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Rassegna Stampa

Presentata la collana pubblicata da Energheia per il concorso dedicato agli scrittori africani

Il Quotidiano – Sabato 22 marzo

Dalla letteratura le voci dell’Africa

Famiglia e spiritualità tra i temi dei racconti finalisti

La cultura africana gode ottima salute, ha voglia di crescere, e soprattutto vuole scrollarsi di dosso un’etichetta ancora molto sentita dagli intellettuali del continente nero, quella della subordinazione all’Occidente. Una declassazione che appare obiettivamente ingenerosa leggendo i racconti finalisti del premio letterario “Africa Teller”, organizzato per il terzo anno dal sodalizio culturale Energheia in collaborazione con l’associazione umanitaria Amani.
Ieri pomeriggio, presso il polo umanistico dell’università di Basilicata, si è svolta la cerimonia di premiazione del concorso, vinto dal giovane ricercatore dello Zimbabwe Jealous Nyandoro con il racconto “Il pungolo della colpevolezza”. Alla manifestazione hanno partecipato Gianmarco Elia, rappresentante di Amani, Jean Leonard Touadì, giornalista e Maurizio Camerini, coordinatore del premio letterario. Le sei opere selezionate per la finale della seconda e terza edizione del concorso sono state pubblicate nella collana “Racconti africani”, messa in vendita per devolverne il ricavato alle popolazioni del continente. Un’antologia di opere brevi e intense, quasi messaggi in bottiglia giunti dall’oceano del web attraverso e.mail rimaste anonime fino al verdetto finale dei giurati. Legati da un filo rosso culturale e socio politico i temi delle storie: la famiglia e il ruolo dell’uomo e della donna, la guerra, l’amore e l’odio per le radici, l’emarginazione. Tutti argomenti sui quali la letteratura africana ha molto da dire “Nella pace c’è orgoglio, nella guerra solo dolore”, scrive Thuku S. Muthee in “Che Dio non voglia”. E ammonisce “Sta per arrivare un tempo in cui uccidere un essere umano sarà come uccidere una capra”. Angela Nyokabi Baiya parla di un “bambino di strada” dal braccio ferito brulicante di insetti, a cui i passanti offrono in elemosina la metà avariata di una banana. E ci sono “Un amaro destino” che Stephen Amin assegna ad un sudanese dei Nuba morto per non far uccidere la libertà, e la malinconica sorte di “Blessed e Anwar”, gli innamorati della favola tribale di Naomi Brice. “La cultura e l’arte in Africa hanno leitmotiv precisi”, conferma padre Kizito, che ha partecipato al gruppo di coordinamento del premio Energheia. “Si va dal ricordo del colonialismo, alla delinquenza che accompagna la povertà e che, però ha sempre una redenzione estrema, ai nuovi rapporti tra i sessi. Con la disoccupazione, la vecchia visione maschilista è stata sostituita dal ruolo positivo della donna come cardine della famiglia, di fronte ad un uomo debole, senza lavoro e spesso violento e dedito all’alcool”.
Su tutto domina un profondo senso di spiritualità e ottimismo sociale. “La cultura africana – ricorda Kizito – è sempre stata molto militante. Anche il cinema, ad esempio, a differenza di quello occidentale, che filma storie private, preferisce vicende collettive”. Politicamente l’Africa si schiera contro la guerra in Iraq. Un settimanale keniota si è domandato quanto ancora dovrà pagar il paese, dopo i fatti di Nairobi e Mombasa, per un conflitto non voluto.

Nella foto_Padre Kizito durante la presentazione dell’antologia di racconti africani