato per tutta la notte.

Niente da fare, era proprio uno di quei casi che la polizia finiva per archiviare: una morta ammazzata, in un appartamento del quartiere più disgraziato della città; in tutta quella zona non c’era nessuno che non potesse essere sospettato d’omicidio. E poi non riusciva a spiegarsi la scarsa attenzione da parte della stampa: nonostante quegli sciacalli di giornalisti avessero dimostrato molto interesse la notte prima, quella mattina lo spazio riservato alla notizia era veramente misero.

Comunque, tutto il suo lavoro era bloccato dagli uomini della scientifica che stavano perlustrando l’appartamento e il condominio. Il massimo che aveva potuto fare era stato mettere tutti i condomini sotto stretta sorveglianza. “E’ proprio ora che viene il bello per te, caro ispettore!”, si disse. Il vento s’insinuò freddo fra le fronde degli alberi, facendo turbinare i sorrisi a sessantaquattro denti delle facce dei politici stampate sui volantini, e il naso dell’ispettore ebbe un fremito. Uno stormo di piccioni starnazzò via, spaventato e infastidito.

L’ispettore imprecò e versò il resto del cappuccino fumante nell’aiuola: “Dannazione, ora che ci ho starnutito dentro è più imbevibile di prima!”. Ne aveva abbastanza, scattò in piedi, il giornale sotto braccio e si diresse verso la macchina. La raggiunse, vi si infilò e, dopo qualche capriccio, la mise in moto. Fatti i primi cento metri, si fermò di nuovo, impantanato nel traffico dell’ora di punta. Non dormiva da più di ventiquattr’ore… ingaggiò una dura battaglia per non perdere i sensi al semaforo e per riuscire ad arrivare incolume alla meta.

Puntò la sveglia alle ventuno di quella sera e si accasciò malamente sul vecchissimo e polveroso divano del suo studio.

 

III

Il vapore usciva, sinuoso, dal frigorifero aperto. L’ispettore aveva un colorito più giallo del solito, sembrava che una gomma avesse cancellato ogni traccia d’espressione dal suo viso, mentre l’altro uomo tastava con disinvolta sicurezza gli squarci profondi sul ventre congelato del cadavere.

“Dai John, ne hai vista di questa roba, dovresti esserci abituato, o no?”

La voce piatta di Parker echeggiò nella sala.

“Tu sei abituato?”

Osservava l’incarnato latteo della ragazza, i suoi morbidi capelli corvini, i deliziosi lineamenti del suo volto, il nasino, la bocca piccola dalle labbra carnose, era così bella, era così commovente, era morta.

“E’ il mio mestiere”.

Esplorò con le dita i bordi interni e sanguinolenti delle ferite.

“Non il mio”. Borbottò burbero.

L’altro accennò un mezzo sorriso, contraendo debolmente le labbra sottili, di un vago colorito roseo, e prese a blaterare e a lagnarsi del tempo.

“Okey, okey, fa un freddo cane!”

Esplose l’ispettore, fuori di sé.

“Ma oggi che hai concluso rovistando sul corpo della donna?”

Parker fissava le ferite, strizzò le palpebre e si morse il labbro.

“La prova scientifica che ad ucciderla è stata un’arma da taglio della lunghezza di circa trenta centimetri, che è affondata in queste membra almeno cinque volte.”

Rispose, la voce strascicata, gelida, gli occhi grigi e spenti, cerchiati da spessi occhiali. Sembrava uno scolaretto annoiato che ripetesse a memoria la lezione del giorno. “Scusami, è che in certe situazioni vorrei che venissi subito al dunque. Non mi piacciono certi spettacoli”.

“Allora scusami tu. Qui all’obitorio queste cose le vediamo ogni giorno”.

Fece sempre con la sua cadenza melliflua.

“Ad ogni modo, non credo abbia sofferto troppo, deve essere successo tutto molto in fretta”.

L’ispettore tentava di mettere quanto più spazio possibile fra lui e il lettino, e non vedeva l’ora che Parker richiudesse il cadavere nel freezer. Lui invece continuava. Sembrava che i suoi occhi si illuminassero solo mentre applicava i suoi arnesi di lucente metallo sulle carni della ragazza. Adesso stava praticando dei fori e dei tagli qua e là… L’ispettore voltò lo sguardo, impressionato.

“Devo andare, Parker”.

“Stammi bene. Vedi di farti vivo, ho ancora un paio di amichetti miei da presentarti, sai, per i casi a cui stavi lavorando la settimana scorsa…”

 

IV

Eccola sbandare, fuori dalla minuscola traversa, irrompere, a tutta velocità, sulla larga strada principale, alzando, dietro di sé, un nuvolone di foglie secche, sotto la luce cruda dei lampioni.

Il fiato dell’ispettore si concentrava in morbide nuvole e appannava i vetri dell’auto.

Alla radio, uno speaker annoiato non si sforzava di nascondere la sua stanchezza, sbadigliando fra un pezzo e l’altro.

La notte era limpida, le stelle chiare in cielo, e dai vicoli si sentivano ogni tanto parlottare sinistre voci. Improvvisamente, l’ispettore ebbe l’impressione che lo speaker avesse ceduto al sonno. La voce inespressiva di una donna diede l’ora esatta: le quattro e un quarto della mattina. L’ispettore era in ritardo. La colpa era di quel maniaco dell’obitorio, pensò.

Finalmente parcheggiò, spense il motore e tirò il freno a mano. Scese dall’auto e si avviò verso il condominio. Varcò il cancello e salutò con un cenno i due poliziotti appostati all’entrata. Salì per le scale. Tutti i piani e i corridoi erano ben sorvegliati dagli agenti. Trovò l’appartamento. La chiave gli era stata fornita dalla polizia. Stava per infilarla nella toppa, ma scattò d’un passo indietro.

Sì, aveva sentito rumori provenire da dentro. Non era possibile, a quell’ora. Nella penombra spettrale del corridoio notò che da sotto la porta filtrava della luce. L’unico a lavorare al caso era lui, la scientifica aveva finito da ore, i poliziotti erano solo incaricati di sorvegliare il palazzo, ma allora chi c’era lì dentro?

Prese la pistola. La caricò. Se avesse usato la chiave, avrebbe perso il vantaggio della sorpresa. Mirò alla serratura… Lo sparo scosse i vetri alle finestre e la porta cedette. Le mollò un calcio e questa si spalancò. Si precipitò all’interno, gli occhi freddi e calcolatori, la bocca contratta in un’espressione dura, i piedi sicuri e veloci. Le luci erano tutte accese, i cartellini quadrati, bianchi, numerati erano sparsi per tutta la stanza. Il suo sguardo incrociò quello atterrito di una donna. L’ispettore ripose l’arma con calma, sospirò, sforzandosi di dominare il sangue che gli ribolliva nelle vene. “Posso sapere cosa ci fa lei qui?”. La voce imperiosa e gli occhi fiammeggianti tradivano il suo stato d’animo. “Chi è lei?”. La donna, in preda al terrore, non sembrava rassicurata dalla figura di quello strano uomo, così sciatto, a quell’ora di notte. “No, chi diavolo è lei!?”. Era molto alta, molto magra. I capelli ricci e grigio cenere acconciati, a mo’ di nido di rapace. Si sarebbe aspettato che da tutto quel groviglio volasse via un aquilotto. Era anziana, sulla sessantina. Portava un’ampia camicia viola a righe gialle, una larga gonna azzurra, tutta pieghe e ai piedi delle scarpe da ginnastica. “La prego, non ci faccia niente, abbia pietà, una povera vecchia…”

“Voglio sapere subito chi è lei!”

Tuonò l’ispettore, su tutte le furie. Da dietro le pieghe della gonna saltò fuori un visino dalle guance accese. L’ispettore aggrottò la fronte. Cominciava a perdere il controllo della situazione. Si slanciò in avanti a grandi passi, e sembrò portare di nuovo la mano alla pistola. Il ragazzino corse via dall’altra parte della casa, la donna non si mosse, paralizzata.

L’ispettore si arrestò ad un passo dalla sconosciuta, tirò fuori il distintivo e lo piazzò a due centimetri dal suo naso.

“Se adesso non vuota il sacco la sbatto dentro”.

Disse con voce soave. Un’ombra di rosa si allargò fra le rughe della donna, rilassò tutti i muscoli del corpo, i suoi nervi, in punto di rottura, tornarono tutti al loro posto. Si schiarì la voce:

“Molto piacere, il mio nome è Dorothy Trent, sono l’assistente sociale che si occupa del ragazzino, sa, il figlio della donna che abitava qui”.

“E quindi?”

“E quindi cosa, scusi?”

“E quindi non mi ha ancora detto la cosa essenziale, che cosa state facendo”. Scandì lentamente.

“Oh già, mi scusi tanto”.

La donna estrasse dalla tasca della camicia una gomma e se la ficcò in bocca.

“Vuole favorire?”

L’ispettore la liquidò con un gesto esauriente della mano. La donna abbassò di molto la voce:

“Sa, il ragazzino è sconvolto, ha messo sottosopra tutto l’istituto, ha pianto per ore e ore, urlando sempre le stesse parole, voleva tornare a casa a vedere una cosa”.

“E voi lo avete accontentato?”

L’ispettore non credeva alle sue orecchie.

“Lei non lo ha visto prima! Un comportamento assurdo. Non eravamo mai arrivati a tanto, ma stavolta era davvero il caso.”

La donna gesticolava, braccialetti d’oro tintinnavano sui suoi polsi.

“I poliziotti vi hanno fatto passare, eh? Comunque, ora, dovrete andarvene”.

L’ispettore abbandonò la donna e si diresse deciso verso la camera dell’assassinata. Il bambino era seduto a terra, sulla moquette macchiata dal sangue di sua madre. Guardava assorto, nella semioscurità, un quadro. L’ispettore si avvicinò, ma aveva perso determinazione, era intimorito dall’atmosfera, dalle ombre della notte che dalla finestra entravano nella stanza, turbinando nel vento.

“Cos’è?”

Chiese.

“Lo ha fatto la mamma”.

Era un caos di tecniche: pennellate rabbiose, quasi casuali, linee squadrate, colori contrastanti, macchie deformi si amalgamavano in quella che sembrava una galleria, un tunnel che vorticava nel vuoto.

“Mamma non vuole che la guardo mentre disegna un quadro, mi butta sempre fuori di casa”.

“Ti ha detto perché?”

“No”.

“E’ bello”.

“E’ bello”.

Rispose il bambino.

“Era questo che avevi voglia di vedere?”

“E’ colpa dei quadri se hanno ucciso la mamma”.

Scoppiò in lacrime e si gettò sul pavimento.Quel bambino era uno spettacolo insopportabile; lo sollevò dalla moquette, se lo mise in braccio e gli sussurrò all’orecchio qualcosa che lo calmò. Uscì dall’appartamento col bambino addormentato sulla spalla.

Scese giù al piano terra e lo consegnò alla vecchia che stava ridendo alla barzelletta di un poliziotto. Tornò a casa. Fra le lenzuola, sotto il peso delle coperte, non riusciva a prendere sonno. Era stanco, il suo cervello vibrava dal desiderio di riposare, ma un’eco lo teneva sveglio: “E’ colpa dei quadri…”.

 

V

Le note della suoneria trapassavano l’aria della camera, s’infilavano sotto le coperte, e laceravano i timpani dell’ispettore.

Afferrò il cellulare: “Sì, chi parla?”

A parlare fu una voce soffocata, tenue, femminile, un accento strano: “L’assassino è nel condominio… E’ mio padre”.

Cadde la linea. I fumi del sonno si dissiparono molto lentamente, passarono un paio d’istanti prima che l’ispettore, stretto nel suo pigiama, si rendesse conto. Si precipitò fuori di casa, subito nell’auto, ora di fronte al condominio. Ecco, aveva capito, la voce al telefono aveva un accento simile a quello del maggiordomo di suo padre, un accento polacco.

 

VI

La stanza, così angusta, era abbastanza grande, da contenere la massiccia scrivania d’ebano, due sedie, una da un lato e una dall’altro e due poliziotti, sulla soglia. Un cono di luce, proveniente dalla scrivania, faceva brillare le gocce di sudore che copiose scendevano lungo i lineamenti del polacco, ammanettato.

“Lei saprà che in questi casi, anche se ha confessato, il suo unico destino è la sedia elettrica”.

Il polacco ebbe un sussulto ed emise un gemito.

L’ispettore aggrottò le sopracciglia.

“Naturalmente la situazione potrebbe anche essere diversa se lei, che affermava con tanta convinzione di non avere un movente, mi facesse luce su un altro punto: quanto ci ha guadagnato?”

Il polacco sgranò gli occhi: “Ho guadagnato vita e famiglia”. Balbettò.

“Chi l’ha mandata?”

Lo incalzò l’ispettore. Il polacco contorse le dita, i polsi stretti nelle manette. Fissò lo sguardo su un punto non meglio identificato dello spazio e iniziò a scuotere la testa, fra le lacrime. Un paio di minuti dopo l’ispettore, perplesso, si chiedeva già come comportarsi, ma il polacco attaccò lentamente a parlare:

“La vecchia Loren, la paralitica, ha una bottega vicino casa mia. Tutto il quartiere la conosce. Ha agganci con il più grande mercato di coca, fornisce tutta la zona. Conosce la mafia, forse è per questo che i giornalisti hanno avuto paura. Lei mi ha detto di ucciderla perché aveva smesso di pagarla, mi ha minacciato, avrebbe fatto uccidere me e le mie figlie…”.

L’ispettore parve perdere improvvisamente lo spirito che lo animava, le sue spalle si gettarono indietro, pesanti sullo schienale della sedia. Sembrava al centro del più caldo rogo dell’inferno, anche il suo sguardo si era fatto fisso, il suo corpo immobile.

 

VII

 

Comprò dei dolci e suonò al campanello dell’orfanotrofio.

Lo accontentarono subito. Il bambino se ne stava in disparte, col mento appoggiato sul davanzale della finestra a guardare la grandine picchiare il metallo delle automobili. L’ispettore si allontanò dalla porta, avventurandosi fra ragazzini che giocavano alle costruzioni o con le bambole, e lo raggiunse.

“Ciao. Questi, sono per te”.

Spacchettò la confezione di cartone.

“Non mi hai detto come ti chiami”.

Disse serio, serio, rivolgendogli la sua attenzione.

“Io sono John”.

“E di cognome?”

“John Lee. E tu?”

“Mi chiamo Davide”

“Italiano?”

“Sì.”.

Riprese a fissare fuori, la bocca piena di bignè alla crema.

“Perché sei venuto?”

Inghiottì il secondo dolce.

“Ti voglio parlare”.

“Perché sei venuto?”

“Voglio sapere… Allora… Non so… Voglio sapere se tua madre era una brava pittrice.”

“Hai visto un suo quadro, no?”

“Le piaceva dipingere?”

“Tanto. Te l’ho detto, non gliel’ho mai visto fare, mi buttava fuori, già, si faceva le punture e mi buttava fuori. Poi i quadri li vendeva. Pagavano bene”.

“Punture? Era malata?”.

L’ispettore tentò di mantenere un tono neutro.

“No, stava bene, diceva che si concentrava meglio. Si lamentava sempre dei soldi che mancavano”.

Sospirò. In quell’appartamento era sembrato così piccolo, perso, mostrava meno della sua età. Adesso davanti a lui vedeva una persona forte, dura, adulta.

“Immagino quello che pensi, è tutto vero”.

Disse il bambino. Lo aveva colto di sorpresa.

 

VIII

Mezzo mese dopo il polacco fu condannato e giustiziato.

Davide cominciò a soffrire di profondi e gravi disturbi mentali e venne trasferito in un altro istituto dove, qualcuno disse, avrebbero avuto cura di lui. Le gocce cadevano dentro il lavandino, scandivano i secondi. John si immerse nella vasca da bagno, ascoltando distratto la sottile voce di una ragazza che cantava dalla radio, sul bordo della vasca. Erano le dieci e mezzo nel lussuoso albergo di Los Angeles. La sua pace durò poco. La tv si accese, la sigla del tg si diffuse chiassosa per tutta la suite. “Mamma ha paura”. Pensò, accennando un mezzo sorriso.

Si stufò, l’acqua si era già fatta fredda, si alzò, indossò l’accappatoio e aprì la porta. Camminò su morbide pantofole, calpestando innumerevoli tappeti persiani. La sedia a rotelle era là, accanto al letto. La vecchia mamma giaceva al caldo delle coperte, su colorati cuscini di seta.

“Non preoccuparti, mamma, non ti troverebbero mai, ci sono ancora io sulle tue tracce”.

La vecchia Loren grugnì un verso indistinto. Il campanello della porta squillò. John andò ad aprire, ed accolse l’elegante fattorino, che su un lustro vassoio gli consegnò la colazione e una busta gialla. John lo ringraziò, lo congedò, e si avviò di nuovo da sua madre. Loren dormiva. Allora il figlio spense la tv, chiuse le tende alla finestra, e le rimboccò le coperte. Seduto in sala da pranzo, John beveva cappuccino e masticava un croissant alla Nutella. Sparse lo zucchero a velo sulla busta gialla, che attirò la sua attenzione.

“Davide, sfuggito al controllo dei responsabili, era scappato dall’Istituto. Tre giorni dopo un tir lo aveva investito, mentre vagava per le strade della città”.