I brevissimi 2005 – Il Sesto Senso di Riccardo Corsetto_Roma

anno 2005 (Il sesto senso)

Il timore di lasciarla dopo un milione di ti amo divenne codardia. E negli

animi sensibili l’incapacità di ferire è più dolorosa dell’abbandono:

nemmeno la commiserazione di se stessi c’è a mitigare lo strazio di chi

vorrebbe abbandonare, ma non è capace.
Si guardò nello specchio col desiderio d’insultare la sua natura irresoluta,

che lo rendeva inetto alle possibilità, alle beate dannazioni, di testimoniare

il male. Non poteva essere il carnefice, lui! Predestinati della via di mezzo

subiscono l’inderogabilità degli altrui giudizi immolandosi su Golgota rotti

di silenzio. Crocifissioni alla propria natura sofferte dentro.
E la bontà è da sempre  l’ideal pasto di chi al cuore non resiste perché al

cuor non si comanda!
– Ma adesso basta!- gridò all’uomo nello specchio. -Adesso vai da lei e le

dici chiaro e tondo…-
Un passo avanti era fatto, come adolescenti che si preparano la parte

prima di dichiararla al mondo con coraggio; già godono i trionfi prima di

ottenerli.
Provò allora a cimentarsi nell’esercizio di rinnegare i bei ricordi; di

oltraggiare col disprezzo le diapositive più dolci della memoria. Lei non

doveva più essere, nemmeno nella mente; spazzata via dal vissuto

dell’esperienza con la malvagità sprezzante, biologica, della mantide

religiosa.
L’oblio totale della sua presenza doveva avvenire senza lasciar spazi per

nessuna nostalgia; ché, come il  Nietzsche scrisse, l’assassinio non si

compie se non con il sorriso.
Il cinismo coattamente implorato gli strappava via il profumo dei capelli di

lei come una madeleine mai odorata; le sue dita fu come non avessero mai

intrecciato le affusolate diafane di lei come shanghai unici di una

passionale energia, come mai contemplata; gli orgasmi, il respiro di lei

nelle notti umide di agosti insonni, non c’era niente e nessuno potesse

testimoniarli.
Tutto perduto per lobotomia auto-indotta.
Non è forse l’amore una febbre da cui ci si libera sempre con un atto di

forza? In un caso e nell’altro!
S’accese d’ira immensa, affettata forse oltre quanto intensa; e avviluppata

l’anima non poté che rendersene schiava con sussiego.
Finalmente fu cattivo. E nulla in quel momento avrebbe potuto

commuovere i suoi nervi; la coscienza sentì impermeabile a qualunque

debolezza, e il rimorso non avrebbe potuto trovare asilo, in quel frangente

di malvagità sublime. Spalancò i cassetti alla ricerca di qualunque oggetto

di lei non avesse ancora distrutto; le fotografie superstiti prese a strappare

con la foga di un indemoniato; poi s’avvide che la malvagità più autentica

è quella che si perpetra con freddezza. Allora con gaudio appena segnato

sul volto continuò a strappare l’immagine di lei in tanti frammenti; sempre

di più piccoli ne faceva, come avesse voluto giungere a scinderne l’atomo

dell’esistenza. Sezionare quelle testimonianze di un amore in inconcepibili

pezzetti da impedirne a chicchessia la ricomposizione. Non un demiurgo

restauratore avrebbe potuto riportare l’unità di ciò che in una mente fredda

non era più, e in modo tale da non esser mai stato.
Convinto quasi di aver trionfato sulla vecchia natura godé per poco

l’adrenalina della nuova.
Già una punta di rammaricò s’insinuo nel petto, e lì s’accorse di come

l’anima serbi a se la vita non soltanto con gli strumenti cibernetici della

psiche, ma pure con l’innato senso magico del cuore:  poteva dimenticare

tutto, sradicare come ortica insana qualunque immagine dalla memoria,

ma non poteva rovistarsi dentro a saccheggiare i sentimenti nel battito del

cuore senza quindi provocarsi infarto. Poteva cancellarla a patto che

scegliesse di morire. Già l’idea infausta agitava il pericardio, e la

palpitazione accelerava riportando in superficie sensazioni ineliminabili;

come dal limo riemergono reperti di aure civiltà, possono nascondersi col

trucco del tempo i fasti o gli orrori del passato, ma essi sempre giacciono

sotto di noi. Dentro di noi.
Lo specchio lo sorprese nuovamente in se; imbambolato, timido come

invero era. Si scrutò da illuso, compiaciuto d’esser stato cinico una volta

almeno.
Il telefono squillò.
– È finita. Non sento d’amarti come meriti.

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