I brevissimi 2002 – Diario minimo di Vincenzo Corraro_Senise(PZ)

anno 2002 (I sensi – I suoni)

E adesso devo prendere coscienza della poca vita che mi resta. Buttata così

immagino non dica assolutamente niente. Se provassi a lasciarla su un

bigliettino in mezzo ai libri di mio padre con il tratto tremante e

l’inchiostro indebolito dal sudore, sarebbe invece inquietante, definitiva.

Quando si dice decontestualizzare i concetti. Ma ho questo vizio maledetto

di tenermi tutto dentro, magari mi costruisco mondi infiniti, sporte di

pensieri diafani che si adattano a tutto, come se fossi bio-adesiva e allora,

se mi trovo in mezzo (agli uomini, intendo), non riesco a reagire e con i

codici che il Misericordioso mi ha affidato per esplorare il prossimo, sono

sempre inefficiente, sterile.
Da Kabul a Khwaja sono cento chilometri. Io li ho fatti a piedi, i

guerriglieri sono muslim cari, se gli dici che sei la felicità nuda che si fa

toccare, un anticipo di paradiso da prendere alle spalle con la forza e col

canto, sbattuta in terra sabbia e catrame, prezzo acido e giusto della nuova

libertà, ti fanno passare, mangiare, anche lavare. Ti prendono col canto

dico bene.
Anche i carri armati entrano a Kabul con gli altoparlanti, gracchiando

voglia di vivere e corpi di femmine da scarnare sotto la ruvidezza di mani

o fucili è lo stesso, musica bandita dal regime che adesso risuona nelle

tende, tra tazze di tè fumante e figlie come me, col viso scoperto che

vengono per farsi moglie, per lavare i piedi al fratello più grande.
La terra che calca il piede d’ogni ignorante è il ricciolo d’una bella e la

guancia d’una creatura armata, cantano da noi. Ad Ahmad Zahir gli

mozzarono le mani perché non imbracciasse più il suo sitar quand’ero

piccola e un panno mi impediva di mostrare il mio neo sul labbro che io lo

so, che avrebbe piegato gli occhi dei figli afgani. Eppure versi così belli

solo nel Corano li ho trovati, ma loro li hanno cancellati, strappando

pagine, propinandoci quel compendio di falsità e silenzio che tutti sapete.
La mia religione parla di pace e giardini d’amore e basta. Anche di musica,

certo. Il suono è essenziale, veicola i sentimenti, facilita la preghiera, dice.

Noi non abbiamo appeso bandiere all’arrivo degli infedeli, ma danzato

sopra i carri armato, cacciato polvere coi plettri delle corde dei rubab,

esorcizzato paure al ritmo sfrenato dei nostri tamburi, nella baldoria

inguinale dei dervisci.
Nella tenda del ricco Jazir, dopo averlo addormentato, ho letto giornali. Il

mondo si è meravigliato: come, la fame? Il pericolo? Tanta povertà? E

ascoltano musica! Se è per questo ci sono i fratelli che si masturbano sotto

i banchi di Shor Bazar con le figurine di facce smaliziate e colli rubini che

vengono scambiate come mercanzia preziosa. Potete capire, mondo, come

la libertà da noi sia tutt’altro che una categoria inflazionata. Anzi, dietro le

colonne della legge, ha un prezzo così alto che misura giusto il peso di

una normale coscienza. Mediorientale. Perché ormai negli occhi del mio

popolo c’è la luce avida e dolente di possesso, non una luce a fori, a grate

e muta.
Ogni tenda, una festa. Ogni festa, dei musici e delle donne da amare al

suono clandestino del liuto. Allah capirà. Il cugino Omar vorrà maritarmi o

imbarcarmi nella stiva di qualche carretta. Presto, a Khwaja. Ma in quella

città non arriverò mai, mi ha già picchiato da piccola sui polsi, troppe

volte. La libertà qua da noi è sempre un suono sottile, un sibilo che scocca

da una mitraglia, rintrona per le moschee e fra i rapaci del deserto,

salmodia nell’orgasmo flautato del vecchio Jazir, anticipa spesso la polvere

asfissiante di una mina. Uno deve pensare alla musica che più l’avvicina al

Signore.
Per conto mio, non c’è scelta: i rancorosi soldati del mullah alla dogana mi

vedranno passare vestita bianca, col trucco e senza velo. Mirano al collo,

causa del vizio. Non è una bella scelta, padre. Ti chiedo solo la musica di

Ahmad Zahir se mi vorrete seppellire. Altrimenti lasciatemi là fuori, i figli

di Jazir, mi sanno amare. Beata la nazione il cui Dio è il Signore, padre.