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L'angolo dello scrittore

Crescite et multiplicamini? – crescita: vantaggi e rischi

Nuova Civiltà delle Macchine – 8/1/2010 – di Roberto Vacca  

L’economia (la scienza squallida (dismal science , secondo T. Carlyle) in origine vedeva la creazione di ricchezza solo come mezzo per combattere la povertà endemica. Da tempi remoti, si mirava a crescere comunque per: creare riserve contro le carestie e soddisfare l’avidità illimitata di alcuni. Da quando si misura il prodotto interno lordo, il suo aumento è un indicatore di prosperità: se ne considerano disastri le diminuzioni anche minime. Taluno propone ora di mirare alla decrescita per rendere la società più equa, partecipativa e sostenibile. Questo aggettivo definirebbe uno sviluppo, che continui senza produrre crisi, né condurre a distruzione di ricchezza, degrado ambientale, esaurimento di risorse naturali. Si usa anche il termine carrying capacity per indicare il numero massimo di abitanti che possano vivere decentemente in una regione del globo. Non si può definire tale grandezza in modo sperimentale, né calcolarla. Dunque si possono solo arguire i numeri massimi ammissibili di umani, automobili, centrali elettriche, prodotti industriali, etc.).

Ho calcolato usando le equazioni di Volterra (vedi sezione seguente su “Previsioni qualitative e quantitative”), che la popolazione mondiale arriverà a 10,8 miliardi intorno al 2130. La conclusione è credibile perchè l’errore standard che misura lo scostamento dell’equazione dai 56 valori osservati è solo di 0,00115. Tale valore, però, sembra ora eccessivo poichè negli ultimi decenni la fertilità umana si è ridotta rapidamente in gran parte dell’Asia. Non ha senso discutere se il pianeta potrà ospitarci in 15 o 20 miliardi. Il fisico Cesare Marchetti nel 1978 calcolò paradossalmente che la terra potrebbe ospitare mille miliardi di esseri umani. Si basò solo su disponibilità di alimenti, energia e modi per dissipare rifiuti ed energia dissipata. Sulla terra ferma vivrebbero 330 miliardi di persone (con densità di 2000/km2: 5 volte più dell’Olanda). 670 miliardi vivrebbero su città galleggianti. La popolazione sarebbe 160 volte maggiore dell’attuale e l’energia consumata 800 volte maggiore. Occorrerebbe aumentare del 10% l’albedo del pianeta per dissipare più energia verso lo spazio. I calcoli di Marchetti sono giusti. Un simile avvenire non è desiderabile. Disporremmo di tecnologie moderne, ma vivremmo male. Per evitare questi assurdi, è bene introdurre nei nostri piani sia buon senso, sia strumenti di previsione, ma anche i più sofisticati fra questi sono largamente empirici.

Un rischio della crescita è quello di non riuscire a conseguirla. C’è anche il rischio opposto di conseguire insieme ad essa effetti collaterali dannosi (inquinamenti o distruzione di risorse naturali o costruite dall’uomo).

 

 

(1) L’albedo è la frazione della radiazione solare incidente sulla terra che viene

      riflessa verso lo spazio

 

 

Esistono limiti dello sviluppo?

Negli anni ’60 J.W. Forrester ideò modelli basati sulla dinamica dei sistemi e li applicò alla gestione di aziende e città. Applicando quei modelli a demografia, economia, e industria dell’intero pianeta, produsse lo studio sui Limiti dello Sviluppo presentato nel 1971 al Club di Roma, che tentava di calcolare l’avvenire socio-economico mondiale. Inseriva in 150 equazioni le variabili: popolazione, terreni coltivabili, risorse naturali, investimenti, produzione industriale e agricola, inquinamento, qualità della vita. Alcune variabili erano livelli (ad es.: riserve di risorse naturali), altre erano flussi (ad es.: produzione industriale). Ogni flusso è influenzato da vari livelli e ogni livello da vari flussi. Le equazioni che governano le variabili erano costruite con analisi comparate di serie storiche su archi di tempo di parecchi decenni. Se ne determinavano in modo empirico i coefficienti e si usavano, quindi, per calcolare i valori futuri delle variabili. Conclusione: entro pochi decenni si sarebbero esaurite risorse naturali essenziali (petrolio, gas, metalli) o sarebbero mancati gli alimenti o si sarebbe accorciata la vita umana per l’inquinamento.

I fatti non hanno confermato quelle previsioni. Crescono durata media della vita umana e disponibilità di alimenti (sia pure con gravi eccezioni). Il valore delle riserve petrolifere mondiali era stimato nel 1970 in 61,8 e nel 2008 in 171 miliardi di tonnellate, dunque aumentato di quasi tre volte.

Le proiezioni empiriche non possono produrre previsioni affidabili. Dopo che sono state formulate, occorre analizzare lo svolgersi degli eventi e i loro scostamenti dalle proiezioni iniziali.

C’è chi sostiene da anni che l’economia si salva aumentando gli investimenti. Ora, con la crisi in corso, dall’America all’Europa si preparano piani di migliaia di miliardi per salvare grosse aziende e stimolare la ripresa. Però le soluzioni di quasi ogni problema economico, sociale, politico sono culturali, come diremo più oltre.

Previsioni qualitative e quantitative – i cicli economici e tecnologici

Non c’è bisogno di rileggere G.B. Vico per ricordare che la storia si ripete. È naturale  attendersi vicende simili ad altre già viste. È ragionevole usare metodi di analisi applicati con successo in passato. Ad esempio le popolazioni biologiche e di oggetti tecnologici (auto, computer, televisori, etc.) ed epidemie crescono prima lentamente, poi accelerano (e sembrano esponenziali), infine rallentano fino a cessare lo sviluppo. Quelle di artifatti o di fonti energetiche spesso declinano quando entrano in scena alternative più efficaci. Questi andamenti, sono descritti da equazioni logistiche di Volterra rappresentate da grafici a forma si S. Esse forniscono proiezioni accurate: spesso, ma non sempre. Comunque gli approcci logico-sperimentali, usati con cautela, sono preferibili a quelli ideologici. Anche su di essi divampano controversie. E’ normale se si discute dell’avvenire di grandi sistemi dipendenti da numerose variabili.

L’economista russo N. Kondratev analizzò serie storiche (dal 1790 al 1920) di produzioni industriali, potere d’acquisto delle merci, indici dei prezzi, produttività di lavoro e salari. Ne concluse che queste variabili e l’economia avevano un andamento ciclico con periodi di circa 50 anni. Ogni ciclo lungo è caratterizzato da una rivoluzione industriale che produce prosperità ed è seguita da una depressione. Il primo ciclo andò dal 1787 al 1842, il secondo fu il ciclo delle ferrovie e delle navi a vapore (1842-1897 circa), il terzo (successivo al 1897) è il ciclo dell’elettricità, della chimica e dell’automobile. Le depressioni iniziarono nel 1815, nel 1873 e nel 1929

Nel 1928 Kondratev era direttore dell’Istituto per la Congiuntura, poi, accusato di attività controrivoluzionaria, sparì in Siberia nel 1929. Forse non seppe mai che la crisi del 1929 confermava la sua teoria. Il periodo lungo (quarto ciclo) iniziato con la Seconda Guerra Mondiale è stato caratterizzato da aviazione, radio, televisione, spazio, tecnologia dell’informazione e della comunicazione e, ora, nanotecnologia, reti – con uno sviluppo tecnologico senza soluzione di continuità. A metà degli anni Ottanta, si dovette registrare che mezzo secolo era passato, ma un’altra grave crisi non si era vista. Bisognava aspettare un altro quarto di secolo per la crisi attuale.

I cicli di prosperità/miseria esistono, ma hanno durata variabile. I modelli (econometrici, dinamici, aziendali, urbani, nazionali, globali) sono empirici. Gli strumenti moderni vanno usati, ma è vitale monitorare gli sviluppi e rilevare gli scostamenti della realtà dai modelli. Sul breve termine, certi modelli consentono previsioni sensate anche di eventi socio-economici. Ma anche i migliori modelli e teorie fisiche approssimano la realtà in modo più o meno rozzo. In socio-economia le fonti sono affette da incertezze e i modelli sono meno accurati. È vitale la qualità dei dati. Non basta usare formule matematiche per pretendere di avere eseguito analisi scientifiche credibili. Il riscontro con la realtà va eseguito e ripetuto. Se una teoria suggerisce conclusioni che paiono assurde, è bene essere sospettosi.

Costruire scenari

L’ipotesi più semplice sull’avvenire è che le tendenze in corso continuino più o meno come in passato. Possiamo immaginare che dal presente si apra un ventaglio: gli sviluppi prossimi potranno essere molto migliori, un po’ migliori oppure un po’ peggiori o molto peggiori che in passato. È raro che un singolo evento sconvolgente (cataclisma, guerra di sterminio, crisi economica) abbia conseguenze vaste e durature. Anche senza calcoli possiamo immaginare la storia futura. Economisti, politologi, sociologi provano a raccontarla in modi plausibili. Scrivono sceneggiature di quanto potrà accadere come farebbero per un film. [La parola ormai entrata in italiano è “scenario” (= “sceneggiatura” in inglese)]. Solo gli eventi futuri potranno confermare o smentire uno scenario intuito. A priori gli esperti possono solo discuterlo fra loro provando a raggiungere un consenso sulla sua ragionevolezza.

Immaginare uno scenario significa scegliere fra molti sviluppi possibili senza sbrigliare troppo la fantasia. Vanno considerati eventi probabili e rilevanti. Sono già in corso sviluppi socio-economici che influenzeranno profondamente l’avvenire. Fra questi: riduzioni di personale (downsizing), ricorso a sotto-fornitori esterni (outsourcing), privatizzazione e dominio del mercato.

Molti cercano di arguire quale sarà il decorso della crisi finanziaria iniziata nel 2007. Taluno alla fine del 2009 crede di ravvisare segnali di ripresa. Nel mio libro Patatrac – crisi: perché? Fino a quando? (Garzanti, 2009) analizzo le cause della crisi e mostro che l’entità dei danni emergenti, dei lucri cessanti e della disoccupazione fanno ritenere che la depressione durerà a lungo. È difficile prevedere in dettaglio come andrà l’economia nei prossimi anni. Banche, governi, istituti di statistica forniscono dati non sempre affidabili e affetti da sbalzi. Le formule degli economisti matematici per valutare rischi futuri non hanno funzionato e talora hanno contribuito ad aumentare i rischi. Non sappiamo fare previsioni accurate, ma divisare misure per migliorare le cose è doveroso e ineludibile.

Programmi globali per migliorare il globo

Gli anti-global, violenti o no, usano argomenti sbagliati e vaghi contro le posizioni dei paesi più ricchi. Gli accordi internazionali (o le ipotesi di accordi che non si realizzano) non creano programmi globali costruttivi. Questi dovrebbero evitare le crisi economiche, favorire lo sviluppo delle economie industriali e di quelle emergenti e salvare dal disastro i più sfavoriti fra i paesi in via di sviluppo. Il successo è improbabile se i piani per stimolare l’economia creando posti di lavoro, non specificano in quali settori e di quale livello professionale debbano essere. I piani di sviluppo per i paesi più poveri, poi, non possono consistere solo in aiuti per rimediare a carestie ed emergenze. Dovrebbero essere integrati, dato che la prosperità proviene sempre meno da materie prime e prodotti tangibili e più da conoscenza. Questa ottimizza strumenti e risorse e “permette di fare con un dollaro quello che qualunque cretino sa fare con due dollari”. Certo hanno valore anche le risorse naturali (energetiche, agricole, minerali) del terzo mondo. Per farle fruttare, però, occorrono più cultura e più variate scelte di crescita intellettuale.

Sarebbe vitale censire le risorse naturali. Non è facile, ma i dati sono disponibili. Stimiamo anche rozzamente il valore di una sola risorsa energetica: quella idroelettrica: il potenziale non utilizzato in questo campo nel mondo equivale a quello di 2.000 centrali nucleari da 1 Gigawatt ciascuna. Funzionando 5.000 ore all’anno produrrebbero 10.000 miliardi di kilowattora. e il valore prodotto sarebbe più del doppio del prodotto nazionale lordo italiano. Poi vanno censite le risorse energetiche rinnovabili (biomasse, eolico), quelle agricole (con milioni di ettari da rendere coltivabili), quelle minerarie. Tali ricchezze eccedono di vari ordini di grandezza gli investimenti destinati oggi agli aiuti internazionali.

Per progettare e realizzare questi progetti occorrono investimenti e grandi risorse di tecnica e scienza.. Occorre innalzare i livelli professionali nei paesi avanzati e offrire cultura, conoscenza e tecnologie a miliardi di diseredati che vedono salvezza solo nell’emigrazione.. La cultura va inventata, criticata, finanziata e diffusa, utilizzando gli strumenti della tecnologia della comunicazione e dell’informazione. Le reti telematiche sono un potente strumento che potrebbe far partecipare ogni abitante del pianeta alla rivoluzione della conoscenza. Gli incontri al vertice fra i governanti dei Paesi più avanzati dovrebbero essere meglio mirati a valutare l’impatto di grandi intraprese internazionali per creare ricchezza e raccogliere gli investimenti necessari. Dovrebbero formulare piani di cooperazione fra governi, aziende e organizzazioni non governative per disseminare cultura adeguata.

Sviluppo della scienza

La crescita della scienza, iniziata da migliaia di anni, attraversò periodi oscuri, ma da 4 secoli accelera e sembra che non rallenterà più. Alla fine del XIX secolo sembrava che la scienza avesse scoperto tutto. Era una macchina perfetta.  Bastava apportare piccole modifiche, stringere i dadi, lubrificare. Invece arrivarono: nel 1900 Hilbert con i 23 problemi matematici, Planck con i quanti. Poi Einstein nel 1905 con la relatività e 30 anni dopo Fermi con la fissione nucleare. Oggi continuano le scoperte epocali: meglio lasciare commenti e previsioni agli scienziati professionisti anche se spesso sono in disaccordo. Certi scienziati prendono strade sbagliate. Alcuni insultano chi li critica. Non basta dirsi scienziato per aver ragione. Cesare, non scienziato, sapeva che le maree sulla Manica erano causate dalla luna. Galileo, scienziato, scrisse 17 secoli dopo che quella credenza era una fanciullaggine e accennò a spiegazioni errate.

Nei primi anni Trenta Rutherford, premio Nobel e padre della fisica nucleare dichiarò: “Chi crede che la trasformazione dell’atomo fornirà energia, dice una stupidaggine.” P. Lenard, (Nobel per la fisica 1905, in Deutsche Physik (Fisica tedesca, 1936) scrisse: “La scienza, come tutto quel che gli uomini producono è condizionata dalla razza e dal sangue. Per definire la fisica ebrea ricordiamone il rappresentante più famoso, il purosangue ebreo A. Einstein. La sua “relatività” ha mostrato il suo netto contrasto con la realtà. Non pretende nemmeno di essere vera.” In URSS Lysenko negò valore alle teorie di Darwin e Mendel. Seguì quella di Lamarck (ereditarietà dei tratti acquisiti) e rovinò l’agricoltura russa. Accusò i genetisti seri di essere controrivoluzionari e sei di loro sparirono in Siberia. È simile la posizione di chi oggi invoca costose misure per ridurre le emissioni di CO2 ed evitare il riscaldamento globale antropogenico. I modelli su cui si basano, non validati, né validabili,: forniscono risultati illusori sul clima futuro. È ragionevole essere prudenti, ma non invocare un principio di precauzione estremo: “Se in conseguenza di attività o tecniche nuove siano da tenere minacce di danni seri e irreversibili all’ambiente o alle persone, anche in mancanza di piene certezze scientifiche che stabiliscano rapporti causa-effetto, occorre prendere misure precauzionali adeguate anche se ciò implica costi economici considerevoli.”  Non è un principio. È una regola che non sta in piedi. Non dice chi o perchè debba temere danni, né quali siano le misure da prendere.

Come evitare nuovi disastri? Gli scienziati si controllano a vicenda e hanno gli strumenti per controllare le situazioni rischiose. Devono affiancarli gli esperti in ingegneria dei rischi, specialità sorta con l’industria nucleare, che si applica a ogni grande impianto o impresa.

Sviluppo tecnologico e culturale

Lo sviluppo e la diffusione di nuovi ritrovati tecnologici nei paesi ricchi sono rifiutati da alcuni e da molti utilizzati passivamente senza comprenderne il funzionamento, né l’enorme potenziale. L’anticipazione di rendimenti decrescenti del progresso tecnologico sembra ingiustificata. Al contrario il raggiungimento di traguardi sempre più avanzati dalla tecnologia della comunicazione e dell’informazione ha suggerito che ci stiamo avviando verso una singolarità, cioè “una situazione unica, mai vista, né immaginata prima, in cui il progresso dell’innovazione tecnologica sarà così rapido e il suo impatto così profondo che la civiltà umana intrecciata con quella delle macchine si trasformerà in modo irreversibile”. La definizione è di Ray Kurzweil che vaticina: successi della tecnologia in termini di efficienza, rendimenti, prosperità, uniformemente accelerati finchè le prestazioni dei computer diverranno tanto eccelse da realizzare intelligenza artificiale con impatti positivi sconvolgenti. Superata l’intelligenza umana, i computer si integrerebbero coi cervelli umani potenziandoli. Questa è fantascienza, ma è probabile che l’innovazione continui ad accelerare anche se i finanziamenti caleranno a causa della crisi. Aumenta intanto il divario fra alta tecnologia e livelli medi culturali della popolazione. La diffusione di macchine più facili da usare, che eseguono processi non trasparenti, porta a usare i supercomputer per scopi banali. Gli utenti non acquisiscono idee, né concetti, non usano linguaggi avanzati, ma solo immagini. È vitale che, oltre alla tecnologia, si innovi la cultura. Va ottimizzata la qualità dell’insegnamento. Giornali, radio e TV vanno liberati dalla loro povertà di contenuti. Vanno create task force per il controllo di qualità della comunicazione. Così si potrà creare un’opinione pubblica capace di esercitare un controllo sociale sulle politiche tecnologiche senza demandare le scelte a esperti improvvisati e a campagne improntate a buonismo e disinformazione.

Crescita della complessità

I grandi sistemi tecnologici, le strutture sociali, le aziende sono minacciati da disastri naturali, violenza e fragilità intrinseca dovuta a difetti di progetto e di gestione. Occorre – dopo il fatto – gestire le emergenze, ricostruire, ricuperare lo status quo. La complessità enorme e crescente rende difficile progettare la sicurezza nei sistemi prevedendo ogni condizione futura di funzionamento. La sfida tecnica e teorica è appassionante. Sarebbe vitale accettarla e vincerla, ma non abbiamo soluzioni da manuale: occorre inventarle.

Vanno integrati i progetti dei vari sistemi valutando i rischi di ciascuno e la loro trasmissione tra aree fisiche e settori. Vanno addestrati utenti e operatori a riconoscere emergenze impreviste e a reagire adeguatamente. Vanno ottimizzate le comunicazioni per ottenere monitoraggio e controllo intersistemico; e va reso trasparente il software di controllo onde distinguere se i guasti hanno origine nello hardware, nei canali di comunicazione o nel software. A tal fine va analizzata la storia di tutti i blackout, le crisi sistemiche, le emergenze dovute ad atti terroristici e vandalici. Su questa base vanno formulati scenari quantitativi dettagliati. Vanno sviluppati, analizzati criticamente e validati modelli matematici dell’interdipendenza fra sistemi e della proliferazione di guasti, emergenze e interruzioni dei servizi. E’ compito arduo e critico: alcune variabili non sono note o si presentano in modo casuale. I meccanismi possono essere arguiti, non calcolati.

Andrebbe creata una rete internazionale di esperti che cooperino integrando competenze e approcci per aumentare sicurezza e resilienza dei sistemi e delle infrastrutture complesse: Vanno realizzate sinergie e fertilizzazioni incrociate fra varie discipline nel quadro di un programma comune di ricerca e sviluppo cui partecipino Stati Uniti, Europa e le comunità scientifiche e tecniche che fioriscono in Oriente. Questi interventi sono più urgenti n Italia: i nostri investimenti pubblici e privati in ricerca e sviluppo sono cronicamente minimi. Analizzare e prevedere i rischi sistemici è vitale, ma questa attività non è considerata prioritaria dai decisori privati e pubblici.

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La scienza permette di prevedere l’avvenire di enti ben definiti che si trovino in condizioni iniziali note e siano soggetti a meccanismi causali noti. Non prevede sensatamente la crescita o il declino di sistemi costituiti da un numero enorme di componenti soggette ad azioni e interazioni complesse in molte sfere diverse. Ugo Bordoni propose con molti sensati caveat, l’extrapolazione astratta e audace oltre ogni limite:

“L’energia totale dell’universo è una costante. L’entropia totale tende a un massimo.”

I cicli di prosperità/miseria esistono, ma hanno durata variabile. I modelli (econometrici, dinamici, aziendali, urbani, nazionali, globali) sono empirici. Gli strumenti moderni vanno usati, ma è vitale monitorare gli sviluppi e rilevare gli scostamenti della realtà dai modelli

Grow and Multiply – Advantages and Risks of Development

Abstract

Models (econometric, system dynamics, corporate, urban, national, global) are empirical and fail to provide reliable socio-economic forecasts and to identify limits or carrying capacities. Scenarios help to analyze growth and decline processes and to identify risks of unbalanced growth leading to excessive complexity and to instability. The growth of science  appears to be limitless. Technology meets physical limits, defined in individual sectors. Belief in a singularity due to autonomous machines integrating in human civilization appears to be unwarranted. We should integrate science, hitech, organization theory and politics, aiming to achieve stability and humanistic progresss.