Premio Energheia Cinema 2007 – Storiella zen di rose e caffè di Agostino Marra_San Severo(FG)

Storiella zen di rose e caffè di Agostino Marra_San Severo (FG)

Premio Energheia Cinema 2007
Miglior soggetto per la realizzazione di un cortometraggio

Bancone del bar, inizio della mattinata lavorativa. Al bancone vi sono i

clienti in attesa del loro caffè. Lei, la cameriera, in rapida sequenza, chiede

agli avventori: “Caffè liscio?”, gira la cialda nella macchinetta, serve le

tazzine di caffè. Tra gli avventori Lui, il protagonista; è dal suo punto di

vista che osserviamo gli eventi. Lei, fattagli la consueta domanda

(“Liscio?”), riprende nella preparazione dei caffè. Servito Lui, serve gli altri

clienti in quel momento al bancone. Lei si concede un attimo di tregua; è

molto bella, ma ha perennemente lo sguardo basso e l’aria pesante.
Fuori dal bar Lui è in compagnia di un amico, molto brillante. Questi:

“Sembra tu venga al bar come si vada ad una mostra. Fidati, cambia

quadro, quella è natura morta”.

Il giorno dopo, stessa ora, la scena al bancone si ripete. Lei strappa lo

scontrino, chiede “Liscio?”, con molta enfasi;  poi si volta per prepararlo.

La mano di Lei passa a Lui la tazzina.
Lui esce dal bar. Nell’atto di richiudere la porta, in prossimità dell’uscio del

bar, nota un vaso di rose. Sono tutte appassite, trascurate. La sua mano ne

coglie una.
Nei giorni seguenti quanto appena descritto si ripete. Lei chiede “Liscio?”,

prepara il caffè, la sua mano passa a Lui la tazzina. Lui, uscendo dal bar,

di volta in volta coglie una rosa.

Tempo dopo, al termine della giornata lavorativa, Lei con un’amica prende

la sua giacca da un appendiabiti. Escono dal bar, accendono una sigaretta.

L’amica osserva il vaso di fiori.
“Non ti pare manchi qualcosa nel vaso?”
Lei: “A parte dei fiori decenti?”
“Sembra ci siano meno rose”
Lei si piega sulle rose, le conta. Sono una dozzina.

Il giorno seguente, prima mattinata lavorativa. La solita  tazzina passa

dalla mano di Lei a quella di Lui; Lui, appena uscito dal bar, si china a

cogliere  una delle rose rimaste.
A fine giornata Lei raccoglie la giacca ed esce. Si ferma a guardare le rose.

Con aria seccata estrae un bigliettino e una penna dalla borsetta. Scrive:

“Non è poesia rubare le rose”. Lascia quindi il bigliettino nel vaso.
 

Sono trascorsi un po’ di giorni, è tarda mattinata. Al bancone non c’è

nessun altro salvo Lui. Lei sta finendo di lavare le tazzine, si asciuga le

mani con uno strofinaccio poggiato lì, gli si avvicina.
Lei: “Non sei passato al solito orario di tutti i giorni, da due anni, o

sbaglio?”
Lui: “E tu non hai fatto la solita domanda di tutti i giorni, da due anni…”
Lei, con tono provocatore: “Che meraviglia, dunque parli!”
Lui,  con tono scherzoso: “Sì. E tu invece osservi…”
Lei, per la prima volta, è molto più sciolta in volto. Si direbbe quasi vi

abbia dipinto un sorriso. Il suo sguardo è alto, lo fissa. Per la prima volta

lo osserva. Nel volgere di qualche secondo, il suo sorriso muta in

un’espressione curiosa: “Già vai via?! Neanche ci siamo presentati!”
Lui, diretto verso l’uscio: “Ti sbagli. Lo abbiamo appena fatto. Arrivederci”

Alcune ore dopo, finito di lavorare, Lei chiude a chiave il bar. Nello girarsi

in direzione delle rose, rimane come bloccata. Le rose stavolta sono tante,

e belle rigogliose. Sotto c’è un bigliettino. Lei lo legge.

Non è il nome dei fiori a renderle rose, ma sollevare gli occhi a guardarle
Antico proverbio zen

 

 

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