Caricamento in corso
I racconti del Premio letterario Energheia

Nemesi_Martina Pastori, Rho(MI)

_Racconto finalista diciannovesima edizione Premio Energheia 2013.

 

L’Oceano era nero, spaccato da un vento frigido. Onde torbide si alzavano con fiotti di spuma, per poi liquefarsi nella risacca. Non c’erano punti d’approdo, in quelle acque eterne. Solo uno scoglio patinato di sale, inarrivabile, vegliava sugli abissi gravidi di tempesta.

La luna indugiava, quella notte. Quando fece capolino in cielo, friabili coltrici di nubi le si coagularono attorno, adombrandone la forma pallida, perfetta. Losanghe di luce grezza edulcoravano il buio e i tralci degli alberi.

Nel silenzio più altisonante, abbandonata al suolo ciottoloso, a poca distanza dal mare, una donna aprì gli occhi. Cercò di pensare a qualcosa, ma la sua mente era un deserto. Bianca. Illibata. Si tirò a sedere, i polmoni che le bruciavano per lo sforzo di respirare. La brezza cagionevole che scarmigliava i fili d’erba le fece accapponare la pelle. O forse, fu colpa delle ridde di domande che le turbinavano in testa. Tremava.

        Dove mi trovo?

Un tuono squassò la terra, sin nelle viscere. La donna si alzò in piedi di scatto, atterrita, incespicando. Cominciò a correre. Si chiese se stesse scappando. E se sì, da chi. Andò avanti per un tempo che non seppe quantificare. Secondi, minuti, ore. Si fermò quando sentì le gambe cederle. Dell’Oceano, alle sue spalle, non restava che una linea capillare, adagiata sull’orizzonte. Si lasciò cadere sulle ginocchia, con l’inedia di un sacco vuoto. Si trovava nel mezzo di una brughiera desolata, e non sapeva come ci fosse finita. In un limbo di tenebre, senza nessuna ancora di salvezza cui aggrapparsi. Le palpebre le calavano. Avrebbe dovuto avere paura, invece che sonno. La tentazione di soccombere all’oblio era incontrastabile. Si assopì lì, nel grembo di quel nulla pastoso che l’aveva partorita, mentre nella sua mente si faceva largo un altro interrogativo.

        Chi sono?

Poco dopo, il cielo iniziò a piangere.

Quando si svegliò, brillava un sole algido. Si stropicciò il viso e strizzò i vestiti pesanti di pioggia. Percepiva i sintomi della fame, ma stentava a decifrarli. Si mise in marcia; prima, o poi sarebbe pure arrivata da qualche parte. Procedette vacillando nella direzione che aveva imboccato la notte precedente, rincuorata dall’aspetto meno sinistro di cui si era guarnita la natura intorno a lei.

Non tardò a sentirli: lo stridore delle gomme sull’asfalto, il tono perentorio dei clacson, il richiamo delle sirene di qualche ambulanza. Il cuore prese a batterle forte al pensiero di una civiltà così vicina da poterla ascoltare. Incedette, finché non incappò nell’autostrada serpentina che tagliava l’aperta campagna, ammorbando l’aria di smog bigio. Si bloccò al margine della carreggiata. Il traffico saettava oltre il limite di velocità, benché congestionato dal sopore del mattino. Qualcosa al di là della corsia catturò la sua attenzione: una stazione di servizio. Non doveva fare altro che guadare quel fiume di macchine impazzite e chiedere aiuto. Intraprese la traversata della corsia, tra schiamazzi di clacson, improperi a iosa e le correzioni di rotta delle auto che la scansavano. Era a qualche metro dalla sponda opposta della carreggiata, quando una Volvo cominciò a rallentare troppo tardi e la costrinse a spiccare un balzo all’indietro. Non si fece attendere una sonora sferzata di clacson, in segno di protesta, ma lei posò le mani sul cofano, senza accennare a spostarsi di lì, e strinse gli occhi per scorgere il guidatore, schermato dal sole, che si specchiava sui finestrini.

La macchina si posteggiò, con una manovra poco ortodossa, nello spiazzo antistante l’area di servizio. L’uomo che aprì la portiera aveva un telefono cellulare premuto contro l’orecchio, abiti costosi e l’aria di chi avrebbe volentieri sorvolato perdite di tempo del genere. Chiuse la conversazione e si sporse verso la donna che aveva quasi investito.

“Si può sapere cosa diamine le è saltato in mente?”

Lei lasciò correre. Si schiarì la voce e si stupì nel constatare che era in grado di imbastire una frase di senso compiuto.

“Dove ci troviamo?”, chiese, scandendo le lettere una a una.

“A Portland”.

Quel nome smosse qualcosa dentro di lei. Un ricordo, forse? Trasalì.

“Maine?”

“No, Alaska”.

Richiuse la portiera e si chinò ad armeggiare col cruscotto, ma, quando mise in moto, la donna era ancora davanti alla macchina. Abbassò il finestrino e le scoccò un’occhiata truce.

“Devi aiutarmi. Io… ho perso la memoria”.

Rimase immobile, le unghie affondate nei palmi delle mani, non osando dire alcunché mentre si decideva del suo destino.

L’uomo la fissava. Pareva che non riuscisse a capacitarsi del fatto che faceva sul serio. Si ridestò solo dopo un po’.

“Sali in macchina”, intimò laconicamente.

Lei non se lo fece ripetere due volte e si sistemò sul sedile del passeggero.

Si sentì in dovere di farsi depositaria di una spiegazione plausibile.

“I primi ricordi che ho, risalgono a questa notte – prese fiato, – e non riesco a farmi tornare in mente nient’altro”.

Non ricordava il suo nome, da dove venisse, dove dovesse andare; forse aveva una famiglia che si allarmava per la sua assenza, forse aveva un lavoro, un cane da portare fuori, gerani da annaffiare e una pila di posta sulla soglia di casa, che aspettava di essere letta. Come aveva potuto dimenticare?

L’uomo alla guida pigiò il pedale dell’acceleratore e si accese una Merit.

“Be’, non capita di rado che la gente perda la memoria, dopo aver subito un trauma…”, le gettò un’occhiata in tralice, soffiando un anello di fumo. “O, dopo aver bevuto più del dovuto. Ti lascerò alla centrale di polizia, chissà mai che qualcuno non abbia sporto denuncia per la tua scomparsa”.

L’altra tacque. L’aveva presa per un’alcolizzata, ma come dargli torto? Per quanto ne sapeva, sarebbe anche potuta essere una criminale di prim’ordine. Calò un silenzio, interrotto soltanto dal ronzare del motore, ma non durò molto.

“Hai guardato nella borsa?”

Quella domanda la colse di sorpresa. Quale borsa…?, stava per replicare, quando capì che si riferiva al fondo della bisaccia che faceva capolino, da sotto il suo cappotto. Non l‘aveva notata.       Se la adagiò sulle gambe con delicatezza, quasi fosse una reliquia. Come tutto il resto, era imbrattata di terra e umidiccia. Le sue mani indugiarono sugli oggetti che ne estrasse: un’agenda zeppa di nomi, numeri e indirizzi, vecchi scontrini, un mazzo di chiavi, dei cosmetici, un pacchetto di gomme da masticare, un lettore MP3. Stralci di una vita che non le apparteneva. Lo sconforto le annodò la gola, spugnoso. Da ultimo, tirò fuori un portafoglio contenente una sfilza di documenti. Fece per aprirne uno qualsiasi, ma il coraggio le venne meno. Si fermarono in coda a un casello. L’uomo alla guida la guardò di sguincio, irritato.

“Cosa aspetti?”

Lei inspirò e ricusò ogni esitazione. Sulla patente, un nome anonimo: LISA MILLER.

“Lisa Miller” ripeté, sull’orlo delle lacrime, sfiorando con i polpastrelli le parole in rilievo.

“James Kramer”.

“C’è altro! Un indirizzo”, tentennò. Per qualche strano motivo, seppe che non distava più di un paio d’isolati da dove si trovavano, in quel momento. Casa sua. Non voleva varcare l’uscio di un piccolo universo che sapeva, non avrebbe riconosciuto. Ma forse non importava quello che voleva. Contava soltanto riavere indietro la memoria. In ogni caso, non erano molte le alternative, meno allettanti, del commissariato di polizia.

“Non è che mi porteresti lì?”

 

Seduta sul divano in similpelle nel suo appartamento, al settimo piano del numero 7 di Stratford Avenue, Lisa Miller osservava la neve cadere in bioccoli farinosi e diafani, fuori dalla portafinestra del salotto. Il mento poggiato sulle ginocchia, strette al petto, le braccia a cingere le gambe, cercava di proibirsi di pensare, ma invano. Aveva trascorso le ore precedenti vagando come un’anima in pena tra le mura di quel trilocale minimalista, senza riconoscerne nemmeno un particolare: né i volti immortalati nelle foto incorniciate di legno cesellato, né l’effluvio che permeava ogni stanza, né le voci dei messaggi lasciati nella segreteria del suo telefono, da perfetti sconosciuti. Stentava a credere che fosse di sua proprietà la collezione di gufi colorati, custodita in una vetrinetta. A quanto pareva, viveva sola, eccezion fatta per il gatto persiano dagli occhi gemmei che le era corso incontro, appena entrata. Non c’erano tracce evidenti di un lavoro: nessuno stampato, nessuna uniforme, nessun opuscolo di alcuna azienda. Dopo essersi buttata sotto il getto bollente della doccia e aver sfregato via il fango che le impantanava la pelle, aveva deterso dal vapore la superficie dello specchio del bagno. Il viso che vi si era riverberato era quello affilato di una donna sulla trentina, dall’incarnato latteo e spolverato di efelidi, inquadrato da una zazzera di politi capelli corvini. Occhi grandi, di un grigio slavato, labbra sottili, un fisico androgino nella sua esilità. Come temeva, un’estranea di nome Lisa Miller.

Un pomeriggio tra tanti altri, senza preavviso, il trillo del campanello infranse la piattezza della quotidianità monotona di Lisa. Dovette racimolare tutto il coraggio che aveva per dare una scorsa allo spioncino. Quando aprì la porta a James, in cuor suo era felice di trovarsi davanti a qualcuno che costituisse una parte, seppur ininfluente, di questa vita, e non di quella. Le mostrò due confezioni da asporto di cibo cinese.

“Il mio senso civico mi ha spinto a farti visita, a scopo puramente informativo”.

Si sedettero al piano bar della cucina. Trovandosi sotto il naso del vero cibo, e non le vettovaglie in scatola, riesumate dalla credenza di cui era sopravvissuta negli ultimi tempi, Lisa constatò di essere affamata oltre ogni dire. Piluccò un boccone di riso prima ancora di ringraziare per la cena, conscia delle numerose violazioni del galateo, di cui si colpevolizzava con quel gesto.

Intanto, James la studiava.

“La memoria?”, chiese dopo un po’.

Sembrava più partecipe del lecito, come un archeologo di fronte a un fossile appena dissepolto. O magari era solo curioso…

Lisa distolse subito l’attenzione dall’incarto fumante che aveva tra le mani, come se avesse dimenticato anche di non ricordare più niente, ma ora, qualcuno, si premurava di farglielo presente, risvegliandola dalla sua illusione personale. Non fiatò per qualche istante, ma poi scoppiò. Aveva bisogno di parlare. Si sorprese a sciorinare le proprie ipotesi a un estraneo tra miliardi. Il cibo cinese era ormai freddo quando sfilarono la sua amnesia da sotto la lente del microscopio e la discussione deragliò su altri binari.

“Puoi ritenerti fortunata! – fu l’ultima cosa che disse James, prima di andarsene. – Di solito, chi perde la memoria, disimpara anche a parlare, a mangiare, ad allacciarsi le scarpe. Ma tu sei una persona a tutto tondo. Ti mancano solo i ricordi”.

        Ti mancano solo i ricordi.

Lisa aveva il timore che i ricordi, per lei, potessero significare tutto.

Lisa leggiucchiava i titoli d’apertura del Daily Magazine. Si sentiva esautorata del proprio ruolo nel mondo, e cominciava a considerare, seriamente, l’evenienza di farsi aiutare… L’odore di bruciato la riscosse troppo presto dai suoi pensieri. Quando ne estrasse le spoglie carbonizzate di quel che in origine era un arrosto, il forno esalò una nebbia corposa, che non si dissolse neanche a contatto con la corrente, che spirava dalle finestre spalancate su diversi fronti. Come esperimento culinario era stato un fallimento. Lisa abbandonò la sua vittima nel lavello, inveendo, e fece scorrere l’acqua, finché non smise di sibilarle contro. Alle sue spalle, riconobbe lo scatto della serratura della porta. Avrebbe giurato di aver chiuso a chiave… Tutto ciò che distinse, nella foschia caliginosa, furono due sagome imponenti. Gridò. Tentò di difendersi, graffiò e scalciò, ma erano più forti di lei. Le premettero una pezza su naso e bocca, e alla fine, dovette respirare. L’aroma di cui odorava era intenso e le punse la gola. Perse i sensi. L’ultimo rumore che sentì fu il tonfo di un corpo che cadeva sul pavimento. Il suo.

Rinvenne con lentezza. Aveva i muscoli anchilosati, come dopo una lunga corsa, quando il cervello implora ossigeno e l’acido lattico entra in circolazione. Era seduta, la testa appoggiata su un tavolo di metallo e protetta dall’involucro delle braccia.   Sopra di lei, una lampada al neon. Lisa raddrizzò la schiena. Si trovava in una stanza tanto bianca, che si sarebbe detto splendesse di luce propria, priva di finestre e orpelli. Tolti il tavolo e le due sedie che a esso sottostavano, non era arredata. Dapprima, pensò a uno di quei laboratori asettici, da scienziati in camice bianco. Poi, a un bunker. Ricordava alla perfezione il modo in cui era stata prelevata da casa sua. Ma da chi, e perché? Le parve un sequestro bello e buono. Uno sbaglio; tutti i rapitori avrebbero dovuto appuntare le sue credenziali sulla lista nera, così da starle il più lontano possibile: nessun lavoro, parenti disinteressati, memoria scadente. In altre parole, niente riscatto.

A un tratto, nel bianco abbacinante delle pareti si schiuse un ingresso. Nella stanza entrò una donna, seguita a breve da un uomo. Indossavano identiche livree impersonali, e Lisa valutò se fosse il caso di riprendere in considerazione l’ipotesi del laboratorio. La donna si sedette di fronte a lei e sfoderò un fascicolo che ripose sul tavolo, senza guardarla, mentre l’altro si appostò in un canto, in disparte.

“Chi siete?”, chiese.

Non risposero. Continuarono imperterriti a far finta che lei non esistesse. Lisa si alzò con la flessuosità di una molla, cercando di convincersi di non essere trasparente.

“Che cosa volete da me?”

Da sotto gli occhiali, la donna sollevò appena gli occhi, color porcellana.

“Si sieda – l’apostrofò, intransigente. – Mantenga la calma, e uscirà di qui il più presto possibile”.

Lisa non si sognò neanche di assecondarla. Calcolò la distanza che la divideva dalla porta, non era poi così infattibile…

“Non proverei, se fossi in lei!”

Non sembrava avvezza a essere contraddetta.

“Per quanto possa essere veloce, stia pur certa che la riprenderemo. Si metta comoda”.

Lisa si lasciò ricadere sulla sedia.

“D’accordo – mormorò, – giochiamo secondo le regole”.

“Il suo nome”.

“Lisa Miller” sputò, a metà tra l’indecisione e una collera labile.

“Numero di matricola”.

“Lo trova divertente? Che cosa ci faccio io qui?”

“Quanti anni ha?”

Lei precipitò nello sconforto.

“Senta… so che non mi crederà. Ma, è la verità. Ho perso la memoria. Non ricordo che le poche cose che ho avuto modo di imparare di nuovo”.

“Da quanto tempo fa parte del Progetto Nemesi?”

A Lisa venne il dubbio di aver parlato tra sé e sé.

“Io non ho mai fatto parte di nessun dannato progetto -, dichiarò a denti stretti, mentre nella sua mente si affastellavano turbinii di emozioni contrastanti. – Non so di che cosa parli. Anzi, credo che lei sia matta. Folle”.

“Sa di cosa si occupa il Progetto?”

“Immagino che siano informazioni riservate. Come la ragione per cui mi trovo qui”.

“Il Progetto Nemesi comprende membri selezionati, provenienti da ogni Paese. Dopo aver ricevuto un addestramento apposito, chi si arruola, si impegna a tutelare il segreto professionale, da qualunque fuga di notizie. Trasgressioni e inadempienze vengono punite con la massima severità. Gli adepti si occupano di mansioni di ogni sorta, spesso compromettenti e rischiose. Di norma, il Progetto li impiega come agenti sotto copertura, investigatori privati, responsabili di atti criminosi o fiduciari ai servizi del miglior offerente”.

Disse tutto senza prendere fiato, quasi fosse un copione sciorinato già molte volte.

“Gli adepti, sono vincolati al progetto per tutta la vita, salvo che in casi particolari. Come il suo”.

“Vuole dire… che io sono stata membro di questo Progetto?”

“Tecnicamente, lo è anche adesso”.

Lisa scosse il capo.

“Non può essere. Io sono una persona qualsiasi”.

“L’annullamento delle funzioni mnemoniche, fa parte delle procedure, cui si sottopongono gli adepti. Al momento dell’adozione di un nuovo incarico, la cancellazione dei ricordi delle loro esperienze pregresse vissute, all’interno del Progetto, consente di salvaguardare la segretezza dell’intera organizzazione”.

Un brivido percorse la schiena di Lisa. Una minuscola scheggia del suo intelletto credeva in quella storia.

“E com’è che cancellate i ricordi alla gente?”

“Pillole avveniristiche. Le più comuni, servono ad abolire la memoria a breve termine, e se prese in sovra dose sono innocue, ma causano un totale annientamento dei ricordi. Questo è quel che crediamo che sia successo a lei. Le pillole meno reperibili, invece, hanno la funzione opposta. In situazioni estreme, possono richiamare la memoria alle sue occupazioni, anche se il processo di annullamento è, per il novanta per cento, irreversibile. Se prese in sovra dose, innescano la cessazione delle attività neurologiche. In altri termini, la morte”.

Di tutto quel profluvio di parole, a Lisa ne rimase impressa solo una: innocue. Non l’avrebbe usata per definire quelle pillole, senza dubbio. Lasciò cadere le braccia sul tavolo.

“Quindi non… non c’è nessuna possibilità che io… recuperi la mia memoria?”

“Lei non ricorda niente, perché non ha più niente da ricordare. Lo spettro di azione delle pillole ha effetto solo fino a qualche giorno prima dell’annullamento, purtroppo”.

“Chi crede che mi abbia fatto questo?”, sussurrò per non gridare. Non credeva in quella favola, ma forse era solo in cerca di certezze che puntellassero la sua caducità così debole, così fragile.

Nell’espressione della donna passò un lampo di umanità.

“I nostri sospetti ricadono sull’ultimo caso di cui lei si è presa carico. Si tratta di un trafficante di organi che aderì al Progetto, un criminale incallito che è sempre riuscito a farla franca. Crediamo che abbia deciso di resettarla nel momento in cui lei lo ha riconosciuto e ha cominciato a rappresentare una minaccia”.

Sospirò.

“Ricordare. Non le chiediamo altro. Inghiottire qualche pillola, e dirci quello di cui è al corrente. Dopodiché, sarà libera dall’influenza del Progetto. Per sempre”.

Suonava come una promessa.

 

Una vita senza ricordi, è una vita a metà. Una vita senza ricordi, è una vita senza senso.

Lisa fissava l’Oceano, davanti a sé. Il cuore le martellava nel petto. Una lacrima, una sola, le rigò la guancia, fino al mento. Il mare era liscio, piallato da un venticello gentile, onde ponderose si sbriciolavano, con fatica immane, sulla costa sassosa. L’esatto opposto della notte in cui era venuta al mondo. Sarebbe rimasta a contemplarlo per l’eternità intera. Ma la stavano cercando. Ed era certa che non avrebbero impiegato molto a trovarla. Non si chiamava James Kramer, il suo vero nome era in discussione. Si era macchiato dei reati più disparati: concussione, omicidio su commissione, contrabbando di organi. Si era infiltrato nel Progetto Nemesi per venderne i segreti a peso d‘oro. Era un suo conoscente di vecchia data, in un paio d’occasioni avevano lavorato insieme.        In una vita, traboccante di passato, lo aveva amato. Ora era solo questione di tempo. Anche se avesse fatto in tempo a battersela all’estero, il Progetto si sarebbe messo sulle sue tracce. Anche se si fosse rintanato su un atollo caraibico, loro lo avrebbero trovato. Magari non subito, ma la giustizia avrebbe fatto il suo corso.

C’era un ricordo nuovo che Lisa non aveva avuto la forza di condividere con il Progetto. Una verità amara, cocente come quell’unica lacrima che le profilava zigomo.

Era stata lei a resettarsi. Non Kramer, o come diamine si chiamava. Era colpa sua, e dell’abnegazione incondizionata che aveva artigliato via tutta la sua logica, quando ogni cosa le era risultata chiara. Avrebbe potuto spalleggiarlo, coprirlo, insabbiare la realtà. In fondo, era ciò che aveva fatto fino a quel giorno. Ma se avesse ricordato, quello che agli occhi degli altri non era nessuno, a lei sola sarebbe sembrato l’assassino che era. Aveva creduto che dimenticare fosse l’unica via d’uscita, ma non aveva capito che non ne valeva la pena.

Lisa strinse nella mano il flacone di pillole che aveva rubato. Una rarità. Se prese in sovra dose, innescano la cessazione delle attività neurologiche. In altri termini, la morte. Pillole per ricordare. O, in alternativa, per smettere di esistere. Non pensò a niente, mentre le ingollava una a una. Si fece cullare dal suono del mare. Fu come addormentarsi. Cadde a terra in silenzio, gli occhi chiusi.

 

La donna che li riaprì poche ore dopo, calata la notte, si guardò intorno spaventata. Aveva freddo, era affamata. Cercò di fare il punto della situazione, ma non ci riuscì.

Non ricordava di chiamarsi Lisa Miller. Non ricordava di aver cercato di uccidersi, ma di non esserci riuscita perché, semplicemente, aveva ingerito le pillole sbagliate, pillole che, se prese in sovra dose, erano del tutto innocue, sebbene causassero l’annientamento dei ricordi. Non ricordava chi fosse James Kramer, né di cosa si occupasse il Progetto Nemesi, e neppure di avervi mai preso parte. Non ricordava di avere un passato con cui non voleva fare i conti, chiuso a chiave in un angolo della sua mente.

Non sapeva ancora che forse, a volte, dimenticare è meglio che ricordare.