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L'angolo dello scrittore

Studiare inglese in Africa


– Una English summer school tra baraccopoli, safari in tenda e cuccioli di elefante.

di Silvy Giulietti_

studiare 2“Dunque: perché lo facciamo?”, mi domandò la mia amica Daniela quando le presentai il progetto (oltre ad una esplicita richiesta di aiuto). La domanda non era per niente scontata. Ci demmo qualche giorno per pensarci e poi, rivedendoci, snocciolammo le motivazioni: vorremmo aiutare i giovani a conoscere una fetta di realtà africana genuina, trasversale e più completa di quella generalmente presentata ai turisti. Vorremmo aiutare Amani. Vorremmo che i ragazzi facessero esperienza delle grandi ricchezze africane, che vanno ben oltre lo splendore della natura. Vorremmo contribuire a creare un’idea di Africa che sia più quella obsoleta e piena di stereotipi che troppi europei ancora hanno. E non è un caso se, quando proponevamo questo tipo di esperienza, in tanti ci rispondevano: “studiare inglese in Africa?! In Africa non si va per studiare inglese, ma per rendersi utili: scavare pozzi, costruire scuole…”

africa3Ed invece no, andiamo in Africa per imparare, molto più dell’inglese, ma iniziamo da quello. Un programma scolastico di apprendimento della lingua inglese, disegnato sulle proposte dei nostri studenti viaggiatori. Perché non si possono proporre due settimane di scuola canonica alla fine di un anno scolastico italiano, scoraggerebbe qualsiasi studente.

Così i professori hanno preparato lezioni raccogliendo le nostre esigenze, domande e curiosità di ogni genere. Il programma ha spaziato attraverso usi e costumi, usanze tribali, storia africana, ecosistema, catena alimentare, economia e lezioni di kiswhili (che fatte in inglese sono un gran bell’esercizio mentale!). Curiosità di ogni tipo sono riuscite a tenere viva l’attenzione in aula. E poi, il pomeriggio, in visita per conoscere realtà diverse: la Casa di Anita, Bomas of Kenya, gli elefanti cuccioli al parco Sherldrick, il Giraffe Center, ma anche il Masai Market e due giorni di safari a Nakuru, sempre coadiuvati dai nostri professori che hanno arricchito con i loro contributi le lezioni nate in aula. Abbiamo conosciuto un pezzettino di Kibera con il suo degrado, ma anche la ricchezza di personaggi straordinari, come Jack e i suoi bambini strappati alla strada, o Grace che ha puntato la sua vita sul riscatto delle ragazze di GtoG. E poi due pomeriggi di riposo in cui ci veniva insegnato pazientemente a suonare tamburi, a cucinare ricette africane ed a creare stampe Batik. Abbiamo giocato con le ragazze di Anita, e ci siamo confrontati con i ragazzi della Domus Mariae, che dopo averci meravigliato con le loro danze tribali, ci hanno raccontato cosa intendono loro per education ed il valore altissimo che attribuiscono alla loro istruzione, come unica via di riscatto e futuro. Ed anche questa è una grande scuola per chi viene da un paese dove l’istruzione obbligatoria è diventata scontata. Abbiamo appreso una filosofia di vita che ha arricchito tanto la nostra.

È chiaro che alla fine del viaggio, se chiedi ad un ragazzo cosa ha imparato in queste due settimane, nessuno ti risponde per prima cosa: “ho migliorato il mio inglese”.

africa11Seppur vero, questo è nulla, in confronto ai doni che ci ha fatto il Kenya. Ci ha insegnato la dignità e la fierezza, la tenacia, il riscatto e la felicità che prescinde dai mezzi. E quanta differenza può fare l’uomo nel suo ambiente; quanto è determinante l’atteggiamento che riesce a mantenere di fronte a grandi problemi. Cosa alimenta la speranza e da cosa viene alimentata. Qualche genitore, prima della partenza, si era raccomandato specificando che la propria famiglia era atea e temeva che al ragazzo venissero proposte esperienze troppo cattoliche. Abbiamo risposto che per noi non era interessante la professione di fede. Ed anche questo faceva parte della trasversalità della nostra proposta. Rispettando per ognuno il proprio Credo, ci siamo avvicinati a valori universali. I ragazzi che hanno partecipato a questi viaggi sono ragazzi speciali, quasi tutti minorenni, hanno vissuto attivamente le proposte con la maturità di un adulto che si avvicina ad una realtà sconosciuta. Osservando inizialmente in timido silenzio, e rispettando il luogo e la cultura in cui si trovavano, si sono dolcemente inseriti nel contesto, facendo emergere una curiosità spoglia di pregiudizi. Anch’essi figli di genitori speciali, animati dalla consapevolezza di quanto possa essere arricchente un’esperienza simile rispetto a tutte le paure che un viaggio di questo tipo può generare. Al ritorno, in aereo, mi soffermo spesso ad osservarli ed ascoltare i loro discorsi: tornano più grandi, più sicuri e più ricchi. Ognuno di loro ha dovuto spingersi oltre un proprio limite, ha vinto qualche paura, ha ottenuto risposte ed ha la testa piena di nuove domande. Ed io mi sono trovata nella posizione privilegiata di chi, circondata da persone speciali, viveva un’esperienza bella e importante.

Anche questo lo considero un dono africano.