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I racconti del Premio letterario Energheia

Confessione, Gabriele Bruciati_Corinaldo(AN)

Racconto finalista Premio Energheia 2021_XXVII edizione – sezione giovani

Era notte, le stelle in cielo brillavano, l’aria era serena e mite, una meravigliosa notte d’estate, o almeno così mi sembrava di percepire dalla mia umida cella, sulla mia balla di paglia dove riposavo, ho sentito un rumore di chiavistelli, la porta della mia cella si è aperta: era il cappellano, sono rabbrividito, tremavo come una foglia secca al vento. Si è seduto di fronte a me con una tunica nera, un sorriso benevolo, mi dice:“Figliolo sei pronto?- gli ho risposto con voce flebile -Non sono pronto, ma sono preparato.-

Da quel momento mi si è annebbiata la vista, mi ronzavano le orecchie e mi scendeva lungo il corpo un sudore di ghiaccio, intanto lui continuava a parlare, o almeno mi è sembrato di vederlo agitare le labbra e le mani. Mi ha risvegliato da quello stato di assenza il rumore delle sentinelle, che si davano il cambio

-Figliolo vuoi confessarti?…mi hai sentito?-

-ehm no, non ho peccato, ho vissuto la mia breve vita secondo i valori puri, ho ripudiato la chiesa corrotta di Roma, e mi sono unito agli eletti.

-Sei sicuro di ciò che dici?-

-Sì ne sono sicuro, e il racconto della mia vita lo confermerà.- Inizia così a narrare ciò che avevo vissuto, un po’ per autoconvincermi di ciò che avevo detto, e forse un po’ per impressionare lo scettico che avevo davanti.

-Era una sera di un inverno rigido, ero con i miei amici all’osteria della mia Firenze, discutevamo di fievoli cose, poi arrivò un altro amico che non vedevamo da tempo…

Lapi: dovete credermi, loro dicono che solo seguendo i loro insegnamenti possono farci raggiungere la vita eterna.

Gretti: si e te ci credi? Saranno i soliti strozzini travestiti? Si sta bene anche senza strani precetti no?

Risposi:…sì…sì…è vero

Lapi: Non credeteci se volete, ma io ci credo, almeno tu che ne pensi?

Risposi: ehm non lo so…

La discussione continuò, ma Lapi battè in ritirata, capì che in quel contesto sarebbe stato solo deriso. Tornai a casa dalla locanda, e per ironia del destino incontrai quei predicatori di cui parlava Lapi, in mezzo a loro c’era anche lui, vestiti di bianco, giravano per le strade, uno più alto, la guida probabilmente aveva un libro, stretto tra le mani vicino al cuore, fermavano le persone, cercavano di parlare, predicare, ma tutti si allontanavano, prendevano strade secondarie, camminavano al margine della strada; li ignoravano e non li degnano di uno sguardo, anche io quella sera ebbi paura e presi un vicolo secondario.

Pensai tutta la notte alle parole di Lapi, alla scena dei predicatori, alla fine decisi che non era giusto evitarli a priori come disse Gretti, dovevo almeno ascoltarli, magari avrebbero avuto veramente una verità in tasca, qualcosa che avrebbe reso la mia esistenza giusta e vera, avevo sentito di sette, di congregazioni che si ritiravano a condurre una pura vita di comunità, al di fuori delle corruzioni e delle ingiustizie. Li ammiravo, fra loro c’era anche qualche mio amico, forse questo era anche il mio momento, il momento di diventare un vero discepolo di Dio, di purificarmi e rimette i miei peccati, ma se fossero stati solo dei ciarlatani?

Se invece mi avessero condotto nel peccato? Sarei riuscito a capire le loro intenzioni, se erano veramente giusti?, Certo che sì.

Il giorno dopo mi preparai di buon’ora, uscii, chiusi la porta velocemente e distrattamente e mi catapultati tra gli stretti vicoli, allungai la strada per non andare subito direttamente in bottega, di modo da vederli, ma non girovaghi nemmeno, per evitare di essere visto, procedetti a passo lento, ma in alcuni istanti mi prendeva fretta, mi batteva forte il cuore ed acceleravo, in altri ero preso dallo sconforto, non potevo accettare che la fretta mi avesse impedito i piani di un’intera notte di macchinazioni, rallentato quasi fino a fermarmi. Nulla da fare quella mattina non incontrai anima viva se non un contadino che trainava un carretto pieno di verdure per il mercato, qualche vagabondo ed un morto, non so bene se fosse morto so solo che non si muoveva, era a lato di un vicolo, era lercio, coperto da cenci, sulle ossa soltanto la pelle, giaceva tutto contorto per il dolore, sono passato distante e lo ho evitato come si evita un barile.

Arrivai quindi in bottega, appena entrai finsi disinvoltura, dissi “Maestro, scusate il ritardo, ho incontrato un amico e mi sono fermato”

Lui ribattè “Non ha importanza, anzi sei in anticipo rispetto al solito.”

In quel momento mi si raggelò il sangue, sentivo come di essere stato scoperto, sentivo come se fossi stato colto in flagrante, e tutta la giornata ho finto normalità, non so quanto sia stato convincente, più clienti mi fecero domande, per fingere di niente alcuni non li ho nemmeno salutati e altri dopo li ho sommersi di parole. Come tutti i giorni arrivò l’ora di punta, il tardo pomeriggio delle giornate estive la bottega era sempre piena di gente, tutti, chi per un motivo chi per un altro passavano, c’era chi salutava, chi dava un’occhiata e voleva sapere solo i prezzi, poi c’era sempre il cliente altezzoso, che si informa sugli stili decorativi, la provenienza della creta, sullo smalto, quei clienti non sanno nulla in materia e si berrebbero tutte le storie, il maestro ci sa fare e poi portano tanta pubblicità questi clienti importanti! Il maestro mi voleva preparare all’arte della vendita, non è semplice, ogni cliente vuole un dialogo personalizzato. In questo momento, attirati dalla gente entrarono i predicatori, non riuscii subito a capire, sentii il cigolio della porta: una vampata di un odore acre ed un enorme frastuono, il maestro stava con un cliente e ad un certo punto lo vedo correre incontro ai predicatori, che entrando per la sbadatezza avevano mandato in mille pezzi un cratere, che avrebbe potuto essere venduto anche a 8 popolini, fiorini d’argento, acchiappò su una saggina e li cacciò via bastonandoli ed urlando come se fossero bruti, con una tale violenza che non pensavo potesse trovarsi nelle mani di una persona tanto impassibile ed equilibrato, non l’avevo mai visto perdere la pazienza, nemmeno quando ruppi il tornio,nemmeno di fronte a critiche infondate di clienti ignoranti ed arroganti aveva accennato a turbarsi. Loro, impauriti, uscirono subito.

La sera mi si avvicinò e come un padre mi disse “quelle persone là sono pericolose, possono farti prendere la via sbagliata! Sono buoni a nulla e non ti devi fidare!”

Io annuii e rimasi scioccato, per me mastro Giorgio era un padre, ogni suo consiglio, ogni sua parola per me era legge, lui non era autoritario, mi faceva sempre sperimentare e mi lasciava libero di fare prove ed errori, da questa fiducia era nato il mio desiderio di diventare un giorno come lui, spesso avevo pensato che non aveva parenti ed altri allievi ed allora avrebbe lasciato la sua bottega a me, pensavo spesso ad un futuro in cui la bottega sarebbe stata la mia, pesavo spesso a me stesso da grande che mi atteggiavo e parlavo come faceva nel presente mastro Giorgio.

Ora invece mi era franato un monte addosso, mi riappariva la scena, la saggina, quei poveri disperati vestiti di cenci costretti a fuggire, forse aveva ragione, quelle non erano brave persone, fino a quel momento mi ero fidato di mastro Giorgio, perché ora avrei dovuto smettere, se sono quello che sono è grazie a lui, e se parlerò con quelle persone sarà come se tradirò la sua fiducia. Passai la notte a ripetermi questo. Passarono quindi i giorni, avevo deciso che avrei ignorato i predicatori, decisi di continuare a vivere come prima. Mi aiutò a tornare alla vita normale quando il comune decise di ripulire le strade e di cacciare i vagabondi, i malati ed i predicatori.

Passò il tempo e sperai che tutto sarebbe tornato come prima, invece no, si era accesa dentro di me una scintilla, che non si era spenta, si era solo acquietata e quando mi venne detto che molte persone avevano creato una comunità sulle Fiesole, fra loro c’era anche Gretti; rimasi stupito lui lo scettico, il materialista si era unito ad una comunità che ricercava il cristianesimo puro, così la scintilla si trasformò in fiammella, poi in fuoco ed infine divampò in un incendio. Iniziai a chiedermi “c’è un altro modo di vivere?”, un modo più puro di quello che si ha vivendo nelle città pervase dagli scontri fra fazioni, da malati, ebbri e vagabondi.

Proprio in quel momento di maggiore fertilità del mio animo rividi i predicatori, l’ultima volta erano 3 o forse 4, ora era uno soltanto, continuava a cercare un dialogo come qualche mese prima, ma sembrava stanco e affamato, mi fece l’impressione di uno scoglio in un fiume, le persone come tante gocce di acqua girano attorno allo scoglio con meccanicità, senza riflettere, in un primo momento lo evitai anche io, ma dopo non fu possibile.

Quando tornai come tutte le sere a casa dalla bottega, lo trovai davanti al portone della casa dirimpetto alla mia, la porta si aprì leggermente e lui disse “Fratello un tozzo di pane nero per un figlio di Dio che sta morendo di fame”, nessuna risposta, solo il cigolio dei cardini ed il sordo suono del legno sui mattoni. Non so bene cosa feci, so solo che quella scena mi fece rabbrividire, in breve tempo io e lui, Gottardo, divenimmo amici, lui per primo mi insegnò a leggere, scrivere e farmi conto, materie che avrebbe voluto insegnarmi anche mastro Giorgio, ma per cui non trovava mai tempo. Grazie a lui mi approcciai alle sacre scritture e capii quali sono i doveri di un buon cristiano, lui si trasferì a casa mia dopo poco tempo e tutte le sere lui compiva gli stessi riti dell’ultima cena. Non mi raccontò mai la sua storia, forse perchè era troppo dolorosa, ma intuì che fosse francese, o che almeno conoscesse una lingua simile al francese, perché così parlava quando incontrava un altro fratello, lo chiamavamo padre Diotisalvi.

Arrivò poi il giorno fatidico, la grande prova della mia devozione a lui, correva l’anno 1177, da tempo la città era diventata “calda”, qualche scontro, qualche rissa, in genere tutto tornava alla normalità, ma una giornata capimmo che sarebbe stata diversa, che la luna non avrebbe rimesso le cose al posto. Le persone correvano, le consorterie si scontrano ad ogni angolo, la folla inferocita era guidata da Farinata degli Uberti.

Quella mattina Gottardo mi disse che sarebbe scappato, che io sarei potuto restare a Firenze e tradirlo, o unirmi a lui e restargli fedele, non c’è bisogno di dire cosa decisi. Organizzò la fuga padre Diotisalvi, non sapevamo la meta, ma la mattina successiva all’alba ce ne saremmo andati, non dovevamo tardare altrimenti il tumulto ci avrebbe sbarrato la strada.

Quella notte non chiusi occhio, ero combattuto, sapevo che non sarei più tornato, che non avrei mai più rivisto mastro Giorgio, che stavo buttando via tutta la mia vita fino ad allora.

Per infondo una decisione era stata presa e non potevo tirarmi indietro ora. All’alba eravamo in strada e tramite vie secondarie stavamo fuggendo e passammo davanti alla bottega di mastro Giorgio. Era presto e non mi aspettavo di vedere nessuno, ma davanti al laboratorio vidi Mastro Giorgio che spazzava davanti alla porta, non ricordavo questa sua abitudine, si svegliava la mattina presto e curava il vicolo, cercava di renderlo un luogo di passaggio, gli dava dignità. Non si accorse di noi, ma io mi spaventai, se mi avesse riconosciuto? Distolsi subito lo sguardo per evitare che il peso dei miei occhi gli facesse alzare lo sguardo, non ero più in grado di vedere, avevo gli occhi inondati di lacrime, quella scena breve mi rimane impressa nella memoria, sapevo che quella era l’ultima volta che lo vedevo. Capii solo in quel momento che lui era come un padre per me, era tutto, mi pentii della scelta che avevo fatto, ma era troppo tardi, tuttora se potessi tornare indietro non so cosa sceglierei. Il cammino proseguì, ma non ero più cosciente, si può dire che le gambe si alternassero in autonomia, tornai cosciente quando passammo sotto ad una porticina ad arco che non veniva mai chiusa la notte e non era sorvegliata. Ci allontanammo in direzione Sud, Padre Diotisalvi aveva una bussola araba, era di grande valore, ornata finemente decorata e lucente. Camminammo tutto il giorno per le strade del contado, erano sudice e maleodoranti, ovunque c’erano vagabondi che dormivano e stridevano lamenti, mi si strinse il cuore. Passammo la notte in un mulino ad acqua ai limiti del bosco. Era vuoto e non c’era nessuno, forzammo la serratura già guasta ed entrammo, Padre Diotisalvi aveva una

conoscenza immensa e ci illustrò tutto il meccanismo, avrei dato un anno di vita per avere un lembo di carta ed una goccia di inchiostro. Il giorno dopo ci svegliammo presto e ci rimettemmo subito in cammino dopo aver bevuto l’acqua del fiume e mangiato un tozzo di pane, entrammo nel bosco, camminammo tutto il giorno senza incontrare nessun uomo; nonostante ciò, il bosco era pieno di vita, era un piacere sentire cantare gli uccelli, ti libera dalle angosce e ti riempie di speranza, la giornata passò velocemente, ed il sole calò prima del previsto, forse perché dalle fronde non passava molta luce, ci fermammo a dormire in piccoli anfratti della montagna.

La terza giornata fu uguale alla precedente, ma quando passammo davanti ad una caverna vidi una sagoma, pensai subito ad un demone, basso, magro e ritto, immobile di fronte a noi.

Ci fermammo tutti, era appena fuori la caverna. Silenzio. Non sapevamo che fare. Gottardo disse: ma è un bambino! Che ci fa qui!

Mi avvicinai: era un bambino, le membra coperte da una tunica sudicia, spaventato e solo, quando lo raggiunsi e lo toccai scoppiò a piangere cadde a terra singhiozzando. Padre Diotisalvi disse: “Lascialo! non possiamo portarlo con noi! Ci rallenterà il passo e non avremmo abbastanza cibo per tutti!”

Ero disorientato, sconvolto, non potevo accettare di abbandonarlo al suo destino, d’altra parte però nessuno sapeva se fossimo sulla via giusta, se saremmo arrivati veramente nella città della speranza e se sì quando? Gli altri si rimisero in cammino, io ero lì fermo con il bimbo di massimo 7 anni che asciugava le piccole guance rosse sul mio saio. Con un lungo sospiro dissi: Non possiamo! Verrà con noi, Gli darò metà del mio rancio. Nessuno rispose, me lo caricai sulle spalle, affidandogli la mia sacca.

Nessuno fiatò e camminammo fino a sera, quando ci fermammo per  cenare. Di nuovo silenzio. Presi la mia parte di pane e la mia tazza d’acqua e mi sedetti in disparte con il bambino che ancora non aveva parlato. Gli diedi tutta la mia cena, la finì in un attimo, e mi parlò, disse qualcosa, aveva una voce tenera, ma non comprendevo nemmeno una parola di ciò che diceva, nemmeno Fratello Gottardo e Padre Diotisalvi lo comprendevano, in fondo il suono della sua voce mi bastava. Si addormentò accanto a me, rannicchiato sul mio corpo, non esiste parola per descrivere l’emozione e la felicità di quella notte, io e lui dormimmo l’uno abbracciato all’altro. Il giorno dopo ci svegliarono con diffidenza e ripartimmo, il bambino era ancora mezzo addormentato, lo misi sulle spalle e partimmo.

Quando si svegliò per bene non era spaventato, fu come se mi avesse conosciuto da sempre, volle scendere dalle mie spalle, camminò al mio fianco canticchiando una filastrocca, fu l’ultima giornata veramente serena della mia vita.

Passato mezzogiorno passammo una salita e dalla vetta della collina vedemmo Orvieto.

Gottardo fu felice e non riusciva a trattenersi, Padre Diotisalvi sembrò non cambiare, ma in

realtà si rasserenò. Scendemmo la collina a passo spedito, eravamo felici, arrivati alle porte della città entrammo, era pieno di gente, pieno di bancarelle. Spiegai al bambino che doveva stare stretto a me e stringermi forte la mano; dopo poco, Padre Diotisalvi si accostò ad una sua vecchia conoscenza, non sentii cosa si dissero, ma si abbracciarono e sembrava si dicessero buone notizie, disse: seguiteci.

Ci portò in una casa, calda ed accogliente, ci accomodammo e l’uomo disse: Eccoci a casa mia, che ora sarà la nostra. Da questo momento iniziammo a frequentare altri fratelli, ad approcciarsi al digiuno e a frequentare i riti, insieme a tutti i fratelli e sorelle nella cantina di Padre Ermannino Da Parma, che era l’uomo che ci ospitò; alcuni fratelli maggiori inoltre, per elevarsi, decisero di iniziare a praticare l’endura, si ritiraravano a pregare in montagna senza cibo né acqua fino all’ascesa. Li ammiravo, erano coraggiosi ed avrei voluto essere come loro, ma avevo paura e giustificai la mia codardia con il fatto che dovevo badare al bambino, era diventato un vero e proprio figlio per me, anche se non riuscii mai ad insegnarli la mia lingua, anche se credo comprendesse qualche parola.

La nostra piccola comunità catara si ampliò quasi a tutto il comune, anche le famiglie più illustri si convertirono, grazie anche a Montamiata e Giulietta giunte dalla mia Firenze. Non ci fu mai l’occasione di parlare con loro, avrei tanto voluto conoscerle e chiedere loro della mia città.

Poi venne il fatidico giorno, era morto il vescovo e fu nominato Riccardo da Gaeta, eravamo preoccupati, tutti erano sull’attenti in quei giorni, quando una notte all’improvviso irruppero i soldati, passarono di casa in casa uccidendo e saccheggiando, era una distruzione sistematica, la casa successiva non aveva tempo di svegliarsi che i soldati avevano finito con la precedente e passavano ad essa. Ci svegliò Ermannino, ci disse di andare alla cattedrale, lui sarebbe rimasto lì con Padre Diotisalvi, da eroi ad attendere la loro ora. Io, il bambino e Gottardo partimmo, passammo per un vicolo deserto ed andammo nella cattedrale dove già la folla impaurita, ma silenziosa si era rifugiata. Attendemmo un tempo infinito, tra le grida, i gemiti e il clangore metallico delle spade. Poi Silenzio. Sentimmo solo una cosa, una voce forte, trionfante dire: Andate, uccideteli tutti, Dio riconoscerà i suoi!

La porta si spalancò, il resto non lo so descrivere, ma fu una carneficina, io ed il bambino stretti l’uno all’altro nel movimento di arretrare cademmo dietro una porta nascosta che si richiuse davanti a noi. Scappammo nella direzione opposta di quel corridoio buio e uscimmo da un’altra porta, qui c’era lui, il vescovo, occhi trionfanti ed infuocati, gioiva al sentire i gemiti, appena ci vide disse prendeteli!, Mi prese e urlai al mio bambino di fuggire, un soldato disse: è lui il capo, lo ho visto uccidere un uomo e berne il sangue! Mi prese e mi tenne prigioniero fino ad ora, così ora sono qui e sono pronto a rendere conto a Dio.