Bianca morte, Gabriella Massarenti_Bologna

_Racconto finalista ventitreesima edizione Premio Enerrgheia_2017

In un attimo mi ritrovo a terra, sdraiato su un letto di foglie imbrattate di sangue. Il fucile mi scivola di mano, ma non mi importa. Ogni fibra del mio corpo si concentra su una cosa sola: respirare. Lentamente. Profondamente. Non odo più nemmeno la confusione cacofonica dei proiettili che volano intorno a me; riesco solo a percepire urla ovattate e gridi di guerra smorzati dal continuo pulsare nella testa. La mia vista è sfuocata, nebulosa; una successione di macchie nere continua a danzare nel mio sguardo. Sento il corpo pesante, come se fosse fatto di piombo. Non riesco a muovermi, ma percepisco chiaramente il fuoco che mi brucia nel petto, l’incessante dolore che non mi permette di addormentarmi e mettere fine a questa tortura.

Impiegando le ultime energie che mi restano, cerco di alzare un braccio e con mano tremante tasto la parte dolente.

Brucia.

Vorrei urlare, ma non ne ho la forza.

Sollevo un po’ la testa per esaminare meglio la situazione.

Come mi aspettavo: un bel foro sulla destra del torace da cui fluisce un fiotto di sangue che si allarga sulla mia divisa.

Butto di nuovo la testa indietro e nel farlo vengo colto da una fitta che combatto digrignando i denti.

Che destino ingiusto.

Una fine così misera ed ignobile, colpito da un singolo colpo del nemico, alla sola età di vent’anni, lontano dalla mia famiglia, lontano dalla mia terra.

Non ho speranze, già lo so.

La guerra è così: non risparmia nessuno, non si ferma davanti al dolore, non si commuove di fronte alla giovinezza.

E mi sento impotente, una semplice pedina senza volontà.

Respiro lentamente, profondamente.

Cerco di non pensare al dolore. Guardo gli alti alberi che come soldati inermi si alzano intorno a me, osservo raggi di sole filtrare tra le fronde, immergo le dita nella terra umida.

Non credevo che morire sarebbe stato così difficile.

Un’altra fitta ed io mi contorco in una posizione disumana.

Stringo gli occhi. Bramo di sprofondare nelle tenebre, di mettere fine a tutto questo, ma qualcuno sembra perdersi gioco di me. Quando sollevo le palpebre, ciò che vedo va completamente contro il mio desiderio.

Bianco.

Sì, è questo che vedo, un bianco candido che mi sfarfalla davanti come una morbida seta. Scuoto la testa per scacciarlo e lui vola via dal mio viso, ma senza scappare. Così riesco a capire di cosa si tratta.

Una farfalla.

Perché un essere tanto delicato si trova tra gli orrori della guerra?

Non è il posto per te questo, piccola creatura. Scappa tu che ne hai la possibilità.

Ma lei continua con il suo ballo, ignara dei pericoli che corre.

Sbatte le sue ali di velluto, balzellando in tutte le direzioni, come una bambina che saltella per i campi.

Il suo bianco immacolato è in contrasto assoluto col colore scuro del sangue che si trova tutto intorno.

Cosa sei, piccola creatura? Forse una fata venuta a raccogliere la mia anima stanca?

Bella farfalla, in fondo a te tocca un destino molto più crudele del mio: vivi la maggior parte della tua esistenza da bruco, in attesa di quella magica metamorfosi che ti trasformerà nella più meravigliosa delle creature, ma una volta indossate le più belle ali, sei destinata a perire in un solo giorno, un solo unico giorno, come in un patto fatto col diavolo per essere la più ammirata e venerata.

E mai ti lamenti di questa sorte, mai ne sei insoddisfatta perché sfrutti tutto il tempo che hai al meglio per non sprecare nemmeno un secondo.

Io sono esattamente come te: la mia metamorfosi si è appena compiuta e mi sono trasformato in farfalla, pronto a vivere i momenti migliori della mia esistenza, ma troppo presto devo rinunciare a ciò che mi è stato regalato e, a differenza tua, io non sono pronto a privarmi del dono che madre natura mi ha fatto.

Perché devo abbandonare il mondo proprio quando sto cominciando a scoprirlo? Perché devo rinunciare ad una vita che nemmeno ho iniziato ad assaporare?

È talmente meschino illudere di un futuro che mai diventerà presente!

Oh ti prego, angelo del cielo, benedici la mia anima e portami via con te. Poni fine a questa pena, fai tacere il mio rimpianto.

La farfalla si fa vicina al mio viso e mi cosparge il volto di polvere di stelle argentata.

E con quei morbidi petali di giglio che mi volteggiano davanti, mi immergo in un bianco ancora più abbagliante.