Il disporsi ad ascoltare la voce africana; trovare il tempo ed il modo di ascoltarla in un luogo magico: Matera.

– di Pietro Veronese
Presidente Giuria Premio Energheia Africa Teller 2003_II e III Edizione

Uno dei paradossi della globalizzazione è che essa riduce, anziché accrescere, i flussi della comunicazione. O meglio, ne aumenta la quantità ma ne diminuisce la qualità; e questo accrescimento riguarda soprattutto le comunicazioni già esistenti, quelle che collegano i grandi centri economici e finanziari, mentre non migliora in nulla, non collega più di quanto non fosse prima, i punti marginali, la miriade di punti sparsi lontano da quelle quattro o cinque capitali del globo. E’ un po’ come l’avvento dei treni ultraveloci nelle ferrovie: poche linee efficienti e rapidissime, ma la chiusura di tanti collegamenti locali, stazioni e stazioncine di campagna, per cui le metropoli risultano perfettamente interconnesse ma tutto il mondo circostante sprofonda lontano, molto più isolato di quanto non fosse prima.

Chi lavora nell’informazione, nei media, vive in prima persona questo paradosso: i giornali informano sempre più su ciò che già si sa, sempre meno su ciò che si sa meno. Il mondo è sempre più globale, sempre più interconnesso, ma le pagine di notizie internazionali diminuiscono. Rispetto a vent’anni fa la differenza è impressionante. E’ un fenomeno universale, sul quale il miglior giornalismo americano, per esempio, ha riflettuto parecchio, pubblicando una serie di libri sull’argomento senza però riuscire minimamente a invertire la tendenza. Uno di questi libri sul carattere sempre più locale, spettacolarizzato e vacuo dell’informazione in un mondo che avrebbe viceversa un bisogno estremo di un’informazione più analitica, decentrata, diffusa, è opera addirittura del direttore di uno dei più prestigiosi giornali degli Stati Uniti, costretto a riflettere sul perché egli si ritrovi a fare un giornale così diverso da quello che dovrebbe.

A questa tendenza, che appare inoppugnabile perché mossa da forze anonime e così possenti da rendere inane la resistenza, ci si può opporre soltanto in due modi. Il primo è di esserne consapevoli, di rifletterci, di denunciarla senza fingere che tutto va bene o raccontarci che viviamo nel migliore e più informato dei mondi possibili. La seconda è di contrapporle iniziative che non hanno certo il peso necessario a contrastarla o tanto meno arrestarla, ma hanno bensì il valore di indicare un’altra strada possibile, più umana, più attenta agli individui, capace di mettersi in ascolto di voci lontane e tacitate dall’assordante brusio dell’informazione dominante. Esattamente questo è il valore del Premio Energheia – Africa Teller.

Del paradosso che ho cercato di descrivere l’Africa – il più debole, il più perdente, oggi, fra i continenti della Terra – è certamente la vittima maggiore. La più marginalizzata dalla globalizzazione, in tutti sensi: economico, culturale, informativo. L’idea non già di darle voce – una voce che l’Africa ha -, ma semplicemente di disporsi ad ascoltarla, di trovare il tempo, il luogo, il modo di farlo, è una forma di resistenza alla congiura del silenzio imposta dalle forze anonime e prepotenti di cui dicevo. E’ straordinario che questo accada a Matera, un luogo la cui bellezza – esattamente come l’Africa – trae origine ed è connaturata, consustanziale, alla povertà.

Povertà passata, per quanto riguarda questa città, ma forse non dimenticata; presente, presentissima, nel caso dell’Africa. La giuria ha compiuto la sua scelta in libertà e autonomia assolute. Fin troppo: i tre giurati hanno letto e valutato i testi selezionati senza mai consultarsi, lavorando separatamente attraverso l’e-mail e conoscendo il risultato delle loro deliberazioni soltanto a cose fatte. I sei dattiloscritti finalisti erano presentati in forma perfettamente anonima, lasciando il lettore solo, a congetturare sull’età, il sesso, la nazionalità degli autori. Unico indizio chiaro era la lingua inglese, che però li accomunava tutti, tanto da indurci a sperare che nelle prossime edizioni la notorietà del Premio, e dunque l’origine dei racconti presentati, si estenda a coinvolgere anche l’Africa francofona. Penso, tuttavia, di poter parlare a nome di tutti e tre i giurati affermando che la qualità complessiva dei racconti che ci sono stati sottoposti ci è parsa eccezionalmente alta. Per me è stata una sorpresa, motivo sufficiente a rendere benemerita questa iniziativa, perché mi avrà consentito di accedere a testi – a voci – che altrimenti non sarebbero mai arrivate fino a me. Io spero che questa sorpresa continui anche per gli altri, e che come il punto focale di una lente Matera sia servita a convogliare e ridiffondere come raggi di luce queste parole africane, destinate altrimenti a restare strozzate nella gola dei loro autori.

Nella foto_Un momento della cerimonia di consegna del Premio Energheia Africa Teller 2003