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I racconti del Premio letterario Energheia

Amigdala_Teodoro Lorenzo, Torino

_Miglior racconto da sceneggiare diciannovesima edizione Premio Energheia 2013.

 

“Manca poco alla gara”.

Se gli orologi della città di Konigsberg si regolavano sulla passeggiata quotidiana di Kant, Luigi il macellaio era il mio Kant.

Ogni mattina, esattamente alle undici meno cinque, non un minuto prima, non un minuto dopo, con la scusa di fumarsi una sigaretta, lasciava sola la moglie, dietro il bancone della macelleria e percorreva i duecento metri che lo separavano dalla mia officina.

Ci metteva un piede dentro e con la sua voce da violino non accordato, che così male si accompagnava all’imponenza della sua mole, ripeteva: “Manca poco alla gara”.

Diceva solo questo e poi tornava indietro. Il tempo di una sigaretta non gli permetteva una sosta che non fosse istantanea e qualcosa di più di una sola battuta, quella.

Un ritardo, anche minimo, avrebbe provocato l’ira funesta della consorte, corpulenta quanto lui, ma molto più aggressiva.

Con la testa dentro il motore di una macchina, sentivo la vocina di Luigi e pensavo: “Sono le undici!”

E regolavo il resto del lavoro da lì alla pausa di mezzogiorno.

Se c’era un cliente, la cosa mi recava qualche imbarazzo.

A vedere un tizio atticciato, in grembiule bianco, arrivare, pronunciare quella scemenza e scappare via, son si poteva che pensar male escludendo l’ipotesi di un folle sfuggito alla sorveglianza dei dottori, rimaneva quella di una sonora scorbacchiata, tipo pernacchia napoletana: “Demetrio, manca poco alla gara, prrr…” e via…

In realtà, le parole di Luigi erano dettate dalle migliori intenzioni, se gli affari possono essere inseriti nel novero delle migliori intenzioni.

Per l’ultima gara del campionato kart, all’insaputa della moglie, aveva deciso di farmi da sponsor, versandomi sull’unghia la bella somma di tremila euro. In cambio, un adesivo fosforescente, su un lato del telaio e sul mio casco, avrebbe magnificato la bontà della sua carne.

E così, adesso, è preso dall’eccitazione, pensa continuamente alla gara e non vede l’ora di leggere il suo nome sulle pagine di Teramo News.

La mia vittoria la dà per scontata e quindi la foto del casco e/o della macchina, con annesso adesivo, la considera già in stampa; la sconfitta non è inserita tra le opzioni possibili. Non si capirebbe, infatti, per quale imprevedibile cataclisma un uomo, nella fattispecie il sottoscritto, che ha vinto tutte le gare precedenti, dovrebbe andare a perdere proprio l’ultima.

Per quanto mi riguarda, non mi unisco alla sua eccitazione. Anche per l’ultima gara sono completamente rilassato, impermeabile, come sempre, a ogni soprassalto emotivo.

Mi riconosco un carattere freddo. Non mi lascio coinvolgere dal pathos ed anche nelle situazioni più critiche, riesco a mantenere lucidità e saldezza di nervi, senza lasciarmi sopraffare dalla paura. Che, anzi, non so cosa sia.

Mi rendo conto che l’affermazione può apparire paradossale.

Risulterebbe, forse, più comprensibile se a pronunciarla fosse uno stupido, dalla mente poco coltivata, o un burino presuntuoso, da periferia degradata.

Ma io non appartengo alle sopra citate categorie. Ho nel cassetto un diploma di maturità classica, conseguito nel glorioso Liceo Classico Melchiorre Delfico, adoro leggere e odio i coatti supermachos, della serie Spostatevi che passo io.

Se vi dico, perciò, che la paura non so cosa sia, vi sto dicendo la pura verità, mi dovete credere.

“Ciao, Demetrio, ti aspettiamo al bar Milly”.

“O.K.! Pecorino, ci vediamo lì, alle nove”.

Più che un’officina, la mia è un porto di mare, ma questa è la sua bellezza, ho voluto io che fosse così.

L’ho aperta vicino alla nuova casa, una villetta in un quartiere residenziale, a Nord di Teramo, dove mi sono trasferito, dopo le scuole medie. Al Piano della Lenta, ormai, conosco tutti e tutti mi conoscono. Insieme al bar Milly, la mia officina è diventata il ritrovo abituale di amici e conoscenti.

Si fermano, mi salutano, ascoltano il suono di qualche motore per individuarne la nota stonata (si credono tutti intenditori), si informano sull’esito della mia ultima gara, mi fanno gli auguri per la prossima.

Pecorino è uno degli amici di infanzia. In verità, si chiama Giovanni, Giovanni Minotti, ma l’abbiamo sempre chiamato Pecorino perché la sua famiglia produce formaggi e latticini nella campagna di Monticelli.

Lui, Santo e Ranieri hanno assistito a tutte le mie gare. Sono i miei tifosi più accaniti, al punto che hanno fondato un Demetrio Lancetti Fans Club, sede sociale il bar Milly, spilla e consumazione gratis all’atto dell’iscrizione.

Hanno coniato anche uno slogan: “Demetrio Lancetti, l’uomo che non conosce la paura”.

L’hanno inventato in omaggio al mio modo di essere e di correre, sempre davanti, sempre all’attacco. Per me, non esistono tattiche di gara o strategie da concordare con compagni e avversari. Salgo in macchina e schiaccio l’acceleratore, fino al traguardo. E se, per disgrazia, trovo qualcuno davanti a me, magari con un motore più potente, che m’impedisce il sorpasso sul rettilineo, aspetto la prima curva, perché lui, prima o poi, frenerà ed io no. A quel punto, mi basta un angolo, lo spiraglio di una finestra, per infilare il muso della macchina. Potrei urtare l’avversario, salirci sopra, ribaltarmi, fare testacoda, magari prendere il volo e superare le reti di recinzione. Nulla mi ferma! Schiaccio il pedale e vado avanti! Non avverto il pericolo. Quando, poi, ci sono condizioni meteorologiche avverse, pioggia battente e scarsa visibilità, ancora meglio.

È come se fossi un automa, rimango concentrato solo sui movimenti che devo fare. Sono un superuomo, mi dice qualcuno al bar, programmato diversamente dal resto dell’umanità, con una scheda nella quale non esiste la paura.

Della paura ho ricordi lontani. Da bambino la identificavo con una vecchia che abitava nella mia vecchia casa di Largo Melatini, vicino alla chiesa di Sant’Antonio.

Ogni sera, alle sette, con grande stridore di ferri, la portinaia chiudeva un grosso portone di legno, a due battenti. Era come tirare su un ponte levatoio. Il castello diventava inaccessibile e garantiva rifugio e protezione. Varcato il portone e il passo carrabile, con il bugigattolo della portineria, si aprivano, in diagonale, due scale di pietra. In mezzo, si allungava un cortile bitorzoluto di ciottoli lucidi e ineguali, sul quale si affacciavano le ringhiere dei balconi. Noi abitavamo al secondo piano della prima scala. La vecchia, al primo piano della scala opposta.

A pensarla oggi, mi rendo conto che era solo una povera creatura. Camminava curva e assai lentamente, vestiva sempre di nero, portava uno scialle dello stesso colore, con il quale si copriva la testa. Poteva avere mille anni, era come una tartaruga arrivata da epoche remote; le stesse rughe, gli stessi lenti zampettii, la stessa testina che ruotava impaurita da sotto il suo carapace di lana nera.

Ma per me, a quei tempi, lei era la strega cattiva. Mi ero convinto che mangiasse i bambini. Per giorni li teneva chiusi in una gabbia, come infelici canarini e quando finiva il piacere della vista, li bolliva dentro un enorme pentolone di rame.

Quando la vedevo attraversare il cortile, come un’ombra nera e silenziosa, strisciando sui ciottoli, io ne avevo paura.

Ed era altra paura, quella che mi prendeva quando dovevo andare a giocare dalla mia amica, lisa Molino. Lei abitava al secondo piano e perciò, per arrivarci, dovevo passare davanti alla spelonca, dove la vecchia viveva da sola. Lì dentro, ero sicuro che accadessero cose mostruose.

Allora dopo la prima rampa di scale, mi fermavo, prendevo fiato e poi, con un balzo, a tutta velocità, con gli occhi chiusi, passavo davanti a quella porta per ritrovarmi sul pianerottolo di Elisa, sudato, sfiatato, col cuore in gola, ma salvo.

Non volevo diventare un canarino e finire bollito, dentro il pentolone di rame.

I miei incubi sono stati, per anni, legati a quella vecchia. Il più ricorrente era questo: lei che m’insegue nel cortile, con passi stranamente svelti ed io che tento di scappare, ma non riesco a muovermi, sono completamente bloccato, le gambe pesanti, come cemento armato. Provo a gridare, a chiamare aiuto, ma dalla mia bocca non esce alcun suono. Sono una paura che non riesce nemmeno a trovare lo sfogo di un urlo.

Mentre spettiamo Pecorino, io e Santo giochiamo una partita alla goriziana sul biliardo del bar Milly. Il vincitore sceglierà il film da andare a vedere. Porta sempre in tasca il rosario e l’immagine di Gesù Bambino, da qui il soprannome di Santo.

“Allora Demetrio, hai messo a punto il kart per l’ultima gara?”

“No, Santo, non ho fatto ancora nulla!”

“Attento che manca poco alla gara”.

“Non ti ci mettere anche tu, Santo. Mi sembri Luigi, il macellaio. Ti aspetto domani, alle undici in officina, così me lo ripetete assieme”.

Ho sempre avuto la passione per i motori. Fin da ragazzo, giravo per le officine, per vederli da vicino. Nel garage della villetta al Piano della Lenta, avevo, perfino, approntato un mio bancone da lavoro. Il quartiere intero ricorda ancora la volta in cui uscii in sella alla bicicletta elettrica, un prototipo, da me inventato. Feci il giro della chiesa di Sant’Antonio, con il motore che sbuffava. La voce si era sparsa in un baleno e si era avvicinata una frotta di curiosi. Sembrava di assistere al primo volo dei fratelli Wright, qualcuno applaudiva, qualcuno sventolava fazzoletti bianchi, una giornata memorabile.

“Venite! Venite a vedere! Demetrio Lancetti ha inventato la bicicletta che va da sola!”

Per rendere il mio successo più strabiliante, feci anche la Discesa dei Pompieri. Nessuno l’aveva mai fatta in bicicletta, perché faceva paura. A tutti, ma non a me.

La foto dell’evento è un po’ ingiallita, ma campeggia ancora sul muro della mia officina. A un certo punto ho, addirittura, tolto le mani dal manubrio e la foto è venuta così, con le braccia e le gambe aperte, come pale di mulino.

Pecorino, come al solito, è in ritardo. Quando, finalmente, arriva, spara subito la sua notizia: “Demetrio, su Teramo News ho letto che per l’ultima gara, al Kartodromo Val Vibrata, ci saranno degli emissari della Formula 2. Vengono per te!”

“Non mi interessano gli emissari della Formula 2. Mi interessa Lucia, lei viene?”

Di Lucia, continuo a parlare al presente, ma dovrei, purtroppo, parlarne al passato, perché è da un bel pezzo che non la vedo. Era una ragazza di quarta, l’accompagnavo ogni giorno alla fine delle lezioni. Qualcuno mi ha detto che fa l’infermiera, ma non sono riuscito a saperne di più. Ho detto che l’accompagnavo, ecco, non è proprio la verità, ma non è nemmeno una bugia, basta intendersi sul significato da dare al verbo. Se per accompagnare si vuole intendere camminare affiancati e magari chiacchierare, no! Non l’accompagnavo, perché lei e la sua amica, Gabriella stavano sempre davanti, mentre io e Ranieri, venti metri dietro.

Diciamo che l’accompagnavo con gli occhi, che è pur sempre un modo di starle vicino. Facevamo la stessa strada. Lei era la prima ad arrivare a casa. Gabriella, da sola, e noi due, sempre dietro, continuavamo ancora per un tratto. Siamo andati avanti così per due anni e non ho mai trovato il coraggio di percorrere quei venti metri che mi separavano da lei. Mi accontentavo di guardarla così, da lontano e da dietro. M’impressionava la leggerezza del suo passo. Ricordo che i suoi piedi non sembravano toccare terra, sembrava muoversi su un cuscinetto d’aria.

Non mi faceva paura nulla, ma con lei non ho mai trovato il coraggio.

A volte, di notte, capitavo sotto il suo balcone. Vedevo la luce accesa della sua stanza e come un gatto, seduto sul tetto, che guarda la luna, mi ritrovavo faccia in su, a colare di miele.

“In questo momento, lei è lassù. Chissà cosa sta facendo. Mi penserà, qualche volta?”

Ancora adesso, quel tratto di strada, da scuola a casa sua, continua ad attirarmi. Non riesco a stargli lontano per tanto tempo e così lo ripercorro, di tanto in tanto, da solo, per ritrovare in me quelle lontane sensazioni.

Lucia, comunque, non mi pensava affatto. E dire che per lei sarei morto. E, in verità, ho fatto anche quello. Non ovviamente nel senso che sono morto, ma nel senso che l’ho fatto, il morto.

Era stata Gabriella a sfidarmi: “Ah, sì! Per Lucia saresti disposto a fare qualsiasi cosa? Allora passa una notte al cimitero. Vediamo se ne sei capace”.

Lo fui.

Era una notte di primavera, me lo ricordo perché non faceva freddo. Mi portai il sacco a pelo e una lampada tascabile, per leggere un po’. Poi mi venne sonno e mi addormentai sulla lapide di Maria Gisella Gramantieri 1913-1974.

Paura? Neanche un po’, solo noia.

“Dopo la gara, andiamo a festeggiare in campagna, a Poggio Cono. Ho scoperto una trattoria che è uno spettacolo. Ti portiamo anche Lucia, questa volta!”

Lucia non la porteranno, naturalmente, neanche loro sanno che fine abbia fatto, ma Pecorino e i miei amici sanno che basta ricordare il suo nome per mettermi di buon umore.

La gara di domenica, l’ultima del campionato, l’ho vinta facilmente. Prima della partenza ho dato un’occhiata alle tribune. Luigi, il macellaio, era sopra lo striscione del Demetrio Lancetti Fans Club, sbarbato ed elegante. Completo blu, camicia bianca e cravatta. Si era messo il vestito della festa per farsi trovare pronto all’appuntamento con i flash dei fotografi.

Ho dato gas al semaforo verde, qualcuno è riuscito a starmi dietro, per un po’, poi l’ho perso di vista, alle prime curve.

Come al solito, ho messo in pratica ciò che insegnava Tazio Nuvolari, il mantovano volante.

Le gare si vincono in curva e le curve non si abbordano con una manovra rotonda e avvolgente, ma vanno prese in diagonale, spezzandole bruscamente in due, così: puntare a tutta velocità il punto davanti a sé e poi sterzare, disegnando due linee, naturalmente, senza mai toccare il freno.

A metà di ogni curva, tutti si fanno prendere dalla paura di uscire di strada e, magari ribaltarsi, così toccano il freno, perdendo aderenza, velocità e fluidità di guida. Io, no!

Appena terminata la premiazione, con la coppa ancora in mano, due tizi eleganti, con scarpe di velluto che sembravano babbucce da casa, mi hanno avvicinato, balbettando qualcosa che, nel frastuono dei festeggiamenti, non ho del tutto inteso.

Ho percepito qualche parola, del tipo Formula 2, campione, successo, carriera. Poi, Pecorino mi ha buttato addosso la bandiera del mio Fans Club e ho perso ogni contatto.

Mi sono, comunque, ritrovato tra le mani un biglietto da visita. L’ho messo in tasca, ricordo di aver detto le solite cose: ci penso, magari richiamo.

Per festeggiare, abbiamo portato con noi, a Poggio Cono, anche Luigi, che era il più convinto di tutti. Già pregustava l’articolo sul giornale e la sua foto, che, a quest’ora, avrà già ritagliato e piazzato sulle mattonelle bianche, sopra la cassa della macelleria.

L’abbiamo sistemato dentro un cespuglio e obbligato a tirar fuori, solo la testa, come un cucù, ripetendo a ogni uscita: “Manca poco alla gara, manca poco alla gara, manca poco alla gara”. La sua voce stridula, in verità, lo rendeva più simile a un pappagallo, che a un cucù.

“Luigi, mi hai talmente stressato, tutte le mattine, che questa mi sembra una giusta penitenza”.

Prima di andare in trattoria, io e Ranieri, ci siamo arrampicati su un albero di ciliegie, così, per fare qualcosa di infantile. L’abbiamo sempre chiamato Ranieri per via della sua somiglianza con Ranieri di Monaco, baffetti compresi e per l’eleganza dei suoi abiti, sempre all’ultima moda, da vero principe.

Arrampicarmi sull’albero, mi ha fatto tornare alla mente un episodio di tanti anni fa.

Ricordo il cielo, denso e uniforme, senza lo sbaffo di una nuvola; riesco a vederla a spicchi azzurri, tra l’intrico dei rami, in terra primule e ciclamini macchiano di lilla il verde del prato. È una meravigliosa giornata di sole. Tento di allungarmi per afferrare le ciliegie sopra di me, attaccate alle foglie, come due orecchini, poi avverto il piede, perdere l’appoggio e scivolare, il mio corpo che cade all’indietro e lo smalto del cielo, adesso pieno e senza più spicchi, sopra i miei occhi che stanno per chiudersi.

All’ospedale mi dimisero in fretta, tutto a posto, solo un giorno di degenza, a scopo cautelativo, per tenere sotto controllo il decorso post-traumatico.

Cadendo, avevo urtato la radice di un albero che sporgeva dal terreno e ciò, aveva provocato una momentanea perdita di conoscenza.

Alla fine, quindi, non mi era accaduto nulla, ma da quella volta, non so perché, non ho più avuto paura.

È un segreto che non ho mai rivelato a nessuno, nemmeno ai miei amici, del resto, non saprei cosa dire. Rimane un mistero anche per me e non ho mai interpellato neanche un dottore, mi sarei sentito ridicolo.

        “Senta, dottore, sono caduto da un albero di ciliegie e da quel giorno mi succede un fatto strano: mi è sparita la paura”.

        “Cos’è, un sogno?”

E forse la caduta non c’entra nulla, crescendo il mio carattere doveva maturare in questo modo, con un coraggio estremo.

Non so, non posso fare altro che tenermi dentro questo mistero, a cui, comunque, debbo della riconoscenza, perché qualsiasi cosa sia, mi fa vincere. Abbiamo fatto una mangiata di scrippelle ed eravamo felici. Tornando a casa, in macchina, parlavamo di quegli strani personaggi con le babbucce ai piedi e degli sviluppi futuri della mia carriera. Per i miei amici avrei dovuto telefonare domani stesso, sarei stato un folle a rifiutare un’offerta così allettante.

Poi Ranieri ha cominciato a fare discorsi strani, su persone pericolose e soldi da restituire.

Noi sapevamo che l’elegantone, per inseguire le sue fisse da dandy di provincia, faceva una vita dispendiosa, ben al di sopra delle sue possibilità e che per rimpolpare le sue magre entrate, si dedicava a ogni tipo di scommesse.

Solitamente la fortuna lo accompagnava, ma gli tocca vivere, continuamente, in bilico, tra salvezza e dannazione. Ogni volta rimette il suo destino sull’ultima carta, sull’ultima puntata, sull’ultimo lancio di dadi. La sua è una vita che rotola e saltella, sempre con il fiato sospeso.

Sapevamo tutto, ma a sentire Ranieri, questa volta era andato molto al di là dei suoi limiti, avventurandosi in un mare sconosciuto e pieno di quali.

La situazione gli era completamente sfuggita di mano e da solo non riusciva più a venirne fuori.

Era successo che, giocando a carte, una notte, finiti i soldi e volendo rifarsi e quindi, continuare la partita, si fosse rivolto agli strozzini. Da quel giorno, aveva perduto la sua vita. Aveva dovuto chiedere altri soldi per pagare gli interessi, poi altri soldi per rimborsare il capitale, che, però, maturava altri interessi, in una spirale delirante, che a quel punto si poteva interrompere, solo con un miracolo o con un gesto suicida.

E Ranieri chiedeva a me quel miracolo. Si era informato, aveva escogitato anche il sistema.

Macchine truccate, capaci di raggiungere i duecento all’ora, si sfidavano ogni settimana a Roma, sulla via Olimpica, in uno stridore di gomme. Le gare venivano organizzate nei bar della zona, tra prosecco e fumo di sigarette. Poi cominciava il tam tam occulto, lanciato via sms ed internet. Su quelle gare si scommettevano cifre rilevanti e una folla di spettatori improvvisati si ritrovava ammassata, dove lo spettacolo si faceva più furioso, in prossimità delle curve.

Ranieri era entrato in contatto con quegli organizzatori.

Se mi sono ritrovato una notte a Roma, sulla Via Olimpica, in mezzo a quelle furiose sgasate, l’ho fatto per lui. Solo io potevo riportarlo in salvo. Doveva restituire troppi soldi a quegli squali. Da solo non ce l’avrebbe mai fatta. Era perduto.

In macchina mi aveva implorato di partecipare a una di quelle gare. Una sola e poi basta. Lui avrebbe scommesso su di me. Poiché nessuno, in quell’ambiente, mi conosceva, la mia vittoria sarebbe stata pagata una cifra molto alta. Lui avrebbe riscosso la sua vincita, avrebbe messo in bocca ai mafiosi che gli toglievano il respiro tutti i soldi che doveva e alla fine tutti, finalmente, saremmo tornati a vivere felici e contenti.

Anche in questo caso Ranieri, come Luigi il macellaio, non aveva preso in considerazione l’ipotesi di una sconfitta.

Per un pilota eccezionale come me, prossimo al professionismo, non sarebbe stata che una passeggiata. Una passeggiata a tutto gas, ma pur sempre, una passeggiata.

Non poteva esserci confronto tra me e un gruppo di giovincelli sprovveduti, che non sapevano liberarsi in altro modo del loro eccesso di ormoni, se non pestando senza tecnica il pedale di un acceleratore.

Ranieri aveva sintetizzato la questione, semplificando un po’ troppo, ma la sua, non era superficialità, era disperazione.

“Ranieri, tu la fai facile, ma è un grosso sacrificio quello che mi chiedi. Vuoi spingermi a fare una smargiassata da luna-park. Tutti davanti alla macchina del pugno, con le maglie smanicate e due squinzie al seguito che ci battono le mani. Tiriamo un cazzotto e vediamo chi ha più forza. Queste scene mi disgustano Ranieri, lo sai. Ho sempre odiato i bulli di strada e ogni inutile esibizione di forza. Poi sono una persona onesta, non ho mai fumato uno spinello, non ho mai rubato al supermercato. Probabilmente sono l’unico in Italia a pagare il canone della televisione e tu mi chiedi di partecipare a una corsa clandestina. Per ultimo, non voglio frequentare ambienti malavitosi. Il mio orizzonte, in fatto di frequentazioni, resta il bar Milly e lì intendo fermarmi. Nonostante tutto, farò questa gara, Ranieri, perché ti voglio bene e sono consapevole del casino nel quale ti sei cacciato. Ma bada, una gara, una soltanto. Non chiedermene un’altra, Ranieri, perché non la farò, qualsiasi cosa possa accadere”.

Per questa gara, Pecorino ha messo a disposizione la Peugeot 205 dell’azienda di famiglia. Andava potenziato il motore e ribassato l’assetto, ma come prima cosa, portata in officina. Abbiamo dovuto riverniciarla completamente. Non che il colore verde bottiglia non mi piacesse, ma gareggiare con la scritta Famiglia Minotti formaggi e latticini, mi sarebbe sembrato umiliante.

Così mi sono ritrovato a Roma, sulla linea della partenza.

I miei avversari sono poco più che ragazzi, masticano gomme, hanno giubbotti di pelle e atteggiamenti da duri, silenziosi e imbronciati. Ma è una finta, serve solo a nascondere, a se stessi e agli altri, la loro paura.

Attorno a me vedo le macchine più disparate. Uno Turbo, Lancia Delta, Fiat Coupè. Hanno la portiera aperta e da lì s’intravedono luci al led blu e decine di casse.

Immagino, in quel blu da aeroplano, il martellamento incessante della musica a tutto volume per ottundere il cervello e costringere il piede a spingere, spingere, spingere, sempre di più.

Sulla linea di partenza, le sgasate si fanno furiose, ma anche questo è solo un tentativo di spaventare gli avversari. Anche i gorilla urlano e si battono il petto, prima del combattimento.

Si parte!

Le marce si susseguono e vengono tirate, fino alla loro massima estensione. Il rombo dei motori si confonde in un unico, orrido barrito, da branco in fuga.

Sul rettilineo siamo tutti lì, più o meno attaccati, ma adesso arrivano le curve e la strada si stringe. Solo chi stacca per ultimo il piede dall’acceleratore cingerà l’alloro del campione.

Le macchine rallentano bruscamente, due o tre marce scalate insieme. Si vede il rosso incandescente del disco dei freni che si arroventa sul cerchione. Io non rallento!

Anche la macchina del formaggio fa bene la sua parte.

Sull’ultimo tratto, in Viale Lauro De Bosis, mi scrollo di dosso l’ultimo impiccio, una Lancia Delta che si era ostinata a starmi addosso, per quasi tutta la durata della gara. Un ultimo colpo di acceleratore, un’ultima impennata della bestia e piombo sul traguardo.

Penso che Ranieri sarà felice.

Dopo lo striscione dell’arrivo, un centinaio di persone si accalcano su un lato della strada. Vedo, all’improvviso, un’ombra che si stacca dalla fola per raggiunger il marciapiede opposto.

La velocità è ancora alta, inchiodo e sterzo, per non centrare quell’ombra. La macchina perde aderenza e si ribalta più volte.

È buio, dovrei vedere i lampi di luce dei lampioni. Vedo, invece, un cielo smaltato di azzurro, un albero di ciliegie e un prato verde. Come quella volta… poi chiudo gli occhi.

Quando mi risveglio, Ranieri è accanto a me. Mi guardo attorno, riconosco un letto d’ospedale.

“Ehi amico, che spavento ci hai fatto prendere. Come ti senti?”

“Cosa è successo?”

“È successo che, dopo il traguardo, un bambino ha attraversato la strada. Hai perso i sensi e ti abbiamo portato qui, al San Camillo. Senza chiamare l’ambulanza. Avremmo dovuto dare troppe spiegazioni”.

“Qual è stata la diagnosi?”

“Non hai nulla, Demetrio. Assolutamente nulla. Hai preso solo una botta in testa, ti hanno fatto una TAC e poi hanno deciso di tenerti un po’ qui, ma solo per precauzione. La TAC ha escluso qualsiasi lesione. Ti rendi conto? A quella velocità, la macchina che si ribalta e tu senza un graffio. È stato un miracolo!”

“Hai incassato la vincita?”

“Sì! Tutto a posto. E questo è il secondo miracolo. Sono fuori. Ho pagato gli squali ed è finita”.

“Bene, possiamo finalmente tornare a vivere tutti felici e contenti?”

“Oh, sì! Ma i miracoli non sono ancora finiti. Sta’ a vedere. Ce n’è ancora uno”.

Ranieri schiaccia un interruttore, vicino al mio letto e appare un’infermiera. È alta, i capelli corti, sotto il camice si indovina un corpo morbidamente delineato, nonostante una apparente magrezza.

Si avvicina al mio capezzale: “Come sta il nostro campione?”

Con chi ce l’ha, chi è il campione?

Ranieri, che aveva accolto il suo arrivo con un largo sorriso, non è sorpreso dal suo tono confidenziale. È evidente che deve averle già parlato, che si è stabilita un’intesa tra i due. La questione del campione è sicuramente farina del suo sacco. Ranieri si affretta a rispondere, vista la mia faccia imbambolata: “È ancora un po’ confuso. La botta è stata forte, ma sta già meglio, sicuramente meglio”.

“Bene, ne sono felice. Chiamatemi pure se avete bisogno di qualcosa”.

Mentre ci volge le spalle e si allontana, Ranieri mi sussurra qualcosa all’orecchio: “Non l’hai riconosciuta? Guardala bene!”

Mi sono concentrato, allora, sulla sua figura che si allontanava… un passo elastico, un corpo leggero… che strano… quella donna sembra galleggiare nell’aria… in effetti in quell’immagine c’è qualcosa di familiare… no… non è possibile… Lucia!

Ranieri che non mi ha tolto gli occhi di dosso ha notato il mio trasalimento e sorride: “Adesso ci siamo! Già… è proprio lei! Del resto l’abbiamo seguita tante di quelle volte che potevi riconoscerla solo di spalle. Che ne dici Demetrio… è o non è un altro miracolo? A Roma! Pensa, l’abbiamo incontrata dopo tutti questi anni a Roma… per questo nessuno aveva più notizie su di lei, si era trasferita”.

“Sa chi sono?”

“Sa tutto di te… chi sei, cosa fai. Le ho raccontato tutto. Perché sei qui, l’incidente, le corse, la mia incoscienza, la tua generosità, la scuola, i nostri pedinamenti. Abbiamo legato passato e presente. Ne è stata contenta!”

“Contenta? E di cosa?”

“Di averle riportato alla mente un periodo felice della sua vita, di aver ritrovato degli amici, noi, e uno spasimante, tu!”

“Anche questo le hai detto? Quali altre stronzate le hai raccontato?”

“La verità Demetrio, nient’altro che la verità. È rimasta un po’ sorpresa, all’inizio, ma poi ne è stata contenta, te l’ho detto”.

“Perché sorpresa? Non dirmi che non si era mai accorta di nulla”.

“No, certo, si era accorta di tutto. Solo che pensava che tu andassi dietro alla sua amica, a Gabriella, pensa un po’. E ti ricordi quando hai passato la notte al cimitero? Lei non ne ha mai saputo nulla. Gabriella, la perfida, non le ha mai raccontato niente. Dai! Adesso Vado. Ora tocca a te, ce la puoi fare da solo. Il destino ha riportato Lucia sulla tua strada. Questa volta non starle a venti metri!”

No, non le sono più stato a venti metri.

L’ho guardata bene negli occhi, le ho confessato il mio amore, la mia disperata timidezza, le mie notti da gatto innamorato, sotto il suo balcone, la strada, da scuola a casa sua, che rifaccio da solo, ancora oggi, in silenzioso pellegrinaggio.

Siamo stati un pomeriggio intero a parlare. Poi mi ha preso una mano. Anche lei aveva da confessarmi qualcosa.

La TAC che mi avevano fatto, appena arrivato in ospedale, aveva escluso la presenza di una lesione, ma ne aveva rilevata una vecchia, molto grave.

Una commozione cerebrale, risalente a molti anni prima, aveva compromesso in modo rilevante, una parte del cervello, l’amigdala.

L’amigdala è una piccolissima area, non più grande di una mandorla, che ha una funzione essenziale per l’uomo, regola il meccanismo della paura.

Quando scatta l’allarme per una situazione pericolosa, l’amigdala, attiva le difese, innesca la reazione del combattimento o della fuga. È come una sirena. Quando c’è un’emergenza, suona e lampeggia, in modo da avvertire tutto il corpo perché si prepari ad affrontarla.

Quella lontana caduta dall’albero delle ciliegie era stata la causa della lesione all’amigdala. Per questo, da allora, non ho più avuto paura.

Ecco svelato il mistero che per anni mi sono portato dentro.

Io non sono in grado di riconoscere il pericolo. Il mio cervello non riesce ad attivarsi, non mi manda segnali di allarme. La mia sirena non suona. Le mie prove di coraggio e tutte le mie vittorie, assumono, ora, una luce completamente diversa.

La verità è che io non ho mai avuto alcun merito, non sono stato io a vincere, ma la mia malattia.

Paradossalmente, non è stato qualcosa in più, a farmi arrivare al traguardo, prima degli altri, ma qualcosa in meno. Non il coraggio, ma la mancanza della paura.

E la differenza è abissale. Chi ha il coraggio, ha anche la paura, ma l’ha superata. E io, non posso dire di aver avuto coraggio, perché non ho mai avuto paura.

Adesso, anche lo striscione dei miei amici, a pensarci, mi fa sorridere. Demetrio Lancetti, l’uomo che non conosce la paura. Andrebbe, in realtà, sostituito con questo: Demetrio Lancetti, l’uomo che non riconosce la paura.

Non farò mai più una corsa, in vita mia.

Non sono più un superuomo, non lo sono mai stato. Nessuno lo dirà più al bar Milly. Nello spazio di un pomeriggio sono tornato a essere, semplicemente, un uomo, per giunta, un uomo malato.

Volete sapere la verità? Non mi dispiace affatto.

Lucia, adesso, è accanto a me. L’avevo persa e l’ho ritrovata. È entrata nel mio cervello. È diventata una parte di me. Sarà lei la mia amigdala, la mia centrale d’allarme.

Comincia adesso la mia vera vita. Ho ancora mille dolcezze da scoprire.

E in fondo, anche la malattia ha i suoi vantaggi. Quando mio figlio mi chiamerà, nel cuore della notte, per scacciare l’uomo nero, io non avrò paura.