E’ stata una lunga giornata nel settembre dell’altro anno a Matera

premio 10

_ di Carmen Lasorella
Presidente Giuria Premio 2004_X edizione_

E’ stata una lunga giornata, nel settembre dell’altro anno a Matera. Lunga e da ricordare. Un’immersione nella città che l’anagrafe mi attribuisce natale, ma che la vita spesa altrove lascia lontana, forse, con una punta di nostalgia. Tra i promotori del Premio Energheia, due ragazzi, hanno fatto del loro meglio. Lui, giovane innamorato della Letteratura, Felice Lisanti; lei, Rossella Montemurro, operosa e discreta. Grazie al loro senso si ospitalità, culturale prima che pragmatica, sono scivolata nelle pieghe del passato, ho vissuto le sfumature dei luoghi, ho incontrato nuovi amici. E nonostante i tamburi della banda locale in prova per la festa del Santo Patrono, S.Eustachio, l’indomani.

Il professore Mario Tommaselli, che si era offerto di far da guida tra i Sassi, al principio della visita ha guardato le mie scarpe e ha scosso la testa. Nell’intricato avvicendarsi di vicoli e scale, di grotte e palazzotti, di archi e ballatoi scavati ripidi nel tufo della Gravina di Matera, le mie suole di cuoio con tacco erano un disastro, ma ci siamo avventurati. Incredibile la stratificazione delle abitazioni servite da sistemi idraulici e cisterne che preservano l’acqua anche nei periodi più asciutti e afosi. E quale concentrato di architetture monastiche, sia orientali che latine, ispirate dalle culture greco-ortodossa e longobarda, al tempo in cui Matera era crocevia fra tre mari (lo Jonio, il Tirreno e l’Adriatico). Nella penombra restaurata del complesso della Madonna della Virtù, sulla via omonima a strapiombo sulla Gravina, poi, un puro distillato di emozione, forse suggerito da quelle pietre e dagli affreschi testimoni della regola benedettina. E più avanti lo stupore di un labirinto di grotte e cunicoli magnificamente illuminati, con la sorpresa di una mostra contemporanea, le fanciulle in bronzo di Marcello Mascherini, che hanno chiuso il cerchio dell’arte: senza badare al tempo, opere di altrove di casa in luoghi di altri.
Non era la prima volta che entravo nei Sassi. La prima memorabile, addirittura più di vent’anni fa (per la precisione ventisei), ero in compagnia di Mario Luzi, che aveva accettato volentieri un’intervista proprio in quel luogo. Doveva essere lo spazio breve di una conversazione per la Tv – era il mio primo servizio – ma rimanemmo incantati per tutto il giorno, tra lunghi silenzi e fiumi di parole sottovoce, con la troupe che ci inquadrava, a tratti perplessa e sicuramente annoiata. Da quell’incontro nacque una lunga amicizia e una bellissima poesia “Lucania”, che il maestro mi ha dedicato, con il pudore di dichiararlo molti anni dopo.
Di ritorno in albergo, mentre mi cambiavo per il salotto letterario in piazza, mi sovvenivano quei versi:

“…in quella cappadocia di dolori,
in quei monti calvari
di freddo e di vigilia
mi ferì
sole improvviso
… e mandavano barbagli
candidi
per troppa tenerezza di velluto
quegli occhi delle loro adolescenti
loro? figlie di quali re?”

Di fronte, dal terrazzino dell’Albergo Italia, la magia di quel presepe di eremi e cenobi, cavee e case contadine soffuse dal tramonto e dalle prime luci della sera.

Gli ospiti stavano riempiendo la piazzetta. In prima fila, perfino le autorità: il Sindaco e il Presidente della Regione. Fatto insolito, considerando che il Premio Energheia, che pure esiste da dieci anni e che ha richiamato tanti personaggi, non è neppure annotato nel programma annuale delle manifestazioni della città. Con i giurati ci eravamo attardati sulla scelta del vincitore. Ciascuno aveva annotato diligentemente la lettura dei testi e paradossalmente era giunto a conclusioni diverse. Un pregio o un difetto, certo, a seconda dei punti di vista, ma non erano diversi i giurati per estrazione e competenze? Un giovane scrittore, Christian Raimo; un professore d’altri tempi, filologo irriducibile, Santino Bonsera; un attore, Antonio Petrocelli e la sottoscritta, che di mestiere fa la giornalista. Abbiamo chiuso, forse per sfinimento, ma abbastanza convinti. E via sul palco.
Anche con pochi soldi si può fare cultura e la serata è stata morbida e gradevole, peccato per l’assenza di quei candidati, che non avevano potuto pagarsi il viaggio. I politici, che pure hanno detto la loro, hanno assunto degli impegni. Si vedrà.
Il corso ci ha poi inghiottito con la sua folla variopinta. Matera, nel profondo sud e in una giornata qualsiasi di settembre, si attarda festaiola. E musica e banchi di chincaglieria e dolciumi e mostre di pittura sulla strada. Donato Rizzi, un artista quotato che ha scelto di tornare nella sua terra, mi ha offerto una litografia, che evoca l’argento delle notti rupestri. Fino a tardi a parlar d’arte, di poesia, perfino con un cantore di Albino Pierro nella piazza oramai semivuota. Versi in tursitano (il dialetto di Tursi, il paese del poeta lucano, candidato al Nobel), lingua per pochi eletti, che resta come sospesa, proprio come questi luoghi, dove il bello, forse, è ricominciare ogni volta daccapo.

(nella foto_Carmen Lasorella durante la cerimonia di consegna del Premio Energheia 2004)