Leggere obbliga il cervello a un percorso esemplare eppure abitudinario.Leggere e rileggere solo i libri preferiti.

– di Patrizia Belli
Presidente Giuria racconto da sceneggiare 2001, VII Edizione_

” Meglio starsene a casa a leggere un buon libro”.
(Marlon Brando nel film La caccia)

Si legge a letto, al bar, in treno, nella metro, sdraiati o seduti, qualcuno legge in piedi, si legge al mattino, dopo cena, prima di dormire, in bagno, a scuola, sulle panchine dei giardini, sotto il sole, dietro i vetri gelati del Natale, in biblioteca, col caldo, con la pioggia, si legge ingenuamente, distrattamente, appassionatamente, leggi mentre stai tentando di toglierti dalla testa una canzonetta.
E cosa conta mentre stai leggendo? Il luogo, il modo, la temperatura o la velocità del vento? Conta se è domenica o un qualsiasi giorno di lavoro, se fuori della finestra c’è un traliccio o un albero o un uomo in calzoni corti che fuma appoggiato alla ringhiera del balcone? Conta se il libro ti somiglia o conta di più ancora se non ti somiglia e forse ti porta via, lontano e dentro, se ti seduce, se ti annoia, se vola o resta da qualche parte, se ti conduce magicamente fino all’ultima pagina dove, purtroppo nessuno più scrive la parola fine?
Conta se ti porta, se ti trasporta?
Il libro, dice Calvino, anzi il racconto, è un mezzo di trasporto. E guida chi legge.
Perciò, leggere può essere un’impresa temeraria, perché quasi mai sai che cavallo ti è capitato, ronzino o destriero, quale macchina o carretta ti porterà e dove, se ti porterà.
Leggere obbliga il cervello a un percorso esemplare eppure abitudinario.Leggere e rileggere solo i libri preferiti.Leggere solo Adelphi (ne conosco, giuro).Leggere solo saggi.Leggere solo romanzi.Non leggere gli italiani(ne conosco, giuro).Invece leggere per inventarsi un vincitore, per giocare al gioco del premio, ti obbliga a cercare il punto di vista che liberi la testa dalla rigidità consueta, ti disabitua a individuare immediatamente le cose, sbanalizza e rimescola emozioni e preconcetti, soprattutto ti invita a metterti in contatto con l’autore sconosciuto in una imbarazzante promiscuità, in cui l’altro è senza volto e senza nome. Eccitante, mi pare.
Così, cercando oltre le parole e le storie qualche segno che rivelasse chessò un’ossessione, una volontà determinata, un talento imbattibile, mi immaginavo volti e voci e gesti e camere e computer e famiglie e speranze e traversavo storie e protagonisti e inventavo la storia dei ragazzi di Energheia e così non va bene, mi sono detta, ricominciamo da capo.
Allora, quale sarà, fra tutte, la visione più visionaria e visionabile, quale la più duratura,quella che persisterà oltre l’archivio della memoria, quali le parole più giuste per trasformare una storia da leggere in una storia da vedere? Alt! Qui si sta adottando un criterio, e i criteri sono funzionali ma non funzionano.
I criteri sono scorretti. E poi c’è differenza fra leggere e vedere?
I racconti mi piacciono – quasi – tutti. E ora come si fa? Ora si gioca. Sì, si deve giocare soprattutto in occasioni come questa, in cui qualcuno vince e molti verranno esclusi.
Io gioco
Tu giochi
Noi giochiamo al cinema (Godard)
Si chiudono gli occhi- niente leggere, niente vedere – e si va a memoria.
Ecco che subito gruppi di parole, frasi, date, nomi propri, marche di birra,una città vera eppure inventata, sentimenti, di quelli strani che non puoi classificare perché non li hai mai provati, e un bicchiere di gin e un pezzo di Storia si staccano dalle pagine e si posano sul telone bianco di luce magica.
Qualcuno di voi ragazzi mi sta portando al cinema e non so come si chiama e non conosco la sua faccia.
Il gioco riesce perfettamente.
Il racconto si intitola Muri ed è arrivato con esattezza e semplicità, indifferente e vitale come un pallone da calcio.
C’è rigore e competenza di vita in questa storia bella e lontana che ci parla dello spaesamento di un uomo – di un popolo – che non si riconosce più, come il Gregorio Samsa di Kafka.C’è consapevolezza e ironia.
C’è amore e disamore e, come in tutte le grandi storie, c’è molto destino in questa storia, quel destino che fa di un personaggio un piccolo eroe.
C’è il talento di aver saputo trasformare uno spunto nella possibilità di una storia e una storia nella possibilità di un film.E tutto nella possibilità di un premio.
Così lo abbiamo premiato.
Come è stata l’attesa, Alex Boschetti? C’è chi ci invecchia, nell’attesa e invece tu, eccoti qua, arrivato da Bolzano, una bella faccia che corrisponde al tuo corpo e al tuo racconto -una rarità – sei contento della vittoria e si vede, è una bella serata fresca, la piazza bellissima di Matera colma di gente che applaude perché partecipa, si sono sentite molte lingue e dialetti , l’organizzazione è impeccabile, i compagni delle giurie sono stati un bell’incontro, mi sono accadute delle amabilità, Rossella e Felice sono stati semplicemente perfetti, qualcuno sarà deluso, è inevitabile, l’adrenalina si insinua anche fra i Sassi e transitano parecchie emozioni e insomma c’è proprio una bell’aria. Bravi.

Nella foto_Foto di gruppo dei giurati con gli organizzatori del Premio Energheia