I brevissimi 2006 – In bocca al serpente di Sonia Garziera_Como

anno 2006 (Le quattro virtù cardinali – La temperanza)
Menzione della redazione de “La Gazzetta del Mezzogiorno”

 

Le suore ci insegnavano a stare alla larga dalle tentazioni e a essere

virtuose. La virtù importante, dicevano, era la temperanza. Avevano

spiegato e rispiegato che cosa fosse, perché non era facile comprenderne il

significato. Non si trattava di un divieto. Bisognava imparare a non

eccedere, a essere modesti nel fare e nell’agire, nelle scelte e nei modi.
Tornavo a casa animata dalle migliori intenzioni e cercavo di capire che

cosa era il male. Da che cosa dovevo guardarmi? Il cibo. Il sesso. Nella

mia vita non c era niente di tutto questo. Il cibo sì ma era impossibile non

essere virtuosi con le cose che cucinava mia madre. Il sesso? Non sapevo

che cosa fosse. Piacevo agli adulti, agli anziani, meno ai ragazzi.
Ne conobbi uno a scuola. Mi guardava con insistenza e quando si avvicinò

fui ammaliata. Quando la sua mano strisciò alla mia gamba, mi sentii

fremere. Fu come se il fuoco mi avesse avvolto. Volevo bruciare. Terribili

sensi di colpa mi perseguitarono per mesi. Non avevo il coraggio di

confessare ciò che avevo fatto. Mi ero lasciata accarezzare! Da quel

ragazzo, di cui non sapevo neanche il nome! Dappertutto! Decisi di parlare

con suor Maria. Iniziare fu difficilissimo. Dissi che avevo capito i suoi

insegnamenti e sapevo che non bisognava eccedere. Ma quali erano i

limiti? Che cosa voleva dire eccedere? La sua spiegazione fu lunga e

noiosa. Tommaso d’Aquino, la morale, i peccati, non ricordo. Avevo le

orecchie come piene di ovatta. Volevo solo sapere se avevo superato il

limite e di quanto. Volevo sapere se sarei stata dannata per sempre. Allora

mi decisi e dissi che un ragazzo mi aveva toccata. Dappertutto aggiunsi,

quando capii che la suora non aveva afferrato. Fui tirata in disparte.

Chiamarono il prete. Quando vidi la sua tonaca nera credetti di non farcela.

Fu una specie di processo con tanto di assoluzione e cinquanta Ave Maria

da recitare in ginocchio come ammenda. Ero salva.
Cominciai a seguire come un ombra suor Maria. Mi nascondevo per spiarla.

Scoprii che digiunava. Volevo essere come lei, che conosceva i confini tra

il bene e il male. Vidi che entrava nel magazzino. Tutti i giorni ne usciva

con un aria beata. Là era anche la dispensa. Un giorno mi infilai nell’atrio

buio, col cuore che batteva all’ impazzata. C era silenzio, come in chiesa,

pensai, ma all’improvviso sentii un verso di animale che mi fece

sobbalzare. Avevo paura, ma la curiosità mi spingeva ad andare avanti. Le

mie gambe cominciarono a marciare silenziose, uno-due, uno-due. Non

potevo fermarmi. Come quando la rana salta in bocca al serpente. Volevo

vedere.
E vidi. Sottane nere sollevate e una mano del prete sulla bocca della suora.

Uno-due, uno-due, fino alla porta. La mia colpa giudicata da una

peccatrice! Uno-due, uno-due, fuori in cortile. La mia colpa assolta da un

peccatore! Uno-due, fino alla chiesa. Poi le gambe si fermarono e caddi in

ginocchio sulla panca dove avevo espiato la mia colpa con la penitenza.
Non sapevo per cosa pregare. La porta si aprì vidi suor Maria entrare. Lei

non mi vide e si inginocchiò allora capii.
Di nuovo verso casa. Chi ero io per essere migliore? Cercai il ragazzo nei

corridoi della scuola. C’era un posto sotto un ponte dove nessuno andava

mai. Andammo lì perché non sapevamo dove andare. Sollevai io la gonna.

Adesso ero sicura di essere nel peccato. Non avevo bisogno di conferme,

non avrei chiesto ad altri l’assoluzione. Gli incontri al ponte divennero un

abitudine. Tornavo a casa espiavo la mia colpa. Ero sporca e dovevo

pulirmi. Di dentro, intendo. Digiunavo. La purezza parte dalla pulizia del

corpo. Raccoglievo erbe amare che masticavo fino a vomitare. In chiesa

recitavo le preghiere finché mi facevano male le ginocchia. Facevo

penitenza, sapendo che avrei continuato a eccedere. Ero felice.