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I racconti del Premio letterario Energheia

Arborea e Sabuloso di Giulia Funiciello_Roma

_Racconto finalista Premio Energheia 2018

Via Nazionale le si presentava davanti affollata come sempre. Buffo. Era la prima volta che vedeva quella strada, ma non poteva sapere che “era sempre affollata” e non poteva nemmeno sapere che quel via vai di gente, i turisti e gli stessi abitanti di Roma, affollasse quella via ogni giorno. Buffo perchè era la prima volta che vedeva così tanta gente…invece no! Tantissimi anni prima, quando aveva appena iniziato le elementari, era stata in un parco giochi affollatissimo. Correva lungo la via scrutandone ogni singolo centimetro, così affollata e claustrofobica; però, guardando con più attenzione il suo modo di correre, si poteva notare anche un’andatura simile alla fuga.

Fu fortunata: era carnevale. Indossava abiti non usuali allo stile umano. Iniziava da sotto le clavicole quello che noi umani civilizzati definiremmo un vestito; si trattava di un corsetto in legno che metteva in risalto il suo fisico praticamente perfetto…quella corteccia, però, era parte di lei, era la sua pelle. Alla fine del corsetto, all’altezza dei fianchi, iniziava una gonna color verde erba composta da foglie, fiori e liane che decoravano la gonna che arrivava poco sotto le ginocchia. Le sue gambe erano fatte di corteccia, ma in modo da sembrare stivali; stessa cosa per gli avambracci e le mani. I capelli invece erano composti da due strati: sotto lunghi rami non rigidi e sopra, attaccati ai rami, sottili foglie color smeraldo. In primavera quella capigliatura era uno spettacolo poichè lasciava sbocciare fiori meravigliosi. Sembrava davvero una maschera di carnevale, eppure nessuno la degnò di uno sguardo.

Quello che per ora si può sapere su di lei è il suo nome, o meglio, il nome che le aveva dato quell’uomo dopo averla strappata ai suoi genitori proprio in quel parco affollato: Arborea. Il giorno in cui quell’uomo la portò via con sé era tranquillo e sereno: il cielo era limpido con qualche piccola nuvola sparsa e un gradevole profumo di primavera. Lei aveva sei anni e, con i suoi genitori, era andata in quel parco per partecipare ad una festa. Vide di tutto: clown, maghi, animatori e quell’artista con le bolle di sapone. Iniziò tutto lì. Camminava spensierata, osservando tutta quella magia e, all’improvviso, vide quel signore che faceva delle bolle di sapone enormi: com’erano belle! Lasciò la mano di sua madre e rimase a guardarlo finchè non finì il suo spettacolo ed era ormai era troppo tardi. Aveva smarrito i genitori e una bambina piccola come lei non sarebbe mai riuscita a trovarli in un parco così grande. Arrivò quindi quell’uomo con in braccio un bambino che era di un solo anno più piccolo di lei. I capelli erano biondi e ricci, sembravano più un cespuglio che una capigliatura; sorrideva. L’uomo la prese per mano e anche lei sorrise perchè le aveva promesso che l’avrebbe aiutata a cercare la sua mamma e il suo papà. Non andò così. L’uomo aveva mentito a dei bambini ignari del fatto che non avrebbero mai più rivisto i loro genitori. Li portò dentro un enorme laboratorio da dove non sarebbero più usciti…almeno fino a questo momento. Quell’individuo credeva di avere un’intelligenza superiore e iniettò nei due uno strano intruglio fatto di chissà quale sostanza sperimentale. Il loro aspetto cambiò nel giro di un mese per una mutazione genetica causata dall’iniezione: la piccola divenne come è stato descritto e la costituzione fisica del piccolo diventò interamente fatta di sabbia. Fu così che lo scienziato diede loro una vita nuova di cui non avevano bisogno e lo stesso per i loro nuovi nomi.

Esperimenti 54-55: Arborea e Sabuloso. Sperimentazione fallita.

Torniamo ora ad osservare l’Arborea fuggitiva su via Nazionale. Non si era ancora arresa: stava ancora correndo. Si sedette sulle scale di un enorme palazzo che chi abita a Roma sa essere Palazzo delle Esposizioni. Rimase seduta a riflettere su come ritrovare Sabuloso. Non si sentiva affatto al sicuro e percepiva sopra di lei la presenza di quell’uomo come se lei fosse la marionetta e lui il burattinaio. Poi tutto lo scenario mutò, venne avvolto dal fumo e la visuale oscillò come l’acqua di un lago dopo il lancio di un sasso. Quando tutto tornò alla normalità si ritrovò dentro un fittissimo bosco avvolto dalla nebbia che rendeva la visuale limitata e perfetta per un film dell’orrore. “Alla faccia della normalità” pensò. Chissà perchè lo pensò, dopotutto non poteva sapere che quello che le stava capitando non accadeva tutti i giorni, non poteva sapere che una “scena” simile la si poteva ritrovare dentro un film dell’orrore. Quante cose ignorava di sapere! Sapeva leggere, sapeva che quella via era sempre affollata, sapeva che avrebbe riconosciuto la sua situazione dentro un film horror. Perchè? Come faceva a sapere tutto questo se il suo unico pensiero era quello di trovare il suo amico? Tutte le sue riflessioni sgusciavano via dal suo subconscio e strisciavano lungo lo sfondo dei suoi pensieri finalmente liberi dopo quindici anni di prigionia. Arborea si rese conto di essere stata prigioniera e che era finalmente lontana da quel luogo opprimente, nonostante ciò continuava a provare una strana sensazione che chiamò paura.

Anche Sabuloso non se la passava troppo bene: mimetizzandosi con la terra e spostandosi grazie alle correnti d’aria girava nei parchi di Roma imbattendosi in qualche avventura che spesso consisteva nello sporcarsi con gli escrementi dei cani. Sicuramente aveva trascorso giorni migliori. Riprese le sue sembianze umane e si sedette sotto un albero ripercorrendo con il pensiero gli ultimi trenta minuti: per una distrazione la porta del laboratorio era rimasta aperta e loro due, senza neanche pensarci su, erano fuggiti via correndo a tutta velocità finendo col perdersi di vista dopo una decina di minuti. L’ultima cosa che lui le aveva detto era stata “Ti ritroverò, te lo prometto!”. Sabuloso guardò alcuni bambini giocare con i loro genitori e ricordò una coppia di adulti che si prendeva cura di lui. Apparve nella sua mente proprio l’immagine di quei signori che erano stati tanto gentili con lui; tuttavia non li riconobbe e non capì che quello era il ricordo dei suoi genitori. Improvvisamente quella strana nebbia raggiunse anche lui e così si ritrovò in mezzo ad un bosco con poca visibilità; non sapendo come comportarsi, si incamminò per la prima via percorribile.

Nel frattempo Arborea camminava a vuoto nel bosco e stava chiedendosi come scrollarsi di dosso la paura. Cosa avrebbe dovuto fare? Cosa avrebbe dovuto fare in una qualsiasi altra situazione?

Sabuloso alzò lo sguardo e in fondo alla strada vide un’alta e slanciata figura con un inconfondibile capigliatura cespugliosa in testa: lo avrebbe riconosciuto ovunque. Si riunirono come se fossero stati le due parti separate dell’anima nel mito di Platone. Mano nella mano fecero per allontanarsi, ma in un battito di ciglia furono di nuovo dentro il laboratorio, dentro quella prigione, dentro quell’inferno creato su misura per loro. Si resero conto di aver sempre detestato quel posto e si ricordarono perchè erano scappati via. Si resero conto di essere diversi e dei problemi causati dalla loro diversità per esempio…per esempio non essere più umani da molto, troppo tempo, tanto da essersi dimenticati di cosa volesse dire provare emozioni. Tuttavia, non si resero conto dell’unica cosa che avrebbe risparmiato loro molta sofferenza: indipendenti da lui, ora erano inutili; lui li avrebbe uccisi per puro sadismo andando a cercare in seguito altri soggetti per i suoi esperimenti senza senso. Li sorprese alle spalle con una violenza non riconducibile a quell’uomo che una volta era stato tanto dolce e paterno. Catturò Arborea, la rinchiuse in una stanza e avviò il gas letale. Se lo scienziato pazzo era riuscito a sottomettere Arborea, Sabuloso si poteva manovrare come una marionetta e nessuno dei due avrebbe avuto scampo: le menti degli innamorati sono così sciocche! Avrebbe ucciso davanti ai suoi occhi l’unica persona che gli faceva provare uno strano senso di quiete e calore, l’unica persona che le era stata accanto in quei quindici anni. L’amore della sua vita ancora non riconosciuto come tale.

Bisogna dire, però, che allo scienziato era sfuggito un piccolo ma non insignificante dettaglio: Sabuloso non era semplicemente innamorato di Arborea, ne era completamente pazzo: guai a chi avesse osato anche solo sfiorarla! Avvertì il pericolo, prese una sedia, la lanciò contro quell’orrenda imitazione di essere umano e lo colpì in piena testa. Corse verso Arborea, sfondò la porta, la tirò subito fuori di lì e scapparono per sempre da quella casa. Si ritrovarono dentro a uno strano parco pieno di sassi allineati e di piccole casette vuote che chiamarono cimitero. C’era odore di primavera. Camminarono fino a raggiungere, davanti due sassi, due donne che tenevano per mano due bambini. Videro che uno dei due sassi, quello con la foto di una bambina, era coperto da radici.

A causa di una mente malata due bambini non avevano potuto iniziare a sperimentare quella faccenda che noi abbiamo chiamato vita.

Arborea starnutì e uno dei due bambini alzò lo sguardo senza però veder nulla. I due si allontanarono dalle due donne e camminarono fino ad arrivare, con le sembianze di due bambini, sopra un promontorio sul mare. Stettero un po’ seduti ad osservare quel magnifico tramonto davanti a loro e anche l’interminato mare arancione impreziosito dalle sfumature dipinte dal sole che scendeva lentamente abbracciato dalle onde. Lei divenne una robusta quercia, lui invece scese fino alla spiaggia passeggiando sulla sabbia. Accadde un fatto curioso. Infatti, se ci fossimo trovati lì proprio in quel momento, avremmo visto apparire delle curiose impronte, senza che qualcuno camminasse, che si sarebbero interrotte bruscamente.

Erano ancora ignari della verità.