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I racconti del Premio letterario Energheia

Al Bel Danubio Blu_Laura Costa Damarco, Torino

_Racconto finalista quarta edizione Premio Energheia 1998.

 

“Il Bel Danubio Blu”, il battello ancorato sul Danubio nei pressi della Statsplatz, cominciava ad animarsi verso le 20.30 di quel venerdì di fine agosto. I primi turisti arrivavano alla spicciolata, un po’ esitanti sulla passerella pur solidamente ancorata alla banchina: coppie di sposi in viaggio di nozze, amanti uniti per una breve vacanza, famiglie piccolo borghesi con i figli adolescenti, donne di mezza età a gruppi di due o tre amiche, fresche di parrucchiere, con vistose camicette acquistate durante lo shopping al centro. Tutta gente un po’ spaesata, ansiosa di vivere senza dispendio una serata viennese, rassicurata dalla somma di 130 scellini che garantiva uno spettacolo di musiche e balli sul battello, coppa di vino bianco compresa nel prezzo.

L’interno era sistemato in modo gradevole: le luci rosate sui tavolini di marmo ben lustro, gli oblò tersi, i comodi divani semicircolari intorno alla piccola pista da ballo, il podio per l’orchestrina di quattro elementi dinanzi ad un fondale color pastello, riproducente una stampa ottocentesca.

Il brusio degli ospiti andava crescendo, quando cominciarono a giungere le comitive dei viaggi organizzati. Primi i giapponesi, impettiti nei loro abiti europei, compatti, silenziosi, sorridenti in una rigida fissità; poi i tedeschi, sbracati e gioviali, insieme con le loro donne traboccanti nei dindlers colorati; poi ancora un gruppo di ungheresi, scialbi e taciturni; infine due comitive di italiani rumorosi e ridanciani, controllati da un accompagnatore visibilmente teso e preoccupato per la loro esuberanza.

Mentre le cameriere in camicetta bianca e sottana nera giravano fra i tavolini con i vassoi carichi di calici con il vino, giunsero le ragazze dell’orchestra, due esili brunette dall’espressione rassegnata: sedettero silenziose ai loro posti, la prima alla pianola, la seconda più indietro, il violino tra le braccia. Il violoncellista, con aria vacua, intento a stuzzicarsi una narice, le raggiunse strascicando i piedi e cominciò ad accordare con sussiego il suo strumento.

Il brusio e le risatine soffocate aumentavano di volume, punteggiate da esclamazioni festose e scoppi di risa irrefrenabili.

Era il momento, per Stépàn, di entrare in scena. Diede un’ultima occhiata al suo sparato dal bianco incerto e al farfallino un po’ afflosciato nello specchio del camerino: la lastra gli rimandò un volto pallido, leggermente gonfio, dove spiccavano i grossi baffi neri e i grandi occhi malinconici, un po’ pesti. Si ravviò macchinalmente i folti capelli che gli ricadevano scomposti sul collo, un sapore amaro in bocca. Prese con delicatezza il violino, reprimendo un sospiro. Nelle orecchie gli echeggiavano ancora i suoni aspri del litigio con Kristine.

Questioni di denaro, come sempre. Kristine non perdeva un’occasione per ripetergli che era un poveraccio, un fallito, un relitto d’uomo…

“Primo violino al Danubio Blu”: aveva imparato a dirlo sibilando, conscia di ferirlo ogni volta profondamente.

Ma cosa ne poteva lui, santo Dio, se non era riuscito ad andare più in là?

Eppure, dieci anni prima, era proprio al “primo violino del Danubio Blu” che Kristine, appena arrivata dalla campagna, commessa ai grandi magazzini, aveva fatto gli occhi dolci; a lui si era data con entusiasmo civettuolo; con lui era andata a convivere nel giro di due mesi…

Dieci anni prima… Stépàn si ingobbì leggermente, come sotto un peso improvviso. Dieci anni decisamente squallidi, con rari momenti di gioia e tanti assurdi scontri, e insulti, e recriminazioni. E tanti tradimenti da parte della donna: prima cauti, furtivi; poi sempre più evidenti, provocatori.

Perché aveva sopportato? Perché non l’aveva messa alla porta?

Perché, almeno, non aveva avuto la forza di andarsene lui?

A volte, Stépàn si domandava cosa lo affascinasse ancora in Kristine, una donna dalla pelle opaca, come i capelli di un biondo scialbo, dai freddi occhi azzurri e un corpo ormai troppo magro… Forse continuava a vedere in lei la ragazza rosea e ridente, con le fossette nelle guance e la pelle setosa che lo aveva affascinato dieci anni prima; che lo aveva fatto sentire, almeno nei primi tempi, un seduttore, un vincente, un artista…

Abbozzò un sorriso che gli piegò tristemente verso il basso gli angoli della bocca.

Il direttore del locale comparve sulla soglia del camerino schioccando le dita, impaziente. Stépàn si mosse, sollecito.

Entrò nella sala senza che nessuno gli badasse. Salì sul podio tra l’indifferenza generale dei turisti intenti a chiacchierare tra di loro; solo i giapponesi, schierati di fronte all’orchestra, applaudirono senza entusiasmo: pochi colpi secchi, di pura cortesia.

Cominciava la sua quotidiana umiliazione.

La voce di Kristine gli riecheggiò dentro, ostile: “Stanotte non mi ci trovi più, stronzo! Me ne vado! Con Karl, almeno, potrò lasciare il lavoro!”

Ma che fastidio il chiacchiericcio di quegli italiani, là in fondo!

Stépàn alzò la voce, batté con durezza le nocche sul leggio, reclamando il silenzio.

Come scolari colti in fallo, i turisti ammutolirono, mortificati.

Stépàn si ricompose, stirò le labbra in un sorriso di circostanza, sollevò l’archetto…

Le note della Annen Polka risuonarono, esili, nell’improvviso silenzio.

La musica si diffondeva gracile nella sala ovattata; il modesto accompagnamento degli altri tre strumenti, insieme con il suo violino, sembrava evocare il fantasma dell’ariosa e festosa musica che, adolescente, Stépàn aveva sognato di suonare nei grandi teatri.

Mentre muoveva l’archetto con gesti abitudinari, i suoi occhi evocarono la grande orchestra dell’opera di Vienna dove, quand’era al Conservatorio, aveva sognato di eseguire dei brani classici, in qualità di solista, sotto l’occhio vigile e compiaciuto di un prestigioso direttore…

Era presuntuoso davvero, a sedici anni! La facilità nativa con cui maneggiava il suo strumento, la fierezza per aver ottenuto l’ammissione al Conservatorio, l’ammirazione incondizionata di suo padre, un piccolo impiegato delle Poste, gli avevano dato alla testa. Aveva studiato musica per primeggiare, lui, non per camparci!

Il suo braccio si fermò a tempo, mentre pensava ad altro; nella sala si levarono applausi isolati.

Stépàn vide il foglio sul leggio, dove le nazionalità degli spettatori erano state sottolineate a matita.

Prese il foglio con la punta delle dita, s’inchinò, sorrise, disse in tedesco: “Signore e signori, benvenuti al Bel Danubio Blu. Eseguiremo per voi una serie di valzer, polke, brani da operette di Johann Strauss junior.

Ci auguriamo di trascorrere, con voi, una divertente serata.”

S’inchinò e ripeté il discorsetto in ungherese, in giapponese e in italiano.

Ogni volta gli applausi risuonavano più forti.

Una nausea leggera, difficile da controllare, lo pervadeva. Aveva ragione Kristine: si sentiva un lacchè a ripetere quelle banalità in lingue a lui ignote, che aveva imparato a memoria e di cui faticava a ricordare gli accenti. Gli venne in mente che, entro un’ora e mezza, le avrebbe ripetute ai turisti dello spettacolo delle 22,30. Magari, invece dell’ungherese, avrebbe usato l’inglese o il polacco…

Girò lo sguardo, senza vederle, sulle decine di facce in prima fila: erano invariabilmente simili; si ripresentavano ogni sera, ai due spettacoli, squallidamente uguali, indistinguibili. Tutti, protesi verso di lui, in attesa dei valzer viennesi.

Fece un cenno d’intesa ai suoi compagni: era bene scaldare subito l’atmosfera con il “Danubio blu”.

Alle prime note i volti si rilassarono, un moto di compiacimento percorse gli spettatori; Stépàn percepì il calore diffondersi nella sala.

Mentre suonava automaticamente, i suoi pensieri tornavano a Kristine: dov’era in quel momento? L’archetto produsse uno stridio sulle corde: certo, era con Karl… magari erano già a letto insieme… Karl: un bancario quasi calvo, prevedibile e meticoloso. A parte il tradimento – a quelli si era abituato – l’anonimità di Karl lo offendeva: non riusciva a rassegnarsi al fatto che Kristine lo umiliasse con un tipo simile. Un fallimento, tutta la sua vita.

Persino la musica, un tempo, tanto amata, gli era venuta in uggia: che senso aveva esercitarsi, perfezionarsi, per un locale come quello?, per quel pubblico mediocre desideroso di emozioni a buon mercato?, pronto a digerire tutto, pur di riascoltare melodie orecchiate alla televisione durante il Concerto di Capodanno?

Fece un’altra stecca, senza risentirsene. A che pro?

Scrosciarono gli applausi: come aveva previsto, tutti soddisfatti.

S’inchinò, sorridendo vacuo.

Dal fondo della sala avanzò Marja, la cantante, per il pezzo della “Vedova allegra”. Le sorrise con blanda simpatia: povera Marja, fasciata in un vestito di lamé che le sottolineava impietosamente i cuscinetti di grasso sulla vita; truccata pesantemente in modo da sembrare una pupattolona di porcellana. Una come lui, Marja, anche se aveva quindici anni di meno: a venticinque anni, già condannata alla routine dei localucci di terz’ordine. Una voce aggraziata, la sua, ma senza forza, senza futuro…

Proprio come il suo modo di suonare il violino. Strinse i denti, ricordando lo scoramento che lo aveva assalito quando non era riuscito a superare l’esame al terz’anno di Conservatorio…

Il direttore era stato brutale con lui: “Stépàn, non ci riprovi. Già è sempre stato mediocre, dopo il primo anno. Diciamo: una promessa non mantenuta. Lei non ha talento; non interpreta… esegue. Sinceramente, non la vedo neppure in mezzo a trenta orchestrali: ogni tanto va fuori tempo”.

Ma perché doveva ricordare tutto proprio quella sera?

Forse perché quella ragazzina in prima fila, col viso liscio e gli occhi chiari, i lunghi capelli biondi sciolti sulle spalle, gli ricordava vagamente Kristine, quando l’aveva conosciuta…

Gli succedeva spesso: erano tante le ragazze simili alla giovane Kristine… Ma ogni volta quel ricordo andava a mescolargli i fondali fangosi della memoria.

La voce di Marja si levò nei primi acuti: un mormorio soddisfatto percorse il pubblico. Sicuro, quelli erano di bocca buona. La ragazza si muoveva rigida, le braccia aderenti al corpo, gli avambracci protesi con i palmi delle mani rivolti all’esterno: una sorta di patetico burattino vivente. La bocca, eccessivamente rossa, dilatata nel canto…

Lo sguardo di Stépàn scivolò sui volti degli spettatori delle prime file, atteggiati ad una leggera lascivia: probabilmente impiegati o commercianti in vacanza affascinati dal seno prosperoso di Marja traboccante dall’ampia scollatura.

L’esecuzione fu molto applaudita, certo a causa di quelle curve generose.

Era il momento della polka danzata. Reprimendo un sospiro, Stépàn attaccò con un certo brio il ritmo lietamente scandito del brano.

Sulla pista, invero alquanto ristretta per lasciare spazio ad un’ulteriore fila di seggiole, irruppero Annelise e Amadeus, i due ballerini, esili e giovanissimi, le labbra stirate da un sorriso innaturale. Stépàn li sbirciò intenerito: la loro espressione indifesa, la loro magrezza adolescenziale lo commuovevano sempre. Incredibile quanto ballassero male! Certo, non avevano spazio per le evoluzioni, ma almeno andassero a tempo… Annelise, come sempre, ballava troppo in fretta, costringendo Amadeus ad inseguirla. Ecco, era perfino inciampata… Stépàn rallentò il ritmo per consentire alla coppia di riprendere fiato. Se non ci stavano attenti, quei due avrebbero finito per perdere il posto. E, scalcinati com’erano, rischiavano di restare senza lavoro… di finire come guardacessi in qualche stazione della metropolitana.

Lui, Stépàn, li conosceva bene, sapeva che avevano dei problemi… ma un po’ di concentrazione, via!, almeno per non perdere la pagnotta…

Annelise aveva pianto, era evidente: le guance erano macchiate di rosso sotto la cipria applicata male. Da due settimane appena il suo uomo l’aveva lasciata: ragazzina!, non si rendeva conto dei vantaggi di essere libera, senza dover più subire le scenate di gelosia di quel bruto… Peccato!, era proprio graziosa, con il suo musetto delicato e i soffici capelli biondi… Anche lei, senza futuro. E senza l’ostinazione per costruirselo: ecco, era andata fuori tempo un’altra volta.

Amadeus, invece, era al culmine di una storia d’amore fortunata: per questo gli ridevano gli occhi e la sua pelle era luminosa. Però, anche lui aveva problemi di soldi: con la paga delle sue povere prestazioni non sarebbe mai riuscito a trovare un appartamentino per portarci l’innamorata. Almeno, lui ci provava: piroettava convinto, partiva a testa bassa, stringeva con entusiasmo la mano e la vita di Annelise cercando di rimediare ai suoi passi falsi.

Di nuovo scrosciarono gli applausi; Annelise e Amadeus si inchinarono e corsero via.

Ormai l’atmosfera era decisamente calda: volti sorridenti un po’ arrossati dal vino si protendevano verso di lui.

Attaccò l’ouverture da “ll pipistrello”. Aveva appena cominciato, quando uno degli italiani, un anzianotto con l’espressione furtiva, attraversò la sala, diretto ai gabinetti. Seggiole smosse, mormorii: l’effetto irrimediabilmente sciupato.

Stépàn lo seguì con occhi plumbei: anche per questo odiava il suo lavoro. Non potevano svuotarsi la vescica prima del concerto, quei tangheri?

Concerto?! Era forse un concerto, quello?

Stépàn ripensò a quando, bambino, si recava con suo padre all’Opera di Vienna: compreso da una sensazione festosa e solenne al tempo stesso, affascinato dal palco traboccante di fiori, incantato dagli smoking degli orchestrali, dai loro strumenti levigati e lucenti, consapevole della raffinata eleganza del pubblico partecipe e silenzioso.

Quel mondo non sarebbe mai stato il suo. Ormai non poteva neppur più goderlo, in qualità di spettatore: troppo forte era il suo senso di frustrazione, di avvilimento quando entrava in una sala da concerto. E poi, Kristine preferiva le discoteche. Là poteva bere, dimenarsi, ammiccare ai giovinastri volgari che le piacevano.

Kristine: sempre a lei tornava col pensiero. Forse la colpa del suo fallimento andava ricercata in lei. Come studiare, migliorarsi, tentare ancora con Kristine accanto, rumorosa, invadente, sprezzante? Incapace di un sorriso, di un gesto di tenerezza… solo capace di derisione e di tradimenti?

Ricordò che, prima di morire, nella sua casa della Basiliskengasse, sua madre gli aveva mormorato: “Lasciala! Vai a vivere da solo: patirai di meno”.

Adesso la sua vecchia non c’era più, l’appartamento era stato sgomberato, il padre era finito in una casa di riposo. Mai Kristine avrebbe accettato di tenerlo con sé. Stépàn non aveva neppur osato proporglielo, anche se ogni volta trovava suo padre sempre più incurvato, spento, abulico, quando andava a trovarlo la domenica…

Altri applausi. Era il momento dello Schatwalzer. Ricomparvero Amadeus ed Annelise. O meglio, arrivò Amadeus, piroettando aggraziato, le braccia spalancate, cercando con gli occhi la sua partner.

Annelise giunse dal lato opposto della sala con tre battute di ritardo.

Presero a volteggiare leggeri, un po’ fuori tempo. Ogni tanto scivolavano sull’impiantito lustro, ritrovandosi avvinghiati e un po’ mortificati, ma sempre rigorosamente sorridenti. Annelise alzò le braccia e spiccò un breve salto, Amadeus la colse al volo e la sollevò: due dita sopra il pavimento, era scontato…

Stépàn guardò altrove, irritato. Incrociò gli occhi con quelli luminosi di una bambina che lo fissava incantata; ne provò un assurdo compiacimento. Le dedicò un caldo sorriso, le si avvicinò e suonò qualche istante solo per lei, curvandosi verso il suo visetto limpido.

Anche ai figli aveva dovuto rinunciare per via di Kristine! Non c’erano soldi per un figlio, gli rinfacciava; guai se lei avesse dovuto licenziarsi per fargli un marmocchio… E poi, della razza di Stépàn, era meglio perdere il seme, soggiungeva sarcastica.

E ormai, lui aveva passato la quarantina… Era tardi per ricominciare con un’altra.

Quella sera, rientrando, avrebbe trovato l’appartamento vuoto.

Forse, quella volta, Kristine aveva detto sul serio. La prospettiva lo angosciò: era disposto ad incassare tutto, ma non il pensiero di quelle due stanze vuote con i mobili scelti insieme e le vetrinette cariche di ninnoli di dubbio gusto… di quel letto in cui avrebbe dovuto dormire di traverso, cercando col braccio, nel sonno, il tepore del corpo di lei.

Mentre i turisti tornavano ad applaudire, uno dei giapponesi si avvicinò a Stépàn; s’inchinò, cerimonioso, e fece la sua richiesta in un tedesco stentato: voleva il valzer della “Vedova allegra”. Certo! Erano pagati per questo. Si intese con i colleghi con un’occhiata, sorrise al giapponese.

Le note si sgranarono fluide, lietamente ritmate.

Stépàn prese a girare fra i tavolini. Il direttore del locale glielo rammentava tutte le sere: “Contatto con il pubblico! Commuoverlo! Emozionarlo! Oltretutto, le mance sono per voi…”

Cominciò dai giapponesi: i suoi occhi scuri, vellutati, si fecero seducenti quasi suo malgrado. Era diventato un vero istrione. Sostò accanto agli ungheresi, ma se ne allontanò in fretta, sentendosi fissato con diffidenza scostante.

Cercò con lo sguardo, rivide la ragazza bionda. Le fu accanto maneggiando l’archetto con meditata perizia. Quei capelli lisci, setosi… quel viso dai lineamenti acerbi… quegli occhi azzurri ora improvvisamente dilatati, mentre la piccola si irrigidiva facendo l’indifferente… Molto bene: reagiva.

Si chinò su di lei, suonando con espressione languida: il colpo gli funzionava sempre.

Ad un tratto, si sentì mutare interiormente, consapevole dell’intensità dei propri occhi scuri sotto le lunghe ciglia, della bellezza nervosa delle sue lunghe dita. Per qualche minuto, fu lo Stépàn di dieci anni prima.

Per la piccina, che ora respirava circospetta, fissando un punto all’infinito, lui era un uomo misterioso, un musicista viennese, un violinista su cui fantasticare nei mesi a venire… Il suono del suo strumento si fece pieno, caldo, suadente: accanto a lui c’era di nuovo la giovane Kristine, imbarazzata, compiaciuta, affascinata…

Il collo delicato della ragazza vibrava per lo sforzo di restare immobile, il profumo dei suoi capelli lo eccitava, le lunghe ciglia biondo scuro erano assurdamente vicine, da baciare.

Kristine… Kristine… Ecco perché non riusciva a lasciarla. Ci sono istanti, nella vita, che nessuna squallida delusione riesce a cancellare…

In quel momento suonava per Kristine, per se stesso, per ritornare tutto a quella serata di tanti anni prima.

Colse lo sguardo freddo e risentito della ragazza bruttina seduta accanto alla bionda: l’illusione finì. Sbirciò la piccina che si mordicchiava emozionata il labbro inferiore: le fece un cenno malizioso, di cordiale complicità, a ricordarle che era stato solo uno scherzo…

Arretrò di qualche passo; dedicò le ultime note a una florida matrona dall’espressione vacua.

Stavolta lo applaudirono con foga.

Tornò ancora Marja, sempre più impettita, evidentemente a disagio nel vestito attillato come un busto. Amadeus e Annelise riproposero ancora una polka e due valzer eseguiti con impaccio deconcentrato. Stépàn era di nuovo spento, autocritico, annoiato. La sua piccola droga funzionava per tempi sempre più brevi.

La ragazzina – che, per inciso, non somigliava affatto a Kristine – adesso seguiva i suoi movimenti con occhi ardenti. Stépàn evitò accuratamente di guardare nella sua direzione; era quasi pentito del suo gioco masochistico. Povera piccola provinciale italiana… a guardarla bene non era neppure graziosa.

Ecco Amadeus sollevare a stento Annelise: le punte delle scarpette, adesso, strisciavano sul pavimento.

Con una sorta di volontà autodistruttiva, Stépàn era quasi compiaciuto per come andava degradando la loro prestazione.

Erano quasi le 22.00: il momento della Marcia di Radetzky.

Non appena risuonarono le prime note festose della fanfara militare, un mormorio di compiacimento serpeggiò tra il pubblico. Subito i battimani, prima in sordina, poi sempre più forti presero ad accompagnare l’orchestrina. In una patetica imitazione di quanto succedeva al termine del Concerto di Capodanno, pensionati, impiegati, commesse e casalinghe si misero a segnare il ritmo insieme con i musicanti.

Naturalmente, molti andavano fuori tempo (non i giapponesi, quelli no!): erano un pubblico degno dell’orchestra.

Ben presto uno scalpiccio disordinato si confuse con il fragore dei battiti. Come può essere triste un’aria gioiosa quando tutto è grigio e mediocre…

Dopo un ultimo accordo, Stépàn sollevò l’archetto; s’inchinò più volte, i capelli sugli occhi, un sapore amaro in bocca.

Il pubblico, in piedi, applaudiva; ma intanto tutti cominciavano a smuovere le seggiole, a cercare i conoscenti, a parlare ad alta voce.

Qualcuno, irritato, faceva commenti su quanto fosse mediocre il vino in quel locale, su come i ballerini fossero stati scadenti…

A gran passi Stépàn guadagnò l’atrio, dopo aver lasciato il violino sulla seggiola accanto al leggio. Cercò nervoso il pacchetto delle sigarette, ne accese una con dita tremanti.

Il violoncellista era già accanto alla passerella, il cesto di vimini per le mance sistemato con cura di fronte a sé. Dalla folla che si accalcava per uscire, già distratta, già dimentica, si sporgevano alcune mani: nella cesta piovevano biglietti da dieci, da venti scellini…

Proprio come i suonatori nei corridoi della metropolitana: Stépàn sogghignava amaro. Tutto il suo senso di fallimento affiorava, lo pervadeva come un veleno sottile.

Si chiese se fosse il caso di telefonare a casa: forse Kristine ci aveva ripensato anche quella volta… Non si sentì di affrontare il rischio dello squillo reiterato della soneria nell’appartamento vuoto. Ad ogni modo, anche se Kristine avesse deciso di tornare, non lo avrebbe fatto prima delle due. In quel momento era certo a letto con Karl.

Una turista di mezz’età gli sorrise, gli disse: “Grazie”. Stépàn le fece un sogghigno ostile; anche se fosse stata sincera, in quella serata tutto gli sembrava una sordida parodia dei suoi vecchi sogni.

Aspirò profondamente il fumo, avvertì il consueto bruciore ai polmoni…

Nell’alone di luce che pioveva sulla passerella intravide accalcarsi confusamente decine di facce sorridenti, anonime: uomini dai capelli radi, donne fresche di parrucchiere, ragazze dai capelli luminosi… Il brusio cresceva. Il nuovo carico di turisti era impaziente di entrare.

Stépàn spense il mozzicone nella ceneriera. Era quasi tempo: lo spettacolo delle 22.30 sarebbe iniziato entro pochi minuti.