I brevissimi 2004 – Il volo fermo di Vito Clemente_Matera

anno 2004 (I sensi – Sapori)

La campagna intorno arde della luce corposa del tardo pomeriggio, in

questo settembre che ancora trattiene tra le mani i residui dell’estate. Tutto

era cominciato con quel numero sul cellulare; un numero che avevo quasi

dimenticato sotto la patina del tempo. Poi la voce di mia zia, lenta e

rassegnata. Le quotazioni del Nasdaq avevano continuato a scorrere,

imperturbabili, sul mio computer, ma la mia mente si era fermata.
Che strano era stato ascoltare quelle parole; non riuscivo ad associare

l’idea della morte a mio nonno. Come un vecchio motore, fermo da tempo,

il mio passato si era rimesso in moto lentamente, prima rumoreggiando,

poi tossendo ed infine salendo piano di giri riscaldandosi.
Riesco ad immaginare quel corteo lento, tra le case bianche di calce,

mentre parcheggio l’auto vicino al piccolo orto, a ridosso della vecchia

casa di campagna. Le corone di pomodorini appese ai chiodi, sulle pareti,

sembrano ghirlande di festoni lasciati per il mio ritorno. Lui, di certo,

avrebbe immaginato che sarei venuto qui. I vecchi attrezzi sparsi intorno,

sembrano essersi arresi alla ruggine ruvida che li ha tenacemente

corteggiati per anni; il forcone poggiato alla parete, ancora tenuto insieme

dal filo di ferro intrecciato con cui fu riparato, mentre i rottami della

vecchia Fiat 600, poggiati su quattro mattoni in tufo, biancheggiano al

sole, come ossa di balene. Una lucertola mi passa tra le gambe e si infila

tra le pietre del muretto a secco che il tempo ha lentamente sgretolato;

solo vent’anni ci avrebbe rimesso la cosa, penso sorridendo.
L’aria pulita mi dà le vertigini, mentre il profumo della campagna, risveglia

sensazioni sopite. Quegli odori ne associano altri: quello di terra ed erba

delle mani di mio nonno e quello del pelo nero del vecchio mulo Stalin. Lo

aveva chiamato così perché dispettoso; era impossibile fargli fare ciò che

non voleva e perché calciava da matti. Ricordo ancora le sue lacrime

ingoiate di nascosto, quando Stalin si ammalò e fu necessario abbatterlo

per non farlo soffrire. Vedo da lontano la piccola vigna stracolma di

grappoli neri, seminascosti tra le foglie ormai ingiallite.
Mi sembra di sentire, nella bocca, il sapore dolce di quell’uva, mentre mi

rivedo nel gesto semplice di staccare i chicchi dal grappolo ancora appeso.

Quanti anni saranno che non lo faccio? Perché sono passati tanti anni?

Comincio a camminare verso la vigna e la terra fragile e polverosa si

insinua nelle scarpe, e quel contatto mi ridona tutta la semplicità delle

cose, mentre raggiungo i primi filari.
Stacco uno dei grappoli e ne accarezzo i chicchi; poi ne prendo uno e lo

introduco nella bocca, senza spremerlo. Ne sfioro piano, con la lingua, la

superficie liscia e regolare, e poi, chiudendo gli occhi, lo schiaccio

assaporandone, con lentezza, tutta la sua dolcezza. Il succo che scende

lungo la gola, scioglie il groviglio di tensione nello stomaco, ed è come

immergermi, nuovamente, in un liquido amniotico che mi dà la sensazione

di rinascere. Ne mangio ancora, e poi ancora; lo faccio con voracità, con

gusto, staccando chicchi da grappoli diversi, ancora appesi, in un vortice

di sensazioni che riemergono.
Le mie mani e la mia faccia sono sporche, ma dentro che mi sento pulito.

Quando sono ormai sazio e sto tornando verso l’auto, insieme al mio

passato, alzo lo sguardo e vedo un falco grillaio che sembra imbalsamato

nel cielo. Resto a guardare lo spettacolo incredibile di quel volo fermo,

superbo e leggero; quella capacità di giocare con le correnti e con i venti,

di sentirli e di assecondarli, di farsi sostenere e di lasciarli scorrere.
Sembra che mi guardi quel falco, mentre ne seguo, ammirato, l’immobile

evoluzione; sembra quasi volermi dire che la gioia di vivere sta nelle

piccole cose, che non c’è bisogno di andare veloci per volare, e che è

necessario, a volte, lasciare che le cose e le persone accanto scorrano,

perché il loro scorrere aiuta a sostenere il nostro volo.