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L'angolo dello scrittore

Attenzione a non fare dell’hacker una vittima

Avvenire 12/03/2010 di Marina Calculli

Se a qualcuno può essere apparsa pletorica l’evocazione dell’«11 settembre della diplomazia» con cui il ministro Frattini ha stigmatizzato la pubblicazione da parte di Wikileaks degli oltre 250.000 documenti risucchiati dai circuiti del Dipartimento di Stato americano, il paragone con lo storico attacco alle Twin Towers a noi sembra in realtà molto più che pertinente.

L’11 settembre 2001, infatti, l’ordine mondiale assunse una nuova morfologia non solo per le eclatanti proporzioni dell’atto terroristico mosso da al-Qaeda contro gli Stati Uniti, quanto per l’aver sancito l’assurgere di un attore non statale – seppur privo di legittimità – al rango dei regolatori delle relazioni internazionali. Fino a quel momento, infatti, eravamo abituati a pensare che le uniche en-Stità dotate dell’esclusivo privilegio di far parte del sistema internazionale fossero gli Stati – i soli che, in altri termini, in virtù della loro sovranità, potevano decidere della pace o della guerra. L’attacco al World Trade Center di New York, invece, ci indusse in un sol giorno a prendere atto del fatto che anche un gruppo terroristico poteva dichiarare guerra a uno Stato e, volenti o nolenti, avremmo dovuto conteggiarlo tra gli attori in grado di influire sulle relazioni internazionali. La pubblicazione dei documenti che Wikileaks ha sfilato al governo americano e che rischiano di far saltare i rapporti diplomatici tra gli Stati Uniti e mezzo mondo, in termini strutturali fa esattamente il paio con l’attacco di al-Qaeda alle Torri gemelle. Si tratta, infatti, dell’inaspettata intrusione di un nuovo attore nel circolo di coloro che fino ad ora ritenevamo gli unici legittimi regolatori delle sorti del mondo.

Nel caso di Wikileaks, però, siamo in presenza di un ulteriore elemento, che si presenta tanto nuovo quanto destabilizzante: mentre, infatti, la minaccia di al-Qaeda alla sicurezza nazionale statunitense, insieme al suo linguaggio e alle sue modalità d’azione, si colloca in un contesto esterno rispetto alle democrazie, l’atto dell’organizzazione si declina ossequiosamente entro i confini dei paradigmi democratici, incarnando il ruolo di hostis inconsueto, dal momento che il suo fine si risolve né più né meno che in un’ortodossa e plateale riaffermazione dei principi e dei valori liberali. L’effetto sortito, dunque, non è solo quello di mettere l’Amministrazione americana in uno stato di imbarazzo rispetto alla comunità internazionale, ma di relegarla in una condizione di impasse, in quanto una reazione arrogante sarebbe contraddittoria rispetto a pilastri della democrazia, quali la libertà d’opinione e la trasparenza dell’attività governativa.

Il pesante attacco cibernetico subito dal sito di Wikileaks, volto a impedire l’accesso al database con i documenti, proprio intorno all’ora in cui si attendeva la pubblicazione delle scottanti carte, ha infatti immediatamente suscitato l’accusa nei confronti degli Stati Uniti di comportarsi da regime illiberale. Così come appare singolare la tempestività con cui Assange è stato raggiunto da un mandato di cattura internazionale per un’accusa di stupro emersa in concomitanza con le rivelazioni scottanti operate dal suo sito. E per quanto lo stato d’ansia sia comprensibile, sarà bene che l’Amministrazione Usa faccia uno sforzo di cautela nel prendere le contromisure. Perché, se in realtà non avevamo bisogno di Wikileaks per comprendere che la cifra della costruzione della politica estera americana fosse la realpolitik e che la mitezza obamiana non rappresentasse di certo una frattura nella tradizione dei presidenti americani, non sarebbe tuttavia ammissibile agli occhi di nessuno che la reazione statunitense venisse declinata nello scarto tra valori identitari e pragmatismo. Se così fosse, infatti, ne risulterebbe un duplice effetto: da un lato il mondo non democratico acquisterebbe a buon mercato una schiacciante controbattuta rispetto alla ricorrente pretesa della democrazia di essere il regime “più degno”, mostrando quanto in realtà, nella prassi, democrazie e autoritarismi si assomigliano; dall’altro – e cosa ancor peggiore – ci troveremmo di fronte a una inestimabile messa in crisi dell’apparato valoriale con cui all’interno delle democrazie stesse gli individui sono soliti codificare l’organizzazione liberale della loro società. E tutto questo, per di più, nel contesto di un mondo che già si sente sempre meno “americano”.

Un’inaspettata intrusione nel circolo di coloro che fino a oggi decidevano Si rischia l’accusa nei confronti degli Stati Uniti di comportarsi in modo illiberale.