Argo_Gianmarco Lorenzi, Pescara

_Menzione Giuria diciannovesima edizione Premio Energheia 2013.

 

Con difficoltà riesco, oramai, a distinguere l’odore dei crochi, da quello delle viole dei campi di quest’isola, a tratti, così petrosa. Mi piacerebbe di nuovo correre tra l’erba alta, sentire il fruscio degli steli e dei petali sul mio folto pelo, inseguire le altre creature di questa meravigliosa natura, far volare quei fiori colorati che il mio padrone chiama “farfalle”.

Sono anni che non raggiungo più la spiaggia, eppure fin quando ero in forze, trascorrevo le miei giornate con lo sguardo verso il mare.

In attesa.

Ogni vela all’orizzonte faceva sussultare il mio cuore: la coda iniziava ad agitarsi, il respiro a farsi affannoso. Le lacrime a scendere copiose non appena realizzavo si trattasse solo di pescatori.

Con il tempo iniziai a capire che l’attesa non avrebbe fatto altro che logorarmi, purtroppo lo capii troppo tardi. Oramai sono solo un randagio, consunto da pulci e da zecche.

Ammiro la forza di tua moglie. Per quanto anche lei sia straziata dal dolore della tua partenza, riesce a preservar la sua divina bellezza per il tuo ritorno. Deve amarti proprio tanto. Perdonami, ti prego, se al tuo ritorno ti deluderò, se non sarò più giovane e forte. Non sentirti tradito se le mie zampe calcheranno altri campi. Ti voglio bene anch’io.

Mi raccontavi ogni cosa, confidando nel fatto che io capissi. In fondo, le nostre nature non sono poi così diverse: ci piaceva curiosare, ci piaceva andare all’avventura, amavamo tanto la nostra Itaca, così semplice e così armoniosa. Tu avevi il dono della parola, io dell’ascolto.

Custodisco tutti i tuoi segreti più nascosti: ero lì, quando quel cinghiale azzannò la tua coscia, ti leccavo la ferità per fermare il sangue che usciva copioso. Poi, Euriclea ti medicò con tutto l’amore che, neppure a un figlio nato dal suo grembo, avrebbe dato.

Ero lì quando tagliasti il tronco di Ulivo, per costruire poi, il tuo talamo nuziale.

Una volta mi spiegasti come tendere il tuo arco.

Ma c’è un segreto che con nessun altro hai mai condiviso.

Mi chiedo dove tu sia finito. Ero il tuo orgoglio, ed esserlo era il mio. Ricordi le nostre battute di caccia? Riuscivo a scovar la presenza di cervi e di cinghiali solo con l’aiuto del mio fiuto; iniziavo a correre così veloce che, difficilmente riuscivi a starmi dietro. Non appena ti fermavi, scoccavi la tua freccia con una precisione divina, da far invidia ad Artemide.

Ricordo come se stessi sognando un uomo cieco, con una folta barba, che con il suono della sua lira e il significato dei suoi versi soleva incantare i fanciulli, nelle afose serate estive, quando il frinire delle cicale ritmava il dolce pizzicare delle corde.

Mi piaceva ascoltare; mi accoccolavo tra le tue braccia fin quando, stanco, chiudevo gli occhi e mi addormentavo al ritmo del tuo respiro. Tu restavi sempre sveglio e il mio orecchio, così sensibile, vicino al tuo addome, capiva quanto il tuo cuore fosse impegnato in tale ascolto.

Ricordi quando ci rifugiavamo lontano da tutti? Non sai quanto mi manca sentire il suono della tua cetra, non sai quanto mi manca sentire la tua voce. Una volta mi portasti in mare.

Ci recammo al molo e sciogliemmo Nostos: questo era il nome della tua piccola imbarcazione. I caratteri neri, dipinti sullo scafo, precisi e lineari, sembravano descrivere tutta l’armonia e la musicalità che solo la nostra lingua greca è capace di creare.

“Felice è colui che prima di morire ha la fortuna di veleggiare sull’Egeo” pensai mentre, seduto a prua, lo scafo fendeva silenzioso le acque.

La nave solcava il mare; i venti, custodi di odori e segreti di terre lontane, spiegavano le vele e il sole ormai, si tuffava tra le onde.

 

“Amico mio” mi dicesti, “mi chiedo spesso, se per gli uomini sia lecito innamorarsi di qualcosa di diverso. Se sia possibile l’amore tra uomo e mare, fra uomini e paesaggi, fra uomini e ricordi, fra uomo e conoscenza. O forse l’amore è un sinallagma che necessita di una reciprocità per realizzarsi?”

Iniziai a guaire, come facevo sempre, quando vedevo che eri triste, ti saltai fra le braccia e iniziai ad abbaiare. Eravamo soli, immersi in una distesa di acqua infinita che brillava, illuminata dal sole morente.

“Tu non mi hai mai tradito, eppure io tradirò te: non è colpa mia se son nato uomo. Presto, per altri porti la mia nave salperà, presto lascerò la mia amata terra. Amo questo mare greco, come amo te, tanto quanto amo la mia dolce Penelope. Mi mancherai, amico mio, custodisci il mio segreto”.

Ora, a pianger eravamo in due; una volta mi parlasti di uno strano individuo, convinto che ogni cosa tendesse verso un qualcosa di gerarchicamente superiore: come il fuoco tende verso l’alto per congiungersi con il sole, così il sale delle nostre lacrime tendeva verso il mare.

L’autunno volge al termine e chissà se vedrò un’altra primavera. Ogni tanto, il buon Eumeo mi porta un po’ d’acqua e qualcosa da mangiare, mi dà una carezza sulla testa, nonostante queste zecche farebbero ribrezzo a chiunque. Devi mancare molto anche a lui.

Le frustate dei servi hanno logorato la mia pelle, con difficoltà riesco a sentir l’odore del mare, portato dal vento.

Anche la vista mi abbandona; una trireme o, forse, una semplice nave, ha approdato nella notte.

Eumeo dice che si tratta di un mendico, come tanti: mi chiedo se anche un naufrago possa perdonare il mare.

Lo vedo avvicinarsi curvo, coperto da stracci: Eumeo lo invita a entrar nella sua dimora, per un pasto caldo. Non riesco ad ascoltare le loro parole, eppur vedo l’uomo titubante sul ciglio, cercar qualcosa con lo sguardo.

Ora siete più vicini.

Sei tu?

C’è un segreto che con nessun altro hai mai condiviso: Il segreto dei tuoi occhi.

Adesso posso chiudere i miei.