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I racconti del Premio letterario Energheia

Andare_Martino Lo Cascio, Catania

_Racconto finalista ottava edizione Premio Energheia 2002.

 

“Si va […] ambivalente, signore della creazione e agente supremo di distruzione […] la devastazione nasconde il mistero della stessa rigenerazione. Si va, nell’annientare i mondi, feconda”.

Un passo in più sarebbe la fine. Un passo in meno e diventerei l’ombra mia, fantoccio trasparente. Vuoto e vetro anziché muscoli e slancio.

Da quanto tempo sto su questa strada?

Ho accettato di gareggiare perché non so fare altro, anche se ogni volta un filo di pentimento s’associa a questa fatica immane. Il percorso della mezza maratona è immutato ogni anno come un rituale antico, come una credenza incrollabile, una fede. Attraversa il borgo vecchio, l’anima del mio spazio: vedo la bottega dove mi perdo in chiacchiere con Pino – il pazzo del paese – vedo il circolo delle interminabili baruffe a biliardo e degli scontri politici feroci, vedo il barbiere dove ho imparato a fumare il sigaro ed il balcone dove sbircio, fra svolazzi di tessuti primaverili, le cosce languide della moglie del sindaco.

Ma… forse mi sto smarrendo. Prima del mio divagare nel ritmo binario assordante e quasi tribale delle falcate, la domanda che mi ponevo riguardava l’incapacità mia di stabilire da quanto tempo mi trovassi su quella via. Non ho risposte decenti.

Insisto comunque nella marcia. Le suole baciano l’asfalto come fosse la madre, lasciano orme come carezze sulle guance rugose.

(Tanti anni fa: “Corri, corri!!” così gridavi “Corri, salvati…!” e vedevo le tue mani agitarsi. Tremava tutto. I giornali lo chiamarono il terremoto in Irpinia. Per me un brivido percorse il corpo della terra).

Tra queste mura nuove, per queste strade, con questo vino nel sangue son cresciuto, venuto su dal nulla. Anche oggi corro.

Ritmo che incalza, ritmo che prende il cuore, ritmo che batte e sbatte nelle tempie. Spesso vorrei fermarmi, farla finita, abbandonarmi, scivolare nel tepore del già visto, del già noto.

Volare nell’oblio. E sempre mi trascina, invece, la fregola del rischio, della sfida estrema, dell’ignoto che m’invade.

Stamane tuta, scarpette, acqua sale limone e m’inghiotte la piazza, mi culla un vento che sferza come docile abbraccio.

Luce irpina. Luce irpina. Questa terra mi chiama.

Ora procedo mobile, leggero e guardo senza guardare intorno.

Il sole taglia il fiato e ho il respiro corto. Affannato. Mi tocco un fianco. Una fitta. I tessuti li sento pesanti adesso.

Sfianca questa marea di spazio ancora da percorrere. Ventuno per mille metri è persino duro e lungo da dire, da immaginare.

Un nodo nelle fibre che mai si scioglie. Sudo e ho l’estate in tutto il corpo. Quando sento questa febbre, mi ritorna tutto a galla. Tremava tutto, me lo ricordo e correvo. Bimbo, non capivo. Accoglievo quel gesto, quel moto delle terre come un gioco, un luna park stranito e repentino. Gridavano… “Scappa, sbrigati, piglia a tuo fratello, vedi dov’è il nonno, oh gesù, oh dio mio, il muro, il muro, oh gesù… (…)”. Anche adesso urlano.

Mi sfreccia il mondo ai bordi e sono felice.

L’altro giorno, tornando dall’allenamento quotidiano (un’ora e venti di corsa allo stadio) mi sono appisolato sul divano e ho fatto un sogno. Vedevo me mentre dormivo. Un boato mi svegliavo (in realtà stavo sognando di svegliarmi).

Era crollato l’intero intonaco di una stanza. Il resto del tetto poteva cadere in qualsiasi altro momento, in qualsiasi altra stanza, anche sulla mia testa. Architetti, vigili del fuoco, amministratore del palazzo diagnosticavano infiltrazioni d’acqua che rendevano pericolosi anche i soffitti, ormai gonfi, di altre camere. Così, aspettando i lavori, spostavo la roba nelle stanze più sicure. Eravamo in periodo di festa e nessuno poteva fare i lavori necessari. Io non avevo alcun parente, alcun amico che mi potesse ospitare. Durante i giorni successivi, crollarono un tetto dopo l’altro. Per fortuna erano sempre stanze dove in quel momento non mi trovavo. E però dovevo spostare tutta la roba e così si restringeva lo spazio abitabile, l’area che avevo a disposizione, il mondo protetto su cui sostare.

Rimaneva l’ultima stanza. Poi rovinò anche la gran parte di quell’intonaco. Mi ero ridotto all’angolo. Una vita in un angolo. Ero impaurito, desolato, solo. La casa era ormai un cumulo di macerie. Le mie cose distrutte. Tranne quelle che ero riuscito a salvare portandole con me negli spazi che via, via, occupavo. All’angolo lo sguardo, perso nel vuoto, si dislocava tra i calcinacci caduti e il tetto che fissavo anche per ore, cercando di anticipare e cogliere esattamente il momento del crollo ultimo, dell’estremo franare. Occhi contro muro e muro contro occhi. Secondi, minuti, ore. Ore. Una dimora che si estendeva in verticale con le poche robe ammassate. Ci guardavamo… Quel pezzo di periferia della mia casa, quel margine era adesso inquieto. Sentivo insieme prossimità e lontananza verso quella porzione di cielo artificiale. Ciò che mi aveva riparato mi era improvvisamente nemico principale.

Nel sogno mi trovarono dopo alcuni giorni con gli occhi sgranati, smunto, sporco.” A questo punto mi svegliai.

Da quel risveglio la sensazione di imminente pericolo, di insicurezza, di assenza di spazio mi opprime.

Mi sorpassano due atleti neri scagliati come saette. Io sono vento con una smorfia fuori ed un sorriso dentro. Sorrido al vento. Presto appartengo all’aria, al suo elemento. Se mi trapassa un ghigno di dolore e tutto il corpo implora resa e paresi m’adagio nella durezza della memoria. Nel palco dei ricordi la scena è chiara, irrevocabile, e impone d’andare ancora avanti, di trasformare il dolore. Quando sto per cedere, lì, nel fondo del baratro, al limite che la fisica prescrive, in quello stesso istante rinasce un impeto, il tempo della semina e dei raccolti, la vita che resiste e si rinnova.

Mi sorpassano due atleti neri straordinariamente prestanti.

Provocano uno sbalzo d’aria che mi dà sollievo. Voltandomi all’indietro inciampo su qualcosa. Deve essere un vecchio album fotografico e per poco non cado giù come una pera. E’ strano. Mi sento come il protagonista di un racconto, mi sembra di non essere vero, reale, materiale e questa fatica solo cartacea, mentale, immaginaria. Devo dire che ciò m’aiuta a insistere per questi colli.

Del resto è durato poco il ristoro. Eccomi di nuovo alle prese con la sensazione di perdere colpi, d’essere frammentario, inconsistente. Dal bordo della strada mi saluta un vecchio zio. M’incoraggia. Talvolta questi sguardi mi fanno perdere il ritmo, come se la costellazione di ricordi ed immagini possano guastare la giusta marcia che mi porterà all’arrivo, come se fossi una storia inframmezzata e claudicante, un racconto scosso da fastidiose interruzioni.

Tanto vicino alla morte. Tanto vicini.

In questo mio calvario ginnico ripenso al fatto che soffro di allucinazioni ipnagogiche. Nessuno scienziato ha ancora chiarito cosa siano effettivamente. Si comprende cosa succede nella sfera neurofisiologica ma si sconoscono motivi e significati.

Fatto sta che all’addormentamento, talvolta il mio corpo s’irrigidisce in una paralisi totale e la mente vaga in un universo perlopiù sonoro, pauroso. Nel tempo ho imparato a dominarlo, a farlo diventare meno caotico, ad arginarlo. Mi trasformo in uno stoccafisso che al contempo sa e non sa di essere in quello stato. Vivo al confine tra due mondi paralleli e non sto più da nessuna parte. Immobile, attendo che finisca la spiacevole sensazione di essere zona franca tra dimensioni che mai si toccano se non grazie al corpo di chi non può che accettare quell’imposizione.

Ma adesso quell’immobilità è solo acqua passata. C’è solo flusso in me, solo marcia dinamica e sportiva.

Corro, corro…

Mi succede spesso. Quando sono in gara e corro da tanto.

Al momento del travalicare il limite delle mie energie, smetto di essere storia. Adesso, infatti, sono geografia. Sono mappa e territorio, luoghi e forme. Non sono, però, esattamente ciò che vedo o sento. E’ trasfigurazione. Corro su una cartina con un itinerario che non è più quello innocente e puro ma è ormai personale, privato, assoggettato alla traiettoria delle traduzioni che io ne ho saputo fare. Astratto e pure concreto è questo spasmo doloroso. Sono chiodi che mi trafiggono da tutti i lati, un brulicare di rimorsi fisici, attanagliano la volontà in netto declino. Martelli e scalpelli picchiano sodo tra il cranio e il cervello, serpenti velenosi e insetti pungono nello spazio traverso di questa testaccia dura che ora dondola e barcolla, priva di zuccheri e ossigeno. La bocca cerca di aprirsi il più possibile per fare entrare il soffio che doni ancora ai muscoli un impeto vitale. I polmoni mi sembrano riempiti di calcestruzzo, otri gonfi d’acqua e privi d’elasticità ulteriore.

Quella che distingue i campioni dalle mezze calzette. Non m’arresto. Il cuore si rivolta e gira con deflagrazioni centrifughe.

Non c’entra nulla con la sede dell’amore, del sentimento, dei patimenti terreni. No. E’ un muscolo. E’ tessuto cardiaco.

Nient’altro. Sito di processi fisici e chimici. Pompa che conduce e scambia liquidi e gas. E’ l’analogo dei piedi che, piagati, sanguinano vistosamente come l’inguine sferzato dall’attrito di carni, sudori e mutande.

Immagini casualmente estratte da un album consunto.

Foto n.° 1: Bianchina ha le mani di zucchero. Tiene un uccellino stretto al petto e guarda da un’altra parte. Probabilmente lo scatto è stato fatto da un cugino svagato e alle prime armi con la macchina. Ha uno scialle nero sulle spalle e probabilmente è appena tornata dalla campagna. Si intravede del sudore ai lati del taglio duro degli occhi e i capelli nerissimi sono intrappolati da un fazzoletto variopinto, vengono giù come serpentelli vanitosi e involontari. L’avvinghiarsi al grazioso volatile è gioia per il rientro a casa, è pausa dal lavoro grave, è speranza di una serata calda, surrogato di baci a Pietro, garzone del forno che da qualche giorno la guarda con occhi avidi e dolci. E’ andato via da poco e lei per oggi non è riuscita a salutarlo. Dovrà aspettare domani. Forse. “Uccellino Pietro, Uccellino Pietro, fallo tornare indietro, tornare indietro” sembra mormorare. Sullo sfondo una stalla semiaperta con una specie di mangiatoia.

Non c’è più la stalla. Non c’è più Bianchina.

Foto n.° 2: A malapena si distinguono i contorni. Bisogna osservarla con attenzione, mettere a fuoco lentamente come quando al buio si aspetta qualche minuto per ritornare a vedere qualcosa. Pare che sia il gioco tra coni e bastoncelli nei meandri dell’occhio, una questione di proporzioni e abitudini.

Adesso si vede qualcosa e intuisco che si tratti dell’interno di una casa. Pietre, tavolacci, pentolone fumante sul focolare.

C’è un lenzuolo a mo’ di tenda che scorrendo su un laccio ipotizzo fungesse da separé ad una camera da letto matrimoniale, tanto improvvisata quanto permanente. Lenzuola che non impedivano sicuramente ai vagiti di crudo piacere di mescolarsi all’ansimare degli animali contigui. Era il sole accumulato nella giornata nei campi che si faceva turgido squarcio delle carni stanche.

Tutte queste foto le ho trovato mentre zappavo l’orto, in una cassetta. Rimasi così colpito che chiesi, successivamente, a tutti i paesani di regalarmi le loro vecchie immagini a colori e in bianco e nero. Ne ho migliaia. Quelle che mi affascinano di più sono quelle che ritraggono luoghi non più riconoscibili ma pur sempre del circondario e volti di cui nessuno ha più memoria, che guardano come affacciati da un altro mondo, da una paese svagato, svanito. Per me enigmi in carne e ossa.

A volte ho la sensazione che siano vivi, ancora intorno a noi, presenti in ogni nostra scelta, partecipi della visione quotidiana.

Il terremoto non ha fatto sconti. Ha preso ciò che voleva, ciò che doveva, ciò che poteva. Noi siamo le briciole.

Foto n.° 3: Sdraiati su un prato verde con la colazione al sacco, sparsa per la tovaglia a quadretti. Lei evidentemente incinta e lui vestito da bersagliere. La foto deve essere stata effettuata con l’autoscatto, il piano è leggermente inclinato come se la pietra su cui era poggiato l’apparecchio fosse sconnessa.

Guardano entrambi l’obiettivo mentre lui le poggia dolcemente una mano sulla spalla. L’obliquità dell’immagine li dispone come su uno scivolo; pare che stiano slittando verso un declivio lunghissimo. Turba e stranisce, così, la discrepanza tra quei sorrisi felici e colmi di futuro e l’aspetto di caduta rovinosa in cui compaiono. Quasi non s’accorgessero del baratro che li seduce o, al contrario, lo irridessero con sapienza di sciamano.

Li chiamerò Gianni e Silvia perché ho necessità di nominarli, anche se in modo fittizio, di dargli una forma verbale, un corpo di parola. Vesto la nudità di quelle voci perdute con abiti di nomi propri.

Sempre ho immaginato che fra loro fosse avvenuta questa conversazione:

Gianni, guardando in alto le nuvole, “Amore, ho una notizia per te”.

“Non darmela se è cattiva, amore mio, perché ora voglio essere felice”.

“Mi stanno trasferendo ad Avellino”.

Un lampo attraversa il viso di Silvia che non smette di abbracciarlo. Da due anni Gianni può vederlo solo per le licenze.

“Anche il bimbo è contento. Senti come scalcia e rotola…”

“Quando nascerà avrà suo padre accanto, te lo giuro, vita mia. È vero, senti come scalcia!! Sicuro che non sia invece impaurito, sembra che voglia scappare, come se stia per accadere qualcosa di terribile”.

“Scemo. Non vedi che è tutto suo padre. Corre sempre, persino nella pancia”.

E Gianni si fa avvolgere dal calore di quella rassicurazione, smette di pensare, innesca l’autoscatto sebbene una leggera e impercettibile perplessità rimane tra le pieghe del suo sentire.

Pigia il tasto e ha appena il tempo di sdraiarsi accanto a lei.

Vede la pietra scricchiolare, avverte un brusio emergere dall’erba, mentre uccelli spiccano repentini in volo.

“Sarà una peste, un terremoto. Come lo chiamiamo, amore?”

Foto n.° 4: Si tratta, in verità di una cartolina. No, meglio, è una foto che fu usata come cartolina. Se volessi descriverla, se solo fossi in grado e se ne avessi un reale e sincero interesse, così ne scriverei: Paesaggio notturno. Luna piena prende gran parte della scena, spadroneggia su un viottolo dirotto montano. La stradina sconnessa accenna una curvatura, al limite superiore della foto. A destra vi sono alberi fitti che si confondono tra loro nell’oscurità complessiva. Le fronde somigliano a macchie dense con piccoli e scarsi forellini da cui trapelano opache luci sommesse, giochi ottici debitori della potenza lunare. Si scorgono nella parte più in basso due occhi d’animale selvatico. Probabilmente una volpe. A sinistra non c’è nulla.

Terreno inutile, privo d’attributi sensibili. Zolle informi e senza voce.

Sulla stradina fangosa spiccano tre giovinotti in piedi, ognuno saldamente ancorato alla sua bicicletta. I tre ragazzoni sono vestiti pressoché allo stesso modo. Hanno in capo una paglietta chiara leggermente inclinata e impertinente e si assomigliano in misura incredibile. Probabilmente sono fratelli. Indossano un vestito elegante, un doppiopetto che sfila lungo i loro profili virili esposti con il busto in obliquo rispetto a chi li osserva munito dell’attrezzo che impressiona istanti in immagini durature. Non c’è nei loro sguardi e nelle loro labbra il minimo cenno di una parola da comporre, il segno tangibile di una volontà di comunicare qualcosa oltre la loro stessa presenza.

Non sono tristi ma neppure appaiono allegri. Sono padroni di quelle bici e di quella strada. Sono padroni e schiavi di quel loro momento.

Dietro la foto vi è un francobollo e un indirizzo:

 

Giuseppe Solimene

Michigan avenue, 9

Toronto Canada

 

Una scrittura levigata e sicura annota il messaggio inviato.

“caro papà

qui tutto bene e così speriamo di te e la mamma. Non vediamo l’ora di rivedervi. Come sta la nostra piccola sorella?

Ancora lontani nello spazio ma vicini a voi in un abbraccio eterno.

 

N.B. La lettera la scrisse Giovannino, il figlio laureato di Cosimo il farmacista, ma le parole furono nostre e nostre le lire del francobollo”.

 

Corro, corro…

Terra mia, sei la donna da riconquistare, nacchere i miei piedi che sbattono nell’antico gioco del corteggiamento. Danzo e ti strappo al rivale.

Tremavi tutta, tremavi nelle viscere, tremavi terra, tremavi in sussulti odiosi. Eri convulsa e scura. Tremavi terra e inghiottivi il grano. E sono io, ora, che nel tremore brucio con ruota fluida di passi. Ti sfioro. Trovo la forza in queste facce vere che intravedo. Occhi in cui mi perdo e racconti della mia gente raddoppiano il mio respiro. Amo questi luoghi che non si piegano al destino. Lo cambiano, semmai, con mani forti e al suono di tammorra trascorrono la notte e il cielo.

Corro ancora. Applausi e voci di speaker. Record e complimenti.

Io so che l’arrivo è solo illusione. Non vedo l’ora di rimettermi in marcia. Partire, ripartire, riprendere la strada.

L’arrivo è solo illusione.

Nessun bagaglio. Movimento puro.