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L'angolo dello scrittore

Se il capitale finanziario mette sotto sequestro interi Paesi_4^parte

di Antonino Contiliano_

Se Karl Marx non ha individuato nessuna forma di transizione determinata per la rivoluzione comunista, tuttavia le sue analisi e le sue conclusioni, messe a punto con il metodo dialettico delle sintesi a partire dall’osservazione e dal vaglio dei fatti con le loro “molte determinazioni”, ne dicono la possibilità come evento cui guardare, e fattibilità pratica da curare. E di questo certamente non ci si può dimenticare, né evitarne la rielaborazione così come testimoniato intellettuali del taglio di A. Badiou, M. Hardt, T. Negri, etc. con la loro militanza teorica e politica.

Scrive Negri:

 

L’affermazione che la storia è storia della lotta di classe, sta alla base del materialismo storico. Quando il materialista storico indaga sulla lotta di classe, lo fa attraverso la critica dell’economia politica. Ora, la critica conclude che il senso della storia della lotta di classe è il comunismo: “il movimento che abolisce lo stato di cose presente”. Si tratta di starci dentro a questo movimento. Si obietta spesso che queste affermazioni sono espressioni di una filosofia della storia. A me però non sembra che si possa confondere il senso politico della critica con un telos della storia. Nel corso della storia, le forze produttive normal­mente producono i rapporti sociali e le istituzio­ni dentro i quali sono trattenute e dominate: questo sembra evidente, questo registra ogni determinismo storico. Perché allora ritenere che un eventuale rovesciamento di questa situazione e la liberazione delle forze produttive dal dominio dei rapporti capitalistici di produzione costi­tuiscano (secondo il senso operativo della lotta di classe) un’illusione storica, un’ideologia politi­ca, un non-senso metafisico? Cercheremo di dimostrare il contrario. […] I comunisti dunque assumono che la storia è sempre storia della lotta di classe.

Taluni dicono che non è possibile assumere questa affermazione perché la storia è stata talmente predeterminata, ed è ora talmente domina­ta dal capitale da rendere questa assunzione inef­fettuale e inverificabile. Ma coloro che dicono questo dimenticano che il capitale è sempre un rapporto di forza. Può organizzare una massiccia, pesante egemonia ma essa rappresenta pur sempre un dominio particolare dentro un rapporto di forza. Non esisterebbe il concetto di capitale, e tanto meno la sua realtà nelle sue storiche varia­zioni, se non ci fosse sempre un proletariato che il capitale sfrutta ma che è, nello stesso tempo, lavo­ro vivo produttore di capitale. La lotta di classe è il rapporto di forza che si esprime fra il padrone e il proletario: questo rapporto si distende fra sfrut­tamento e dominio capitalistico, e si instaura in istituzioni che organizzano la produzione del profitto e la sua circolazione”[xviii].

 

La verità è sempre una questione di pratica e non teorica (Marx, II Tesi su Feuerbach), così come  “La vita sociale è essenzialmente pratica. Tutti i misteri che sviano la teoria verso il misticismo trovano la loro soluzione razionale nell’attività pratica umana e nella comprensione di questa attività pratica” (Marx, VIIITesi su Feuerbach).

Il primato della relazione sociale, scrive Etienne Balibar, è il “primato accordato alla pratica rivoluzionaria (‘trasformazione del mondo’, ‘contro-tendenza’, ‘cambiamento nel cambiamento’). Transindividuale, infatti, è questa reciprocità che si instaura tra l’individuo e il collettivo nel movimento dell’insurrezione liberatrice ed egualitaria”[xix].

Ma questa relazione ontologica della transindividualità fa sì che la posizione di Marx non sia riducibile né all’individualismo (soggettivismo), né all’organicismo (naturalismo) – entrambe posizioni ideologiche –, quanto invece riportabile a una correlazione che la vede all’interno della lotta di classe e della sua dialettica. Una  struttura sociale e storica che, dividendo ad un tempo il lavoro, il pensiero e la politica tra conflitti d’ordine e crisi, ci mette davanti il comunismo di Marx non come il raggiungimento della perfetta armonia sociale, che porrebbe fine alla fine lotta di classe, quanto la questione “dei suoi limiti interni, cioè delle forme del transindividuale che, intersecandola dappertutto, le rimangono assolutamente irriducibili”[xx].

Così la questione delle grandi differenze antropologiche (sesso) e dei modelli dell’articolazione “dei modi di produzione […] e una problematica del modo di soggezione (dunque, la costituzione del ‘soggetto’, sotto l’azione delle strutture simboliche), è (corsivo nostro) un riferimento costantemente necessario”[xxi]. Rifiutati soggettivismo e naturalismo allora, l’invito è sia a riprendere la via della dialettica, quanto sollecito a rinverdire la filosofia politica che a ripensare la lotta di classe coniugando scienza materialista eucronotopia storica.

La progettualità è qualità caratterizzante l’antropologia degli uomini, e questi, pur tra le tante differenze e divisioni di classe, in ogni momento e momentum (decisione) possono esercitare unitamente poiesis epraxis in quanto essere-enti capaci simultaneamente di abitare il “principio di realtà” e il “principio di piacere” cogliendo il kairós: l’istante in cui potrebbe entrare il “messia” della rivoluzione (W. Benjamin). E ogni momento potrebbe essere quello giusto e buono.

Vero è infatti, altresì, come hanno visto le riflessioni interpretative di Ernest Bloch, che in Marx è presente sia una “corrente fredda” (analisi scientifica) che una “corrente calda” (azione antagonista e rivoluzione per un cambiamento radicale), e che, secondo noi, il “realismo” non necessariamente deve chiudere la bocca all’ucronotopia: “L’utilizzazione degli elementi onirici al risveglio è il caso esemplare del pensiero dialettico. Perché ogni epoca non solo sogna la successiva, ma sognando urge al risveglio”, W. Benjamin – Das Passagen-Werk).

Del resto, tenendo presente il cambiamento dei modi di produzione nelle mutate condizioni storiche, la ripresa della lotta di classe degli sfruttati, sia per abolire lo stato di cose presente, che per costruire un mondo alternativo, è voce che non ha lasciato mai il dibattito teorico-politico e filosofico-critico del pensiero del “revenant” (Marx), così come le stesse distopie non hanno messo a tacere l’utopia e le “eterotopie”, di cui l’arte (J. Rancière) non deve dimenticare la possibilità nel suo rapporto con la politica.

Rancière, altro protagonista nella discussione sull’idea di comunismo e il rinnovo del concetto di democrazia come “partage”, infatti, scrive che non necessariamente “che il conflitto degli eterogenei debba rimandare per forza a una fine della storia o ad una totalità ventura. Più che a un’uto­pia, ha scritto una volta Rancière, l’arte dovrebbe rinviare a un’eterotopia, cioè evidenziare l’alterità o i possibili racchiusi in una situazione o in essa latenti: un eteros, un altro interno alla situazione, che è pure il suo punto di soglia, di apertura o di trascendimento. In tal senso, l’arte riapre volta per volta la dimensione del possibile rispetto al solidificarsi di ogni politica costituente in polizia costituita; leterotopia è un processo critico in atto, non il sogno di un luogo remoto”[xxii].

Così scienza, arte e politica ritornano a incrociarsi. E ciò non solo perché lo “spettro” di Marx, come ormai sviscerato dai tanti studi e riscontri  – che si sono occupati della rivisitazione delle sue opere dopo il crollo del “Muro di Berlino” e l’affermazione del pensiero unico e delle svolte new economy dell’era elettronica –, ha già anticipato  l’incorporazione delle conoscenze psico-scientifiche – fatte sul modo di elaborare l’informazione della mente umana per trasformarlo in economia di macchina e sistema “uomo/macchina” – nel capitale (e con ciò l’utilizzo del general intellect come forza produttiva immediata e sottoposta a valorizzazione). Il richiamo è suggerito anche dal fatto che le crisi ricorrenti contemporanee (sempre più ravvicinate, specie quelle del primo decennio del XXI legate all’economia creativa), cui ricorre il capitalismo neoliberista-finanziario del pensiero unico, sono una testimonianza e una verifica inconfutabile sia delle conclusioni “profetiche” dello stesso Marx, quanto delle prassi oppositive odierne degli sfruttati che si dilatano a vista d’occhio, e che non disdegnano il ricorso alla fantasia e all’immaginazione conflittuale.

In “Felici e sfruttati”, rifacendosi al “frammento sulle macchine” (Marx, Grundrisse),  Carlo Formenti scrive: se, come dice Marx, per la produzione di ricchezza il tempo di lavoro sociale necessario diminuisce al massimo, e “crollano le fondamenta della produzione del valore di scambio, […] tuttavia, dal momento che il capitale non può vivere senza porre il tempo di lavoro come misura unica e fonte di ricchezza, è chiaro che secondo Marx, se non si distrugge il modo di produzione capitalistico non è possibile sfruttare il potenziale liberatorio del general intellect[xxiii].

Ma se così stanno le cose, e nessuna ragione o fatto mette in dubbio la cosa, la via della finanziarizzazione “win win”, intrapresa dal capitalismo della new economy – che sfrutta il general intellect sottoponendolo alla valorizzazione dei brevetti e del copyright proprietari (rendita-profitti) –allora la lotta di classe non è scomparsa.

Le crisi non sono congiunturali, ma strutturali; strutturale allora deve anche il conflitto che coniuga scienza, utopia o il sogno di un rinnovo alternativo possibile.

Se le crisi sono la morte automatica del capitale, ma l’espediente della riaccumulazione e dei profitti che a un certo punto si inceppano, a questo punto, neanche la crisi delle vecchie forme di lotta di classe allora rappresenta la scomparsa della lotta di classe. Anzi! Assume, infatti, una esposizione diretta e più inedita che mai, vista l’inefficacia e l’assorbimento nell’inerzia complice delle organizzazioni nate nel clima novecentesco liberal-rappresentativo!

Senza dilungarci basta il pensiero ai movimenti di base che – da Seattle agli “indignados” del 2011 di tutto il mondo –  si battono per “abolire lo stato di cose presente” per rendersi conto che la lotta di classe ha cambiato solo modalità e mobilità, ma non la sostanza del suo obiettivo che è la socialità del vivere universale in libertà ed eguaglianza.

Vladimiro Giacché (fra gli altri), il quale già si è occupato delle crisi del capitalismo (K. Marx, Il capitalismo e la crisi. Scritti scelti a cura di Vladimiro Giacché, 2010), di fronte alla crisi, provocata dalla finanziarizzazione dell’economia “creativa” capital-liberista e dalla politica dell’indebitamento privato e pubblico – scaricati poi sui bilanci pubblici e sulla socializzazione delle perdite –, ribadisce che il modello va cambiato, e che la via imboccata dall’establishment europeo, per uscire dalla crisi del 2011, “non fa che aggravarla, rendendo ancora più ingente la distribuzione di capitale necessaria per far ripartire l’accumulazione”[xxiv].

E per capire la gravità e l’insostenibilità  dei provvedimenti presi dallo stesso establishment capitalista occorre solo vedere che la crisi del 2011 non è cambiata rispetto a quella del 2007, così come la classe degli oppressori non ha finito di dominare e di far pagare i costi della sua riaccumulazione alla classe degli sfruttati, dei deboli, degli esclusi, dei disoccupati e dei poveri. Qui l’accumulazione è di indigenza e disperazione programmate, e il merito è tutto del socialismo dei ricchi e della rosa dei sostenitori.

La forbice tra ricchi e poveri, oltre a favorire le solite classi agiate, oggi si allarga sempre di più e riguarda anche le “nazioni”. Senza pensare all’Africa, basta vedere quello che ci mostra l’Europa con la “bancarotta” che per ora investe virulentemente Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna, e alle costole l’Italia.

350 personaggi – 20% della popolazione “capitalistica” del pianeta – dispongono a proprio piacimento dell’83% delle risorse del pianeta, e da soli possiedono il 48% di quella stessa ricchezza. 500 imprese multinazionali, grazie alla liberalizzazione transnazionale del mercato globale Wto (Organizzazione mondiale del commercio) e dei poteri del Fmi (Fondo monetario internazionale) e della Bm (Banca mondiale), decidono a chi spetta la morte per guerra o per fame.

Nel 2006, negli Stati Uniti, era l’1% della popolazione americana che “monopolizzava il 53% del reddito, mentre lo 0,1 per cento ne controllava il 53 per cento”[xxv]. In Italia le cose non sono molto diverse.

Si è giunti a tali estremi che le tre persone più ricche del pianeta possiedono attivi equivalenti al Pil combinato dei 48 paesi più poveri.

Le diseguaglianze e i livelli di disoccupazione e le povertà sembrano i veri obiettivi del capitalismo onnivoro. Il potere predone che si impadronisce delle risorse della creatività e della biodiversità – beni comuni – e tiene in piedi un’economia che non sostiene più, in alcuna parte del mondo global-liberista, nessuna iniziativa intesa a diminuire il diffuso disagio sociale. Indigeni e migranti, ognuno nella specie, sono sottoposti allo stesso meccanismo di drenaggio e di devastazione della vita personale e sociale; e tutto ciò in onore del capitale! Un capitale che, scrivono Negri e Hardt, è un “Impero” visto che lo sfruttamento non ha più un interno e un esterno o un Nord e un Sud del mondo da colonizzare.

E l’onore del capitale si impone con: la detassazione dei ricchi, i lauti dividendi per azionisti e manager, i condoni/scudi fiscali, i paradisi fiscali, gli hedge funds, i subprime, i debiti sovrani e non sovrani, i fondi pensione (la tragicommedia degli operai azionisti e salariati ad un tempo o scissi tra i valori delle borse e il mercato del lavoro in dismissione) le stime delle agenzie (private) del “rating” – che prezzano o sprezzano il valore di uno Stato –, le guerre ai poveri,  ai giovani di tutto il mondo e allo stesso futuro del pianeta con la fame, la sete, le distruzioni e gli attacchi preventivi camuffati come interventi armati per difendere i diritti umani o esportare democrazia (ben inteso: capitale e capitalisti rapinatori ad oltranza!).

Le spese di guerra (militare e non militare), impiegate dalla colonizzazione capitalistica, sono in continuo aumento e non subiscono tagli come i bilanci del welfare state.

Le spese militari Usa-Eu sono dell’ordine di 800 miliardi di dollari all’anno (tre miliardi euro al giorno). 424 pro capite. In Italia pari al 2% del Pil.

Sul versante della finanza e delle sue crisi, con cui divora l’economia e il lavoro come bene comune, i dati della guerra sono anche quelli che corrono sotto i titoli ‘asset’, ‘swap’ o ‘subprime’. Sono gli espedienti con i quali – documenta Saskia  Sassen – è stato creato “un mercato il cui valore dei titoli è arrivato all’incredibile somma di 600 trilioni di dollari o equivalente a 1000 miliardi o a 10 volte il PIL interno lordo mondiale. La crisi dei titoli swap sui crediti, del valore di 62 trilioni di dollari (più del Pil globale di 54 trilioni di dollari) esplode nel settembre del 2008, un anno più tardi e dopo la crisi dei titoli subprime emersa  nell’agosto 2007; i titoli swap sono stati trasformati in titoli derivati (subprime) […] quindi insolventi; per sostenerli ci sarebbero dovuti 60 trilioni di dollari, più del Pil mondiale […]. La finanziarizzazione dell’economia prima della crisi attuale era di 450% del Pil negli Usa, di 356% nell’Ue, e di 440% nel Regno Unito. Poi il numero dei paesi in cui gli assetti finanziari hanno superato il Pil è salito da 33 nel 1990 a 72 nel 2006”[xxvi].

La colonizzazione del capitale, tesa alla sussunzione della vita intera (corporea e mentale)  come lavoro alienato e allo sfruttamento in conto profitti privati, non ha più ragioni d’esistere; e se si mantiene in sella è principalmente al prezzo del potere delle armi e della violenza senza confini e limiti di sorta (nonostante le dichiarazioni in contrario).

La svolta è solo nel “comunismo” (di nuova generazione): il comunismo dei beni comuni e del comune del comunismo egualitario, il comunismo della molteplicità (A. Badiou), ovvero un futuro che miri direttamente a una democrazia dell’eguaglianza reale, dove la libertà di ognuno sia condizione della libertà dell’altro.

Certamente gli ammonimenti di Alberto Burgio non vanno dimenticati, né tanto meno deprivati di fondamento; tuttavia necessita anche una buona dose di “utopia” e “ucronotopia”. L’immaginazione, ieri chiamata al potere e poi a bottega, non deve e non può essere  nettamente separata dal conflitto politico antagonista e dal sapere scientifico; per poter continuare a credere e lavorare per un mondo di senso comunista, la via è obbligata.

Il mondo dell’utopia, solo a pensare alla sua capacità di astrazione, costruzione e possibilità, in fondo, non ha meno coerenza del procedere del materialismo storico e del sapere scientifico stesso, in generale. A parte una comunanza di procedure e di analisi, egualmente non aliene dall’uso della logica, dell’analogia, delle metafore, della trascendenza immanente del pensiero, etc., infatti, con loro condivide il rifiuto dell’autorità e dei dogmi dell’ipse dixit (sia nel campo politico che della scienza), e con loro condivide ancora modelli e realizzabilità mettendone in tensione idealità e temporalità.

Ed è altrettanto necessario oggi – tempo in cui il termometro registra il grado più basso della degradazione umana –, riappropriarsi anche dell’impegno. Rivitalizzare l’idea e l’azione del comunismo necessita anche della riscoperta della responsabilità etico-politica nel/del “comune” oltre che dell’attenzione a non ripetere gli errori del passato (il “centralismo democratico” dello Stato-partito dittatoriale) ed evitare quelli presenti (la dittatura “comunista” del mercato).

Senza rinnegare valore, possibilità e praticabilità all’immagine di un mondo comunista “revenant”, deve essere abbattuto pure quello ‘grottesco’ oggi chiamato “comunismo del capitale” (Christian Marazzi): il capitale finanziario cioè che mette sotto sequestro il destino collettivo della forza lavoro sottoponendolo al suo comando con l’espediente camaleontico e ridicolo della trasformazione del lavoratore in investitore finanziario o impresario di se stesso. Beffa esemplare è infatti l’investimento (per esempio) dei “fondi pensione” nei giochi di borsa o il parallelo del “capitalismo personale” dei prosumers (produttori-consumatori).

Può essere solo una oscenità tragi-comica lo scenario di un lavoratore/una lavoratrice della conoscenza (di un lavoratore qualunque) che, quale risparmiatore che investe in borsa e aspirante a un rendimento futuro superiore, deve indossare anche i panni di un arlecchino paradossale.

Il paradosso insostenibile di come, forza-lavoro viva, da un lato deve sottostare alle oscillazioni opportunistiche del mercato dei giocolieri della finanza capitalistica (che non ha in nessun interesse né sul fronte della stabilità e della creazione dell’occupazione, né di quella della difesa dei salari e delle sicurezze di cui ognuno ha bisogno e diritto) e dall’altro, contemporaneamente, mobilitarsi per contrastare l’offesa o bloccare il gioco distruttivo, e al ribasso, del capitale finanziario e borsistico, di cui, fra l’altro, avrebbe sposato logiche ed esercitazioni di guerra di classe conservatrici e reazionarie (interne ed esterne), di etnie e nazioni.

Vero è infatti, in Italia, per esempio, che il 45% della ricchezza prodotta è pascolo unico di una intoccabile classe di super ricchi e sfruttatori,  e calcolabile in un ristretto 10% della popolazione. La lotta intraspecifica porterà quanto prima a diminuire ancora la percentuale, così come avviene pure sul piano globale, e ad aggravare con ciò, conseguenzialmente, la condizione degli esclusi e dei dannati, il cui numero non può che aumentare!

E la guerra, va ricordato, ha aperto anche lo scacchiere sul fronte della  lotta delle monete per l’egemonia ieri tenuta oscillante tra dollaro ed euro, ma oggi contesa da quella dei paesi emergenti e dai cinesi o dal BRIC (Brasile, Russia, India, Cina. Il Giappone, anche lui, sembra aspirare al gota).

Una vera e propria gara  finalizzata, nonostante le potenzialità positive del mondo contemporaneo, a produrre distruzione, povertà generalizzata e un mercato schiavistico come prospettiva per i molti e di lunga durata. Una condizione che, in questo modo e da questo momento in poi, se non si operano scelte radicali e rivoluzionarie dal basso, apparenterà nella stessa damnatio sia i singoli, che le famiglie quanto le classi soggette, e interi popoli quanto le stesse nazioni. I segnali provenienti, per esempio, dalle agenzie (private) del rating  e dello spread – come le americane  “Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch” –, le quali monitorano sia la solidità finanziaria di soggetti quali Stati, enti, governi, imprese, banche, assicurazioni –, quanto le possibilità di in-solvenza o default (restituzione dei prestiti/investimenti), fra l’altro, non sono fumo senza arrosto. Sono la bandiera del capitale finanziario deresponsabilizzato e depoliticizzato che ha piantato il suo dominio sul bene pubblico, e destinatolo alla svendita pro speculatori, affaristi e criminali d’ogni genere, che, con ogni mezzo e menzogne di ogni genere, scatenano le varie guerre destinate a salvaguardargli controlli favorevoli nella lotta in corso per le spartizioni delle risorse sul piano geopolitico mondiale.

E tra le menzogne, e non per inciso o a margine, vanno annoverate, secondo noi, sia la cosiddetta politica del rigore e dell’austerità (pagata sempre e solo dalla socialità indifesa), quanto quella della solidarietà nazionale con i patti sociali e di transizione. Ma se nessun popolo è sovrano (dubitiamo che lo fosse stato mai!), come dimostrano le decisioni e le azioni di sopraffazione di organismi quali Fmi, Bm, Wto, G8/20, etc., e la “nazione” è diventata un flatus voci, come è credibile e producente il richiamo, stucchevole, che le forze politiche al potere fanno continuamente all’indirizzo, soprattutto, dei giovani per pagare i debiti, imboccare la via d’uscita dal tunnel delle crisi mortali e avviare la ripresa… ma chi si riprenderebbe…?

I debiti. Il debito. Il debito sovrano! Onorare i debiti! Altra menzogna e marchingegno da strozzini e killeraggio autorizzato e legalizzato, e sempre a vantaggio dei pochi.

Henry Kissinger (premio nobel per la pace!?) – ex segretario di stato americano e non certamente uno stinco di santo, se è stato lo stratega americano che ha aperto la strada alla dittatura di Pinochet nella terra di Salvador Allende –, nel 1989, “a proposito dei piani di aggiustamento strutturale imposti ai paesi latinoamericani, affermava: ‘Nessun governo democratico può sostenere l’austerità prolungata e le compressioni di bilancio dei servizi sociali richieste dalle istituzioni internazionali’. E ciò, tanto più in quanto, essendo i vecchi prestiti in parte coperti da nuovi prestiti, il debito continua a crescere nonostante i rimborsi: nel 2009, i poteri pubblici dei paesi in via di sviluppo avevano rim­borsato l’equivalente di novantotto volte quanto dovevano nel 1970. Nel frattempo, il loro debito si era moltiplicato per trentadue”[xxvii].

Ma a proposito di debiti e della loro onorabilità, Damien Millet ed Eric Toussaint – esaminando la situazione del debito degli Stati in questo frangente della razzia finanziaria-liberal-capitalistica e le condizioni previste per onorali e i vizi di consenso previsti dalle convenzioni – richiamano alla non necessità e dovere di soddisfare l’obbligo contratto, se i prestiti non seguono le finalità condivise e stabilite dalla legislazione internazionale. E così scrivono:

 

Per essere vincolato da un contratto di prestito, uno stato deve aver dato il suo consenso liberamente. Da questo consenso nasce l’obbligo di rimborsare il debito, Tuttavia, il principio non è asso­luto: è sottoposto alla legalità di cui si è dotato il diritto interna­zionale. Così, l’articolo 103 della Carta dell’Organizzazione delle nazioni unite (Onu) proclama: “in caso di conflitto tra gli obblighi dei membri delle Nazioni unite in virtù della presente Carta e i loro obblighi in virtù di ogni altro accordo internazionale, i pri­mi prevarranno”. Tra questi si trova, all’articolo 55 della Carta: “L’aumento dei livelli di vita, il pieno impiego e delle condizioni di progresso e di sviluppo nell’ordine economico e sociale”. I “piani di aiuto” concessi dalla Commissione eu­ropea, dalla Bce e dall’Fmi ai paesi in difficoltà (perpermettere loro di rimborsare i creditori) rispondono a queste esigenze? Nel 2009, la Lettonia si è vistaimporre una riduzione delle spese pubbliche equivalenti al 15% del Pil, una diminuzione del salario dei funzionari del 20%, una riduzione dell’importo delle pensioni (peraltro giudicata incostituzionale alcuni mesi più tardi) del 10%, e la chiusura di scuo­le e ospedali. Ma, fin dal 1980, la Commissione del diritto internazionale delle Nazioni unite stabili­sce: “Uno stato non potrà, ad esempio, chiudere le scuole, le università e i tribunali, abolire la polizia e trascurare i servizi pubblici al punto da esporre lapopolazione al disordine e all’anarchia, al solo fine di disporre dei fondi necessari a far fronte ai suoi obblighi nei confronti dei creditori esteri (4) ”[xxviii].

 

Perché, allora, in Italia (il cui debito, e forse per difetto, è del 120% del Pil), come nel resto delle altre realtà massacrate (“il debi­to estero totale dei paesi dell’America latina toccava, a fine 2009, il 23% del prodotto interno lordo (Pil), si collocava al 155% in Germania, 187% in Spagna, 191% in Grecia, 205% in Francia, 245% in Portogallo e 1.137% in Irlanda. Una cosa mai vista”[xxix]), si deve onorare il debito?

Forse che la classe politica al potere, che non garantisce dal conflitto d’interesse privato se non chi è già portatore dello stesso (e lo impone), e che è supina a quello dei poteri forti (Bce e associati), così facendo si prodiga per “L’aumento dei livelli di vita, il pieno impiego e delle condizioni di progresso e di sviluppo nell’ordine economico e sociale”?

È cosa nota infatti che, diversamente dal Rf (Riserva federale americana) che crea moneta e rifornisce gli Stati Uniti, la Banca centrale europea (Bce) non solo non finanzia per statuto gli stati della zona euro, ma quando questi (2007/2008) si muovono per salvare dal fallimento le banche  e investono una somma pari a “1.200 miliardi euro”, il finanziamento pesa sui fondi pensione e dipende dalle assicurazioni e dalle banche private.

Non pagare i debiti o bloccare quelli viziati non potrebbe essere allora anche una prima scelta radicale e rivoluzionaria nella politica e nella cultura italiana?

E ancora non sarebbe un segnale forte contro la rinascita della “controriforma cattolica” nei tempi  tristi della santa alleanza trono/altare e contro il vezzo delle “rivoluzioni passive” in giro per le piazze del riformismo trasformistico?

Sa di comunismo? Di comunismo della molteplicità, di democrazia dei “senza parte”, di una nuova pratica democratica collettiva che coniuga idee e prassi politica plurale ideologico-materiale materiale, e produzione di soggetti,  soggettivazioni e procedure di verità concrete e collettive? Bon! Allora… proviamo?

Non crediamo assolutamente che gli eventi storici, e le  verità politiche particolari che li hanno messo in vista, abbiamo dimostrato che la “produzione dell’uomo” (essere “insieme di relazioni”), mediante gli uomini e i rapporti di interdipendenza reciproca, siano appannaggio intoccabile ed esclusivo del solo capitale, della sua ideologia proprietaria o dei codici della sua cultura volta alla mercificazione e al mercimonio generalizzato.

Eventi epocali, prevedibili o meno – che fanno discutere la collettività intorno alla corrispondenza o meno dell’identità tra le cose e i nomi che le dicono –, quando si verificano e occupano comunque contestualmente l’esistenza individuale e sociale di ognuno, nella loro realizzazione di fatto, comunque generano delle fratture e impongo delle decisioni, delle scelte e delle azioni che nessun automatismo e deresponsabilizzazione può rimpiazzare per presunte necessità presenti irrevocabili e destinali, specie se calano dall’alto dei cieli dei tribunali dei padroni.

 

 

 

 

 

 

 


[i] Christian Marazzi, Introduzione, in Il comunismo del capitale. Finanziarizzazione, biopolitiche del lavoro e  crisi globale,  ombre corte / UniNomade, Verona 2010, p.7.

[ii] Christian Marazzi, Introduzione, in Il comunismo del capitale. Finanziarizzazione, biopolitiche del lavoro e  crisi globale, cit., p.8.

[iii] Ugo Biggeri, Finanza, criminalità, economia civile, L’esperienza della Banca popolare etica, in Alfabeta2, II, n.8, Aprile 2011, p. 8.

[iv] Ivi.

[v] Ibidem.

[vi] Intra.

[vii] Alberto Burgio, Uno sguardo adulto sul mondo, in “Alfabeta2”, II, n. 11, Luglio-Agosto 2011, p. 29.

[viii] Andrea Fumagalli, La teoria del valore di Marx al tempo della rendita, in “Carta/Almanacco/Cantieri sociali”, XI, n. 28, 31 Luglio/27 Agosto 2009,  p. 22.

[ix] Michael Hardt, Tornare a Marx per affermare il comune, in “Carta/Almanacco/Cantieri sociali”, cit.,  p. 18.

[x] Ibidem.

[xi] Etienne Balibar, Rovesciamento della storia, in La filosofia di Marx, manifestolibri, Roma 1994, pp. 42, 43.

[xii] Carlo Formenti, L’eclisse del lavoro, in Felici e Sfruttati – Capitalismo digitale ed eclissi del lavoro,manifestolibri, Roma 2011, pp. 85, 86.

 

[xiii] Christian Marazzi, Introduzione, in Il comunismo del capitale. Finanziarizzazione, biopolitiche del lavoro e  crisi globale, cit., pp.226, 227.

[xiv] Paolo Vinci, Il lavoro come rapporto sociale, in La forma filosofia in Marx, manifestolibri, Roma 2011, p. 137.

[xv] Alain Badiou, L’ipotesi comunista, Cronopio, Napoli 2011, p. 171.

[xvi]  Aa.Vv, Introduzione, in L’idea di comunismo,(a cura di Costas Duozinas e Slavoj Žižek), DeriveApprodi, Roma 2011, pp. 5, 7, 8.

[xvii] Etienne Balibar, in La filosofia di Marx, cit., p. 113.

[xviii]Antonio Negri, Comunismo: qualche riflessione sul concetto e la pratica, in “Alfabeta2”, II,  n. 8, aprile 2011, p. 28.

[xix] Etienne Balibar, La filosofia di Marx, cit., p. 129.

[xx] Ibidem.

[xxi] Intra.

[xxii] Cfr. Mario Pezzella, Il malinteso dell’arte. Politica ed estetica in Jacques Rancière, in  “Iride”, XXIII, Aprile 2010, n. 59, p. 108. ,

[xxiii] Carlo Formenti, Felici e sfruttati, cit., p. 118.

[xxiv] Vladimiro Giacché, Crisi 2.o,  in “Alfabeta2”, II, n. 13, Ottobre 2011, p. 40.

[xxv] Carlo Formenti, Felici e sfruttati, cit., p. 123.

[xxvi] Saskia  Sassen, La finanza divora l’economia, in Carta/Cantieri sociali, XII, n. 1, 15/21 gennaio 2010, p. 12 e ssgg.

[xxvii] Damien Millet ed Eric Toussaint, Aria di rifondazione in Europa. Bisogna pagare il debito? , in Le monde diplomatique/il manifesto, XVIII, Luglio 2011, n. 7, p. 7 e ssgg.

[xxviii] Ivi.

[xxix] Ibidem.